Dostoevskij e il giallo che sanguina ancora

La rubrica Un classico al mese fino alla fine dell’anno, raccontato attraverso chiavi culturali contemporanee. “Delitto e castigo” è la tragedia perfetta ambientata a San Pietroburgo oggi piena di luoghi segnalati su Google Maps

Se vi siete trovati in una grande città, come Roma o Milano, e vi è capitato di vagare su Google Maps alla ricerca di una meta, vi sarete senz’altro accorti che i luoghi più importanti sono contrassegnati da una piccola icona. A Roma ci sono il Pantheon e il Colosseo, a Milano il Duomo e la Galleria. E se per caso, una volta notata questa stranezza, vi foste lasciati conquistare dalla curiosità dei cartografi, vi sarete messi magari anche a fare un piccolo gioco, e cioè a contare quante icone e quanti luoghi da ricordare una città possiede. La città europea che ne ha di più non è né Roma, né Londra, né tantomeno Parigi: è San Pietroburgo.

Il mito di una città

San Pietroburgo vanta questo record apparentemente insignificante, ma che in fondo, qualcosa, per chi ha letto gli autori russi, vuol pur dire. Il mito di San Pietroburgo, o di Pietroburgo, o di Leningrado, è stato scritto e tramandato da due autori in particolare: Gogol’, uno dei padri della letteratura russa, e naturalmente Fëdor Dostoevskij.È in questa città di «impalcature, mattoni, calce, polvere e quel tanfo tipicamente estivo ben noto ai pietroburghesi» che prende vita uno dei romanzi migliori – quale altra parola per descriverlo? – della letteratura mondiale. “Delitto e Castigo”.

Di “Delitto e Castigo”, il cui titolo italiano è stato in realtà tradotto dal francese, e che in russo suona più come “Il Delitto e la Pena”, San Pietroburgo è assoluta protagonista. È in questo tanfo estivo che Rodion Romanovič Raskol’nikov, uno studente universitario, prepara il suo delitto e, successivamente, affronta il delirio e le conseguenze psicologiche che la sua azione comporterà. La San Pietroburgo di Dostoevskij e di Raskol’nikov è una città di straccioni e ubriaconi, di bettole e prostitute, una città di ultimi, di bassifondi.

Le vicende del romanzo si svolgono attorno alla Piazza del fieno, oggi Piazza Sennaya, e seguono il personaggio nei suoi vagabondaggi in questa estate insopportabile e bianca, come le estati dell’estremo nord, addentrandosi non solo nei meandri di un quartiere malfamato, ma anche nell’abisso dell’uomo. Raskol’nikov, infatti, non uccide per “necessità”, o almeno crede che sia così, uccide per una sorta di superiorità morale, per una specie di hybris che crede di possedere nei confronti della vittima designata: un’usuraia vecchia e crudele, che tormenta lui e molti altri. Il titolo stesso del romanzo suggerisce dopotutto l’esatto svolgimento dell’intreccio narrativo: dalla premeditazione del delitto fino ad arrivare al castigo e alla conseguente pena.

Non c’è spoiler, lo spoiler sta nel titolo. E sebbene il lettore sia perfettamente a conoscenza di quel che accadrà, si ritroverà egualmente costretto a consumare il romanzo con la voracità di chi non tollera l’incertezza, di chi vuol sapere come andrà a finire, ed è importante di quest’ultima frase, sottolineare proprio la parola “come”. Lo dimentichiamo spesso, il “come”, eppure, se Dostoevskij è un maestro lo è proprio per il modo in cui racconta le sue storie. Ciò che conta, in “Delitto e Castigo” è esattamente ciò che sta in mezzo, è la “e”. Come ci arriva Raskol’nikov a compiere un delitto? Come sopporterà il peso della sua azione? Come farà la polizia a trovare il colpevole? Come farà Raskol’nikov a vivere ancora? Come? Come? Come? È questa la domanda che si pone il lettore leggendo “Delitto e Castigo”, e a partire da questa domanda Dostoevskij riesce a compiere l’incanto.

Un giallo come l’“Edipo Re”

Di fatto, sebbene sia molto di più, “Delitto e Castigo” è un giallo. Ed è un giallo allo stesso modo di “Edipo Re”: il lettore sa chi è il colpevole, sono gli altri personaggi all’interno della storia che devono scoprirlo.

Nella “Poetica”, Aristotele scrive che “Edipo Re” è la tragedia perfetta. È la tragedia perfetta perché avvengono contemporaneamente “rovesciamento e riconoscimento”, vale a dire che il colpo di scena finale non rivela solo chi è il responsabile della peste che si è abbattuta su Tebe, ma anche la vera identità di Edipo, che scopre di essere figlio di Laio e di Giocasta, di appartenere a una stirpe maledetta e di aver a sua volta maledetto la città.

In “Delitto e Castigo”, questi due passaggi teorici, “rovesciamento e riconoscimento” sono esattamente ciò che il lettore aspetta per tutto il romanzo. Il fatto è questo: si legge “Delitto e Castigo” fino a quando Raskol’nikov sarà in grado di riconoscere sé stesso e la sua azione consci del fatto che nel momento in cui lo farà si arriverà dunque alla conclusione del romanzo e al suo ”rovesciamento”.

L’ispettore Porfirij

Uno dei personaggi più straordinari, in questo senso è l’ispettore Porfirij. L’ispettore Porfirij capisce quasi subito che Raskol’nikov è l’omicida, eppure lo aspetta. Emblematico è questo passaggio: «“Sapete, io non credo che sia stato l’imbianchino a uccidere l’usuraia e sua sorella». «E allora chi è stato?» chiede Raskol’nikov, e Porfirij «Ma come chi è stato? Siete stato voi».Dostoevskij era molto religioso ed era convinto che solo attraverso la sofferenza si potesse accedere alla felicità. Dopotutto, la sua è stata una vita di mille peripezie: una condanna a morte, tra debiti di gioco e molti insuccessi.

Paolo Nori, scrittore e traduttore dal russo, definisce però Dostoevskij uno sfigato, come un po’ tutti quanti del resto. E nel suo ultimo libro “Sanguina ancora”, spiega, in modo quasi elementare, tanto da portare il lettore a dire «ma certo, ma certo che è così», perché vale la pena leggere ancora, a distanza di un secolo e mezzo, “Delitto e Castigo”. La ragione sta, guarda caso, proprio nel titolo: Dostoevskij apre una ferita nel lettore, una ferita che riguarda l’umanità intera, e questa ferita, a distanza di un secolo e mezzo, è ancora lì che sanguina.

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