Yuliya, la guerra e le storie di donne al fronte ucraino: «Pronte a tornare»

La voce Un gruppo di 11 volontarie ucraine di Korosten’ a Como per una breve vacanza. Vivono tra i soldati, portano aiuti, cibo, medicinali: le loro testimonianze

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Como

C’è un solo momento in cui Yuliya Kozak piange, durante la lunga chiacchierata sulla storia delle volontarie ucraine che sono venute con lei a Como, per una vacanza di una settimana.

Ha quarant’anni e da quattro anni l’auto è diventata la sua seconda casa. Su quella viaggia una volta al mese fino ai paesi ucraini più vicini alla linea del fronte, come Dobropillia, città di minatori in pieno Donetsk, la terra che Vladimir Putin vuole conquistare e trasformare in Russia. Con lei altre dodici cappellane (volontarie della Chiesa Battista di Korosten’). In questi luoghi che ormai hanno il volto inconfondibile della guerra, dove solo se si urla qualcosa in ucraino si ha la speranza di vedere una testa spuntare tra le macerie, dopo aver trovato il coraggio di farsi vedere sperando non si tratti di un inganno del nemico, il gruppo di donne di cui Yulya fa parte porta vestiti puliti, aiuti umanitari, cibo, medicinali. Non servono solo ai soldati che intorno a queste città combattono per difendere l’Ucraina, ma anche per i civili che non se ne sono andati, molti dei quali persone anziane, rimaste a presidiare come fantasmi città dove non si sforna più nemmeno una pagnotta, dove non si coltiva nemmeno un metro quadro di terra. Prima, però, all’inizio della guerra, le quattro ruote a Yulyia servivano per fare ben altro tipo di viaggio.

Il ricordo più doloroso

Nel 2022, con un furgoncino, Yuliya faceva avanti e indietro tra Korosten’, nell’Ucraina centro-settentrionale, e la Polonia. Dalle sei ore di viaggio, nei casi più fortunati, fino a dodici ore, quando al confine restava bloccata in coda tra migliaia di altri profughi e merci che cercavano di uscire dal Paese improvvisamente travolto dall’invasione russa. Sul furgoncino Yuliya portava con sé il bene più prezioso della sua cittadina e delle tante altre città occupate che a Korosten’ avevano cercato rifugio: i bambini. Anche i suoi.

«Quel giorno - racconta - avevo già fatto avanti e indietro dal confine ucraino al campo per rifugiati che ci dava una mano in Polonia tre volte. Era la quarta. Caricavo i bambini, poi li portavo oltre confine e lì li mettevo su un pullman che li avrebbe portati in questo campo per rifugiati, per mamme e bambini. Al quarto giro ho preso anche i miei figli sul furgoncino, ho attraversato la frontiera, sono arrivata dall’altra parte, li ho messi sul pullmino... Loro erano molto stanchi, era stata una giornata durissima, dormivano. Gli ho dato un bacio, li ho salutati, ma non se ne sono nemmeno accorti. Li ho salutati... E li ho lasciati andare. Era per il loro bene ma poi loro me lo hanno detto: “Mamma, ci hai lasciato”». Una separazione durata solo tre mesi e avvenuta all’inizio dell’invasione, ma che ancora fa venire le lacrime agli occhi di questa donna quando ci ripensa. Yuliya quel giorno ha lasciato i suoi figli in un campo per rifugiati senza seguirli perché il suo Paese aveva bisogno di lei.

Volontaria lei come le altre undici donne che nell’arco della scorsa settimana sono state ospitate al convento delle suore benedettine di Grandate, con l’aiuto dei gruppi di volontari per l’Ucraina di Cantù e di Civiglio. Una settimana di lago, di mare (era desideratissima da tutto il gruppo la gita in Liguria per tuffare la focaccia nel cappuccino e tuffarsi nel mar Ligure), di montagna (la sorpresa preparata per i volontari comaschi: una passeggiata al Pian dei Resinelli) e di buon cibo, mangiato tra Rebbio e Civiglio, con l’aiuto della comunità ucraina riunita intorno alla parrocchia di don Giusto Della Valle. Una pausa colorata e saporita da una guerra che è diventata sottofondo costante della loro vita.

Madri di famiglia e lavoratrici, come Yuliya che è un’insegnante di inglese: «Ma essendo una libera professionista posso organizzarmi con il lavoro e avere tempo per il servizio». Il servizio è il viaggio. Sono i chilometri macinati avanti e indietro, tra Korosten’ - un paese di 57 mila abitanti che nel 2022 ha visto l’80% dei residenti fuggire in Polonia e che negli ultimi quattro anni ne ha visti rientrare poco più del 40% - e i luoghi dove gli ucraini hanno perso tutto. Spesso anche mariti e figli. E che da quattro anni continuano a trascorrere le loro notti sotto il ronzio dei droni, di mese in mese più letali, e le esplosioni dei missili.

Pronto soccorso e dentista mobile

«Ascoltiamo le loro storie, consoliamo chi ha appena scoperto di avere un parente morto o fatto prigioniero in Russia - spiega Yuliya - Una di noi ha un “pronto soccorso mobile”, con quello prestiamo assistenza medica, un’altra ha creato un “dentista mobile”. In certi posti non è rimasto nulla e noi portiamo quello che abbiamo. Due volte alla settimana andiamo nel centro per soldati feriti. Siamo volontarie. Li assistiamo. Gli dimostriamo amore. Ma spesso siamo esauste, tante sono le tragedie che ascoltiamo, e nel frattempo anche la nostra città è costantemente sotto attacco perché a Korosten c’è un hub ferroviario importante, che collega la Bielorussia a Kyiv, Ecco il motivo per cui siamo qui. Per ritrovare la serenità e la forza di rientrare e... ricominciare a resistere, perché quella è casa nostra e noi non ce ne andremo».

I volontari comaschi «per noi ora migliori amici»

Nella lunga storia che Yulyia Kozak racconta per ricostruire la strada che l’ha portata fin sulle sponde del lago la parola “volontari comaschi” trova posto innumerevoli volte. Sono Federico Cappelletti e Franco Cappelletti del gruppo canturino “Sos Emergenza Ucraina” i primi che Yulyia e gli altri di Korosten incontrano, al confine con la Polonia. «Federico mi disse: “Voglio venire in Ucraina a dare una mano”. “Buona idea” gli ho detto» ricorda Yulyia con un sorriso. Un altro lo rivolge a Franco, che ha accompagnato lei e le altre undici donne del gruppo su e giù per il lago in questi giorni di vacanza: «Per me, ormai, un migliore amico». Poi l’incontro con Paula Maule e Pinuccia Camagni che hanno fondato il “Progetto Korosten”. Entrambi i gruppi portano aiuti umanitari e alimenti, ma anche presidi medici, grazie all’aiuto di alcune aziende tra cui MedicAir, e persino i mobili dell’ex asilo di Civiglio, ora chiuso, che sono andati a popolare un asilo lontano più di duemila chilometri. Per aiutare con donazioni e viveri i due gruppi, è possibile farlo all’oratorio di Civiglio (o telefonando al 3294761304) oppure in via Brighi 21 a Cantù il sabato dalle 10.30 alle 12.30 e dalle 17 alle 19 (o al 3337577173).

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