Dimissioni nel governo, a Como Fratelli d’Italia compatto: «La stabilità dell’esecutivo viene prima dei singoli»
I commenti dei segretari cittadino e provinciale Alessandro Nardone e Stefano Molinari dopo gli addii di Santanché, Delmastro e Bartolozzi
Como
Il terremoto politico che ha portato alle dimissioni dai propri incarichi governative di figure chiave come Daniela Santanché (ministro del Turismo), Andrea Delmastro (sottosegretario alla Giustizia) e Giusi Bartolozzi (capo di gabinetto del ministero di via Arenula) non sembra aver scalfito la convinzione dei dirigenti territoriali di Fratelli d’Italia. Mentre il dibattito nazionale si infiamma sulla possibilità di un rimpasto forzato e sul destino dell’ormai ex ministro del turismo, dal cuore dell’organizzazione del partito arriva un segnale di compattezza.
Per Alessandro Nardone (segretario cittadino FdI), non c’è spazio per letture complottiste. Le dimissioni dei big sarebbero il frutto di una profonda «condivisione e un modo di ragionare all’unisono». Secondo Nardone, la presa d’atto dei singoli è stata una conseguenza naturale del senso dello Stato: «Hanno compreso l’importanza primaria del bene comune, ovvero la stabilità del governo. Se la loro posizione poteva essere un problema per il presidente del Consiglio, hanno preferito fare un passo indietro per il bene dello Stato».
Un concetto ribadito anche da Stefano Molinari (presidente provinciale FdI), che respinge con fermezza l’idea di una frattura: «Fratelli d’Italia è una forza politica solida e coesa. Le dimissioni sono scelte personali che dimostrano il senso di responsabilità di chi evita che vicende individuali vengano strumentalizzate contro il lavoro dell’esecutivo. La nostra classe dirigente dimostra maturità proprio in questi momenti: non c’è spazio per personalismi, perché l’interesse della nazione viene prima di ogni poltrona o ambizione del singolo». Per Molinari, il principio della presunzione d’innocenza resta saldo, ma deve convivere con una «grande attenzione al ruolo delle istituzioni». Il vero spartiacque sembra però essere il recente voto referendario sulla giustizia. Nardone ammette che il partito sta prendendo atto del risvolto politico di quella consultazione.
Una delle ipotesi degli osservatori è che gli “ex” possano dare vita a correnti interne o migrare verso altri lidi della coalizione. Un’ipotesi che Nardone bolla come “innaturale”: «Il nostro partito nasce senza correnti perché impara dalle lezioni del passato. Oggi l’unica corrente è quella del sostegno a Giorgia Meloni». Il segretario sottolinea il legame identitario citando l’esempio di Delmastro: «È nato e cresciuto in Azione Giovani, come me. Per noi la comunità politica è casa, è famiglia. I ruoli sono pro tempore, l’impegno politico no».
Molinari rincara la dose, evidenziando come il partito sia stato capace di integrare nuove energie senza perdere la bussola: «Il confronto interno esiste ed è fisiologico, ma la priorità resta rafforzare l’azione del governo. Non vedo alcun rischio di dispersione». Nonostante le critiche delle opposizioni i dirigenti meloniani leggono la situazione attuale come una prova di maturità. «In passato i partiti soffrivano il distacco dalla realtà conclude Nardone. - Prendere atto dei segnali degli elettori, anche dopo un referendum, significa essere un partito capace di mettersi in discussione».
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