Chernobyl 40 anni dopo. La nube sui cieli del Lario

L’anniversario “Catastrofe” titolava La Provincia dopo l’esplosione. Guzzetti: «All’inizio tentarono di tenere tutto nascosto. Furono giorni duri»

Como

Fu l’esplosione del reattore 4 della centrale nucleare in una località dell’allora Unione sovietica mai sentita fino ad allora, Chernobyl, a originare quella nube immensa che, quarant’anni fa, si alzò in cielo e girò mezza Europa. Quella nube, simbolo del più grave incidente della storia dell’energia nucleare, venne trascinata dalle correnti atmosferiche per migliaia di chilometri: prima salì verso la Scandinavia, poi ridiscese verso l’Austria e si spostò sopra la Lombardia. La pioggia intensificò la caduta al suolo dei radionuclidi. Anche a Como, nei Comuni della provincia, sulle alture del Triangolo lariano. «Disastro nucleare nell’Urss» titolava “La Provincia” il 29 aprile, tre giorni dopo l’esplosione (avvenuta all’1.23 del mattino, ora locale, del 26 aprile 1986) poiché l’Urss cercò inizialmente di nascondere la tragedia. Il 30 aprile già si iniziava a capire meglio quello che stava succedendo: «Catastrofe d’immane portata” il titolo di apertura. E ancora il primo maggio: «La nube della paura arrivata in Occidente». Poi le misure drastiche: «Proibiti latte e verdure fresche» il titolo dell’edizione del 3 maggio e, il 4 maggio, nelle cronache di Como, il racconto della situazione in città. Al mercato coperto la vendita della verdura era bloccata e gli operatori si disperavano così come gli allevatori che assistevano al crollo dei consumi di latte (vietato ai bambini e alle donne incinte, ma in realtà non lo beveva nessuno). La psicosi si riversava anche nelle farmacie che si sentivano continuamente richiedere pastiglie di iodio. «Ricordo bene l’incidente di Chernobyl -racconta il comasco Giuseppe Guzzetti, allora presidente della Regione Lombardia che aveva vissuto in precedenza il disastro di Seveso– zona oggi contesa tra Russia e Ucraina. Cercarono all’inizio di tenere nascosto tutto, ma chi abitava attorno alla centrale iniziò a stare male e la notizia uscì. La nube radioattiva portata in giro dal vento arrivò fino da noi e come Regione ci attivammo subito». Guzzetti sottolinea che tutto passò dal Pmip, il Presidio multizonale di igiene e prevenzione di Milano. «A dirigere l’ufficio – spiega – c’era un tecnico sopraffino, il dottor Carreri. Era molto scrupoloso e controllava tutto e quando scoppiò l’emergenza legata a Chernobyl dispose un aumento dei controlli sulla qualità dell’aria in Lombardia, dove era arrivata la nube. Sulle sponde del nostro lago, a Lecco, Mandello, Colico, in Brianza. Di fronte ai dati non potevo certo fare finta di nulla e Carreri mi suggerì provvedimenti da adottare per la salute dei lombardi». Venne vietato di tagliare i prati, l’utilizzo dell’erba come foraggio, raccogliere ortaggi e frutta, di bere latte. Ai genitori di far giocare i bambini nei parchi e in giardino. «Ci furono grosse polemiche – aggiunge l’avvocato Guzzetti – perché in Lombardia era vietata la pesca sul lago di Como mentre i ticinesi non avevano adottato nessuna misura. Poi si accodarono anche loro al divieto». Un momento complicato poiché ad alzare la voce furono innanzitutto gli agricoltori che erano furiosi e, nel corso di una protesta, lanciarono anche l’insalata contro Guzzetti. La situazione era delicata poiché il fieno veniva importato da altre regioni italiane, il settore era allo stremo e non fu semplice nemmeno per lo stesso Guzzetti che si apprestava a lasciare la Regione (il mandato si concluse nel 1987) per il Senato e la Brianza era il cuore delle proteste. «Mi sono attenuto scrupolosamente a quello che il tecnico predisponeva – racconta oggi – e non nascondo che la preoccupazione, anche del partito, era molta. Andai a Marostica a un evento nazionale della Coldiretti per spiegare quello che stava succedendo e tranquillizzare le persone». Nella città degli scacchi “viventi” e delle ciliegie Guzzetti chiarì a tutti che la tutela della salute veniva prima di tutto: «Ma non fu facile spiegare i motivi di misure drastiche in conseguenza di un’esplosione avvenuta a duemila chilometri di distanza. Quando ci fu il disastro di Seveso la gente vedeva le persone con i volti segnati dalle pustole e capiva, con Chernobyl era molto più complicato».

Se a Milano c’era Guzzetti, a Como Sergio Simone era il sindaco. «In quei giorni – ricorda – in città si stava svolgendo una riunione con i sindaci per la pace e c’era anche quello di Kiev che rientrò in patria in fretta e furia. La gravità di quanto era accaduto non fu evidente da subito nemmeno a lui. Noi collaborammo con la Regione e lo Stato che misero in atto provvedimenti per evitare contaminazioni. Ci furono grandi arrabbiature perché avevamo norme e condizioni severe per agricoltura e pesca mentre in Svizzera non c’erano restrizioni. Ma non si poteva rincorrere l’opinione pubblica poiché la priorità era la tutela della salute». La nube della paura iniziò ad allontanarsi dal 4 maggio ma «Le restrizioni restano» titolava “La Provincia” del 6 maggio e il giorno successivo «L’emergenza continua». Si andò migliorando: l’11 maggio «La nube non è ritornata» e il 17 maggio «La verdura torna libera». Ma a differenza della nube, per far allontanare la paura ci volle molto più tempo.

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