Il destino urbano della scultura dopo il 1972

L’estratto Per il centenario della nascita di Francesco Somaini viene pubblicata una nuova raccolta dei suoi scritti. Originario di Lomazzo, per decenni studiò il ruolo di quest’arte nella metropoli, tra memoria collettiva e corporeità

Da anni la scultura è stata messa in discussione dagli stessi operatori, da anni si sente un grave disagio di fronte all’oggetto, anche a quello più reinventato, a quello che era riuscito a raccogliere ed esprimere le profonde irrequietudini dell’uomo di oggi.

Eppure a mio avviso non si trattava di una crisi di fondo né tantomeno di una morte di un mezzo espressivo che aveva resistito per millenni alle trasformazioni delle civiltà. Avevo sempre avuto e ho tuttora una profonda diffidenza verso quella rarefazione ed ermeticità di linguaggio a cui era giunta la forma scolpita dopo lo sradicamento, la dissociazione da alcune funzioni fondamentali al vivere comunitario legate ai riti e ai cerimoniali. Avevo avuto personale conferma a queste riflessioni quando tutta una personale vocazione urbana era, in alcuni anni tra il 1964 e il 1970 di reali committenze esecutive, andata a cozzare contro l’inutilità esornativa già profondamente insita nelle committenze, contro l’emarginazione dal vero contesto urbano a cui quasi tutta la scultura era forzata dalla progettazione precedente che la relegava a un ruolo cosmetico e decorativo.

Avevo così dal 1969-1970, prima criticamente e poi operativamente con un libro e con disegni progettuali(“Urgenza nella città” Mazzotta1972), individuato e proposto nuove dimensioni soprattutto psicologiche alla scultura, un ruolo non secondario nella riqualificazione della città quale luogo di coscienza comunitaria e storica.

Dove la città, la metropoli era diventata un luogo afono alla memoria la scultura poteva offrire un risarcimento emotivo, monitorio, un’esorcizzazione, un denudamento conoscitivo attraverso i simboli e le immagini della profonda essenza dell’uomo. Essa deve entrare come elemento dialettico, rompere l’assolutezza tecnologica, il falso trionfalismo dei centri urbani con un segno di pessimismo esistenziale, con una presenza organica e vitale quasi un’intuizione viscerale del corpo della città a contrasto con la rettilinea ricorrenza delle lucide architetture circostanti. La scultura può nella città recuperare quella scollatura dal sociale e dalla moltitudine di cui soffre tutta l’arte di oggi.

1976 (I)

Alla scultura ormai non resta come futuro che il campo urbano e sociale, e la misura e i modi che ne conseguono. Nella metropoli di oggi e di domani, fatta disumana più che dalla crescita irrefrenabile da un’inerzia progettuale e da un’insensata fiducia nel ruolo formale di un’enfatizzazione tecnologica, un grande compito è ancora da svolgere: riportare i segni e le memorie dell’“umano” attraverso l’organico e il corporeo.

Dal 1970 con disegni e scritti e un libro con Enrico Crispolti “Urgenza nella città”, edito da Mazzotta nel 1972, credo di avere messo a fuoco, oltre che una critica, la tipologia di una progettazione plastica urbana sino all’immagine contestatoria.

Dal 1974 ho scelto come medium espressivo a questo fine il fotomontaggio. Il contenuto del messaggio urbano e le sue implicazioni sociali postulano uno specifico di più vasta risonanza, atto a incontri su una scala più ampia di quelli forniti dai circuiti privilegiati tradizionali all’arte. La fotografia in bianco e nero con il suo medium pseudoreale offre al linguaggio un impatto e un’immediatezza dovuti a una sua “credibilità” presupposta e il fotomontaggio, che su tale “credibilità” opera una manipolazione evidente, carica il messaggio di una provocazione atta a una comunicazione di massa.

1982 (II)

Dopo una frequentazione assidua di alcune metropoli nordamericane ho creduto negli anni 1969-1970 di individuare nella carenza di immagini una delle ragioni dell’inefficienza del centro urbano di fronte alla sua funzione psicologica e sociale.A mio avviso la forma di un luogo, di una piazza, di una via, di un centro, ha una funzione non inferiore ad altre ben più note e studiate.

Individuo così, per quanto attiene il profilo formale, la crisi della città nella perdita di quelle memorie che si affidano, per esistere nel contesto urbano, alla stratificazione iconografica. Nasceva così un ruolo determinante della scultura nell’offrire forme plastiche urbane emotivamente sollecitanti e di facile presa, per misura, collocazione e simbologia, su quella massa dei cittadini che non è particolarmente attenta alle arti in genere. L’architettura, vincolata a schemi razionali e sempre impedita da funzioni immanenti al suo specifico, non sembrava e ancora non pare atta a realizzare queste significanze.

Attraverso la scultura invece può essere tentato un risarcimento profondo e vitalistico, un’umanizzazione dei luoghi urbani più facile a ritrovare oggi attraverso l’organicità e somaticità di edifici o di grandi strutture emergenti, che attraverso la ricerca della misura umana oggi sempre più difficile a causa della grande dimensione d’obbligo nei centri focali della città.

Dopo anni di disegni progettuali studiati nel confine arduo tra la realtà e un’“utopia a breve termine”, sono passato dal 1974 a realizzare fotomontaggi spesso provocatori.

Il fotomontaggio, proposta urbana senza committenza, ha una forza d’urto maggiore del progetto in quanto, usufruendo di quel credito di cui gode la fotografia come documentazione di una realtà esistente, su detta realtà opera una manipolazione provocatoria.

L’approdo della ricerca

L’approdare della mia ricerca a forme rotanti, a matrici, sculture-progetto di altre opere, le tracce, ha permesso una nuova fase progettuale più concreta e realizzabile.

La traccia, svolgimento di una forma avvolta, realizza una progressione nello spazio e nel tempo, si integra all’ambiente, si fa luogo. La scultura perde qui molto di quell’oggettualità che la condannava all’isolamento urbano, alla sola cosmesi, facendosi luogo, diviene percorribile, fruibile, abitabile senza rinunciare a quei simboli collettivi, a quelle memorie corporee per le quali, io credo, è necessaria e urgente alla città.

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