La canzone triste che rese Elvis il “re”

Settant’anni fa “Heartbreak Hotel” fu scritta da un autore distante dalla musica “per giovani” e da un’insegnante. Era un lento blues, “la canzone del suicida”, ma lui la cantava con tanto trasporto da scalare le vette di ogni classifica

Chi vorrebbe cantare un triste blues su un suicida? Nessuno. Chi vorrebbe pubblicarlo. Nessuno. Chi penserebbe di vederlo in testa alle classifiche di vendita? Chi vorrebbe ascoltarlo? Nessuno, assolutamente nessuno.

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Una genesi leggendaria

Eppure il 27 gennaio del 1956 Elvis Presley pubblicò il suo primo singolo dell’anno, dopo essere stato messo sotto contratto dalla major Rca che lo aveva sottratto alla piccola Sun Records per lanciarlo definitivamente su scala nazionale. I discografici si aspettavano, probabilmente, un altro robusto pezzo rock’n’roll come “That’s alright, mama” o “Mystery train”, oppure una languida ballata, insomma, i generi in cui il bel cantante di Tupelo, Tennessee, sembrava eccellere. Invece la scelta cadde su “Heartbreak Hotel”: sì, era proprio la canzone del suicida.

L’aveva scritta Tommy Durden, autore distante anni luce dalla musica giovane – era un “matusa” di 37 anni, accidenti – in tandem con una prof, altra categoria non troppo amata dai giovani, abbastanza matura da avere un figlio, Hoyt (destinato a diventare una star del country) di poco più giovane di Elvis.

L’ispirazione arrivava da un articolo di giornale che parlava di un uomo che dopo avere distrutto i suoi documenti, si era lanciato dal quarto piano di un palazzo, lasciando un biglietto su cui aveva scritto “I walked a lonely street”, ho camminato per una strada solitaria. L’“hotel dei cuori spezzati”, pensò l’insegnante, era quello che si trovava alla fine di quella strada. Ora, gli storici non hanno mai rintracciato l’articolo in questione e la scaturigine del brano è frutto di indagini serissime, ma nel nome della regola di Liberty Valance (se devi scegliere tra realtà e leggenda, stampa la leggenda), diamo fede alla fonte più suggestiva.

Il brano era un lento blues, non eccessivamente orecchiabile, soprattutto per un pubblico bianco, in un’era in cui la musica di ispirazione afroamericana era relegata a quelli che si chiamavano, senza alcuna vergogna, “race records”.

Come divenne una hit

Gli autori lo proposero a vari altri artisti prima di contattare il colonnello Parker, manager di un Elvis, in quel momento, già famoso, ma non famosissimo. Il ragazzo la ascoltò senza pregiudizi e ci vide, evidentemente qualcosa. La cantò per la prima volta in pubblico a Swifton in Arkansas, il 9 dicembre del 1955. Il giorno successivo alla pubblicazione del 45 giri, avrebbe debuttato sulla tv nazionale, ma non gli venne concesso di proporre quel brano.

Alla seconda chance, il colonnello si impose e il risultato fu straordinario. Perché “Heartbreak Hotel” poteva essere lenta, poteva essere triste, ma Presley la interpretava con un trasporto che abbatteva ogni difesa, soprattutto nelle spettatrici osannanti, che avrebbero fatto di tutto (di tutto!) perché Elvis non imboccasse quella strada solitaria. In realtà aveva intrapreso il cammino per la vetta delle classifiche che conquistò in un paio di mesi, per la prima volta. Grazie al triste blues sul suicida, Elvis divenne, definitivamente, Elvis.

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