La vita di Cleopatra nei dipinti lariani
Palazzo Valli-Bruni in via Rodari custodisce un’eccezionale sala affrescata. Sulle pareti le scene più importanti della liaison tra la regina e Marco Antonio
Lettura 5 min.Sito al numero 1 di via Rodari, già Contrada posteriore al Duomo, l’edificio di origine altomedievale conosciuto come Palazzo Valli-Bruni si presenta attualmente come un unico, maestoso complesso neobarocco, frutto delle radicali ristrutturazioni operate dal 1922 al ’26 dai fratelli Fermo e Angelo Valli ed Emilio Bruni - fondatori di una storica attività tessile comasca - su progetto dell’ingegner Giuseppe Stampa, mentre un precedente tentativo di riqualifica, ad opera dell’architetto Melchiorre Nosetti e risalente ai primi decenni dell’Ottocento, pare non sia mai stato eseguito. Unici elementi seicenteschi sono, invece, il massiccio portale in ghiandone e lo scalone di accesso al piano nobile. Proprio durante le ristrutturazioni operate dai Valli e dal Bruni vennero alla luce i resti dell’edificio medievale, tra cui le cinque arcate di un porticato su via Rodari - non dissimili da quelle che si scorgono, di fronte, sulla facciata di palazzo Odescalchi-Pedraglio - e sul lato nord una parete a corsi alternati di marmo bianco di Musso e nero di Varenna munita di bifora.
Passaggi di proprietà
Consultando le carte catastali datate tra il 1591 e il 1861 apprendiamo come quello che oggi appare un unico edificio compatto sia, in realtà, il risultato dell’accorpamento progressivo di quattro diverse unità immobiliari, tre delle quali di nostro diretto interesse. In sintesi, la porzione settentrionale del palazzo giungerà alla famiglia Gazzinelli, proprietà di Tommaso e Aurelio, nel 1657, la porzione meridionale nel 1676 e quella centrale nel 1700. Attorno al 1710 l’intero blocco giungerà in eredità all’abate Aurelio e a suo fratello, figli di Carlo, e dal 1727 all’avvocato fiscale Francesco e a suo fratello, il canonico don Pietro. Dalla metà del XVIII alla metà del XIX il palazzo passerà, invece, nelle mani della famiglia Parravicino. Se ne deduce che i Gazzinelli, già attestati dalla metà del XVII secolo nella porzione nord dell’odierno complesso, annetteranno le due unità adiacenti agli inizi del XVIII, risultando unici proprietari del bene fino circa alla metà del Settecento e provvedendo a commissionare in questa specifica finestra temporale il fregio all’interno della bellissima Sala di Antonio e Cleopatra al piano nobile, oggi occupata dallo studio legale Fabiani, Antares Srl, che colgo l’occasione per ringraziare della disponibilità.
Indagando, apprendiamo come questa pressoché sconosciuta famiglia comasca non fosse affatto estranea alla compagine artistica locale, dal momento che all’interno della chiesa dei Ss. Ambrogio e Bernardo a Limonta (fraz. Oliveto Lario) la cappella destra, dedicata a Sant’Antonio da Padova, fu costruita nel 1672 per volontà di Carlo e Giuseppe Gazzinelli, canonici del Duomo di Como, e che quando nel 1723 si commissionò il nuovo altare maggiore per la Cattedrale di Como fu delegato il canonico Pietro Gazzinelli a prendere accordi con i periti per quanto riguarda la scelta dei marmi e la forma della pianta generale. Consultando, inoltre, la «Notta [nota] delli sbozzi che tengo de opere fatte si in olio come a fresco», autografa del sommo pittore intelvese Carlo Innocenzo Carloni e redatta il 20 gennaio 1744, apprendiamo come l’opera 114 delle 321 complessive sia un “Ercole e Iole” dipinto per il “Fiscal Gazzinelli”, ovvero per l’avvocato fiscale Francesco Gazzinelli di Como già menzionato. Fu lo stesso Gazzinelli tra coloro che all’interno della Basilica del SS. Crocifisso di Como commissionarono, sempre al Carloni, la decorazione della Cappella dell’Immacolata tra il 1725 e il 1726. Infine, l’abate e canonico Pietro Augusto Gazzinelli è indicato come destinatario di un lascito da parte del marchese milanese Cesare Pagani (1634-1707), instancabile e raffinato collezionista che quando fu imprigionato fuori Cremona nel 1704 perché sospettato di appoggiare gli Asburgo durante la guerra di Successione Spagnola, due anni dopo scelse di donare al Gazzinelli il quadro della “Carità Romana” (o Cimone in carcere nutrito dalla figlia Pero), capolavoro del 1706 del grande pittore comasco Paolo Pagani, una delle sue opere mature senza dubbio più suggestive e riuscite: «Lascio al signor abbate Gazinelli, mio caro e riverito amico, il quale giorni sono usò l’amorevolezza di regalarmi sino da Como con li asparagi primaticci del suo bell’orto, lascio, dico, il bel quadro della Carità figliale del celebre e da me sommamente diletto pittor Pagani» leggiamo da una missiva del 30 aprile 1706 inviata dal Castello di Pizzighettone in cui il marchese era detenuto.
La Sala di Antonio e Cleopatra
Accedendo alla corte e allo scalone seicentesco si raggiunge il piano nobile, dove tra varie stanze decorate con stili differenti, dal neoclassico al pompeiano, spicca - come detto - la Sala di Antonio e Cleopatra, contraddistinta da uno splendido soffitto “a passasotto” con decorazioni vegetali a monocromo e affrescata agli inizi del Settecento - presumibilmente da un allievo del pittore comasco Pietro Bianchi detto il Bustino - con un elegantissimo fregio in cui, immersi in un complesso sistema di false architetture a trompe-l’oeil, si aprono quattro affollate cartelle dedicate proprio alla celebre regina d’Egitto e al triumviro romano. Gli affreschi costituiscono un precedente rispetto al ben più noto ciclo di Antonio e Cleopatra visibile nel salone da ballo di Palazzo Labia a Venezia, opera di Giambattista Tiepolo databile al 1746-1747.
Procedendo in ordine cronologico riconosciamo sul lato nord, quello corto entrando a destra, l’Incontro tra Antonio e Cleopatra. Dopo l’uccisione di Bruto e Cassio nel 42 a.C. il generale romano stabilì il proprio centro di comando ad Atene e si mosse verso oriente raggiungendo la città turca di Tarso nell’estate del 41 da cui inviò alcune lettere di convocazione a Cleopatra per ottenere ragguagli al merito al ruolo che lei stessa poteva aver ricoperto durante la guerra ai cesaricidi: all’interno della scena si osserva l’arrivo trionfale di Cleopatra a bordo del proprio “thalamegós” - un panfilo reale di oltre 115 metri che ospitava un palazzo a due piani - mentre risale il fiume Cidno per mostrare tutta la propria opulenza.
Sul lato est (lungo) è ritratto “Il banchetto di Antonio e Cleopatra”: proprio nell’intento di impressionare e conquistare Antonio e il suo seguito, la regina d’Egitto organizzò per giorni sontuosi banchetti a bordo della propria imbarcazione e in occasione di uno di questi - narra il comasco Plinio il Vecchio nella sua “Naturalis Historia” (libr. IX, 119-121) - Cleopatra scommise con Antonio che sarebbe stata in grado di spendere ben dieci milioni di sesterzi per un solo pasto e avrebbe ordinato un calice colmo di aceto in cui avrebbe sciolto uno dei suoi preziosissimi orecchini di perla. Non appena la perla si dissolse, la regina bevve d’un fiato l’intruglio e vinse la scommessa.
Sul lato ovest, quello lungo in affaccio su via Rodari, è ritratta “La conquista romana dell’Egitto”, corale e concitata scena di battaglia in cui distinguiamo Marco Antonio in rotta sulla sinistra, Cleopatra su un cocchio a destra e al centro il turbinio delle truppe di Ottaviano recanti il vessillo con il celebre acronimo S.P.Q.R. e le insegne con l’aquila di Giove. A seguito della disfatta navale di Azio del 2 settembre 31 a.C. Antonio e Cleopatra ripararono ad Alessandria d’Egitto, ma la capitale fu assediata da Ottaviano e da Marco Vipsanio Agrippa il 31 luglio del 30 a.C. inducendo i due amanti al suicidio e decretando di fatto l’annessione dell’Egitto come provincia romana.
Sul lato sud (corto), infine, è ritratta “La morte di Cleopatra”, l’unica cartella in cui non sia presente Marco Antonio, dal momento che questi, informato erroneamente della morte della consorte, si era già ucciso trafiggendosi con la propria spada all’indomani della presa di Alessandria. Cleopatra, invece, tenuta in custodia dagli uomini di Ottaviano, riuscì a evitare l’onta di essere trascinata a Roma come prigioniera uccidendosi il 12 agosto del 30 a.C., secondo la tradizione, facendosi mordere il seno da un aspide o da un cobra egiziano nascosto all’interno di una cesta di fichi freschi.
Riassumendo, due delle quattro cartelle - lati nord ed est - immortalano gli episodi preliminari agli amori di Antonio e Cleopatra, contrassegnate dallo sfarzo e dalla mondanità ostentate dai due potenti amanti, mentre le altre due - lati sud e ovest - il drammatico epilogo di questa passionale quanto rapida parabola amorosa e politica.
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