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Caro vita Spesa media fino a 475 annui per famiglia. Aumenti su tutte le voci e più 8% sulle quote fisse. Ora si pagherà tantissimo anche per la depurazione
Mentre l’Italia ha celebrato la Giornata Mondiale dell’Acqua, i cittadini comaschi si trovano a fare i conti con un “caro-bolletta” che non accenna a fermarsi. Secondo i dati pubblicati dal Giornale di Brescia, Como si attesta tra le città più costose della Lombardia con una spesa media per famiglia di 475 euro, superando di gran lunga i 203 euro di Milano. Un divario che non trova giustificazione immediata se non in una gestione che la Uil, in un rapporto Ansa, definisce frammentata e segnata da “occasioni mancate” sul fronte del Pnrr.
Analizzando il piano tariffario di Como Acqua per il biennio 2025-2026, emerge una strategia di aumenti che colpisce ogni singola voce della bolletta. Per una famiglia residente, il costo del primo scaglione di acquedotto (fino a 55 mc) passerà dagli 0,454 €/mc del 2025 agli 0,488 €/mc del 2026 (+7,5%). Ma è sui consumi più alti che la scure si abbatte con forza: oltre i 251 mc, la tariffa balza a 1,627 €/mc. Si tratta di una progressione che colpisce i nuclei familiari numerosi, rendendo l’accesso all’acqua un onere economico sempre più gravoso.
Il gestore nel sito ufficiale spiega che le tariffe sono strutturate per incentivare l’uso responsabile dell’acqua e sostenere le iniziative di risparmio idrico. Ad aumentare di circa l’8% sono anche le quote fisse annuali, che nel 2026 raggiungeranno un totale di 32,57 euro a utenza (sommando acquedotto, fognatura e depurazione). Si tratta di costi indipendenti dal consumo: una tassa fissa sull’accesso al bene pubblico che smentisce la narrazione del solo “risparmio idrico”. Anche chi chiude i rubinetti con attenzione maniacale si trova a finanziare un sistema i cui costi di gestione sembrano lievitare per inerzia amministrativa.
Il dato più allarmante riguarda la depurazione. Nel 2026, un cittadino comasco pagherà 0,607 €/mc per depurare l’acqua, una cifra superiore al costo dell’acqua stessa nel primo scaglione. Questo accade in un contesto regionale dove, come riportato dal Giornale di Brescia, la Lombardia è sotto la lente dell’Ue per infrazioni gravissime. Se Brescia “pesa” per 300 milioni di euro di multe a causa di sistemi inadeguati, Como non brilla: secondo i dati Arpa, solo il 15% dei laghi lombardi raggiunge uno stato ecologico “buono”. Sorge dunque spontanea la domanda: i rincari in bolletta servono a finanziare la transizione ecologica o a tappare i buchi di un sistema sanzionato dall’Europa per anni di ritardi strutturali?
Mentre Brescia è riuscita a portare la dispersione idrica al 20% grazie ai fondi Pnrr e agli investimenti di A2a, la media del Nord-Ovest rilevata dalla Uil resta ferma al 38,2%. Como si trova nel mezzo di questa palude burocratica. Se da un lato Como Acqua segue le regole nazionali (Arera) per fissare i prezzi, dall’altro appare chiaro che, senza l’aiuto di finanziamenti esterni o fondi europei, i costi per riparare i vecchi tubi e ridurre le perdite d’acqua finiscono per pesare inevitabilmente sulle bollette dei cittadini.
Senza un cambio di passo nella governance dell’Ato (Ambito Territoriale Ottimale) e una maggiore trasparenza sugli investimenti reali, l’acqua a Como rischia di diventare un bene di lusso, a fronte di un servizio che, sul fronte della qualità ambientale dei nostri bacini, resta ampiamente insufficiente e lontano dagli standard di trasparenza richiesti dai cittadini.
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