Violenza sessuale, no alla nuova norma. Telefono Donna: «Un passo indietro»

Diritti Dal Centro antiviolenza di Como critiche per la modifica del testo del disegno di legge: «Si passa dall’obbligo di consenso all’assenza di dissenso. Così le vittime subiscono due volte»

Como

«Se il testo della nuova legge sulla violenza sessuale sarà quello discusso in Senato, per le donne e il diritto sarà un grave passo indietro». Andrée Cesareo e Laura Tettamanti sono due avvocatesse comasche, socie di Telefono Donna e operatrici del Centro antiviolenza di Como. Oggi, insieme a molte altre donne comasche, hanno partecipato alla manifestazione a Milano per dire no alla proposta di modifica dell’articolo 609 bis del Codice penale presentata dalla senatrice Giulia Bongiorno. Al centro del dibattito due modelli e visioni profondamente differenti di legge: il consenso da una parte, il dissenso dall’altra.

La norma oggi

Attualmente la norma condanna «chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità costringe taluno a compiere o subire atti sessuali». In realtà la giurisprudenza, da anni, ha reinterpretato questo reato: «L’articolo 36 della Convenzione di Istanbul, firmata dall’Italia, parla espressamente di consenso quale libera manifestazione della volontà della donna per il rapporto sessuale. La nostra giurisprudenza ha fatto sua questa filosofia: senza consenso c’è sempre violenza sessuale» spiegano Cesareo e Tettamanti.

Un consenso che dev’essere «attuale e che permane». La Camera dei Deputati aveva licenziato un disegno di legge sul nuovo articolo 609 bis in cui si parlava espressamente di consenso. Arrivato in Senato, il testo è cambiato e si è passati dal tema del consenso a quella del dissenso. Semplificando: se una donna non dice no, non c’è violenza.

«Questa modifica nasce da uno stereotipo» spiegano le due socie di Telefono Donna, ovvero che si possa assistere a un potenziale rischio di abuso di denunce per violenza con norme più tutelanti per le potenziali vittime . Stereotipo, però, «smentito dai numeri».

«Partiamo da un dato: su 280 donne che abbiamo visto al Centro antiviolenza di Como nel 2025, solo una su cinque ha parlato di violenza sessuale. Questo dato e la nostra esperienza fa capire come uno dei principali miti dello stupro si discosta completamente dalla realtà. Ma questo stereotipo gioca ed è presente anche quando si fanno riflessioni sulle leggi». La verità è che «le donne denunciano pochissimo. Quando le donne vengono da noi la prima volta non raccontano della violenza. Peraltro a volte, quando questa avviene in ambiente domestico, non viene letta neppure come violenza, perché non c’è consapevolezza. Troppo spesso il sesso viene visto come un “dovere” matrimoniale».

La norma domani

Per meglio comprendere di cosa parliamo, quando citiamo il tema “consenso” o “dissenso” possono tornare utili degli esempi.

Una ragazza è in casa con un uomo. Lui inizia a toccarla. Lei è paralizzata dalla paura, non parla, non reagisce, non dice “no”, non oppone resistenza. È vittima del cosiddetto freezing. Con una legge che prevede il consenso, l’uomo è colpevole. In presenza del solo dissenso quel silenzio rischia di cancellare il reato.

Altro esempio: una persona beve troppo. Non è incosciente, ma non è pienamente lucida. Di fronte agli approcci sessuali non dice né sì né no. La norma che prevede espressamente l’esistenza del consenso, considera questo un reato. Diversamente entriamo in una zona grigia.

«Chiediamoci una cosa - affermano Laura Tettamanti e Andrée Cesareo - come mai la violenza sessuale è l’unico reato nel quale si mette in dubbio il fatto che ci sia il consenso della vittima? Di fronte a un furto, nessuno si pone la questione se chi l’ha subito ha espresso il proprio dissenso al ladro oppure no. E lo stesso vale per la violazione di domicilio».

Ma la protesta contro la legge così come riscritta dal Senato va oltre l’aspetto giuridico: «Dal punto di vista culturale il modello dell’affermazione del consenso rispetto al dissenso sarebbe straordinariamente importante anche per gli uomini. Questo consentirebbe di superare stereotipi e miti sullo stupro».

Cultura, ma anche rispetto: «Le donne, anche dal punto di vista della vittimizzazione secondaria, con un testo come quello in discussione al Senato sarebbero ancora più esposte. Nel momento in cui non sei tu a dover dire “non ti ho costretto”, ma sono io vittima a dover dire perché non ti ho detto di no, si mette addosso alla persona offesa un peso ulteriore».

Per chiedere, come peraltro previsto dalla Convenzione di Istanbul, l’applicazione del modello sul “consenso” nei reati di violenza sessuale, oggi si è tenuta una partecipata manifestazione a Milano: «Abbiamo aderito anche noi, come Telefono Donna di Como - concludono le due socie - I Centri antiviolenza hanno espresso il loro dissenso verso il testo».

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