Andy e Miranda, fa centro anche il sequel

Nelle sale Ne “Il diavolo veste Prada 2” Anne Hathaway e Meryl Streep si confermano un’accoppiata vincente. Il mondo della moda aggiornato al tempo dei social, tra glamour e satira. Ambientazioni preziose a Milano e Como

Riecco il mondo della moda e del giornalismo (più che mai in crisi ed in forte cambiamento) con le sue mille contraddizioni, speranze, ambizioni, pulsioni, rivalse, alleanze (quasi da non crederci), abiti e passerelle imperdibili.

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“Il diavolo veste Prada 2” si è fatto attendere vent’anni, ma ora restituisce il divario temporale, affrontando di petto l’evoluzione della comunicazione, costruendo una commedia divertente, sì, glamour, come era ovvio, che è anche una fotografia sull’incertezza dei tempi nei quali stiamo vivendo. Se il primo capitolo, a fronte di 35 milioni di dollari, ne incassò nel mondo 326 avviando un fenomeno globale, il secondo, sempre diretto da David Frenkel, ci offre un panorama trasformato dai social, dalla digitalizzazione delle testate, dalla necessità di uniformarci ai costi sempre più in ascesa, dal fast fashion, di credibilità da restituire agli investitori, di mancanza di rispetto e integrità.

La trama

Succede alla protagonista, Andy Sachs (una splendida Anne Hathaway), prossima a ricevere un premio per il lavoro investigativo fatto nel giornale dove ora opera, ma che proprio un attimo prima di salire sul palco viene licenziata, e così i suoi colleghi. Dall’altra parte l’intoccabile rivista “Runaway”, diretta dalla temibile Miranda Priestley (che dire di Meryl Streep!) affronta un momento difficile, la sfida editoriale è passata dalla versione cartacea al digital, e in più deve prendere decisioni in merito a un fatto, al punto da scusarsi con i propri lettori. Serve una svolta, il proprietario vede un video diventato virale di Andy: è la mossa da fare, la “seconda” assistente di un tempo, rientra nel gruppo come Senior Editor, chiamata forse a “ripulire” la facciata del giornale. Lì ritrova il fidato assistente di Miranda, Nigel (Stanley Tucci), manca solo Emily (Emily Blunt), fidanzata con un ricco imprenditore, dirottata in un ruolo cardine in Dior e pronta a imporsi, senza rimanere nelle retrovie. Si rincontrano a causa di ciò che sta accadendo: nuovi attori entrano in campo, un grande evento in vista però è da preparare, a Milano, nella Pinacoteca di Brera, sarà un momento celebrativo (con Lady Gaga nei panni di se stessa a incantare musicalmente), anche se lo sguardo è rivolto a preservare “Runaway” da mani prive di gusto e sensibilità.

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Contemporaneità e satira. Costruito dalla sceneggiatura originale scritta ancora da Aline Brosh McKenna, il sequel parla di intrecci, di territori, di camei (Donatella Versace, Dolce&Gabbana, Brunello Cucinelli) chiamati a scandire la narrazione, a raccontarne l’ulteriore aspetto desiderabile, da New York, a Milano (occhio ad una scena in una Galleria Vittorio Emanuele II silenziosa e durante la Fashion Week) e Como. Tutti i personaggi sono costretti però a mettersi in discussione fin dall’inizio, ma alla fine riescono a fare ordine nella loro vita privata e lavorativa. L’happy end dunque è salvo. Un consiglio: vedere il film in lingua originale.

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