( foto Carlo Pozzoni)
L’addio a Gino Paoli, storia di un artista
prestato alla musica
Il personaggio Avrebbe voluto tornare a dipingere, come agli inizi della sua carriera di cantautore. Se n’è andato l’ultimo baluardo della “Scuola genovese”
Como
«“In quel tempo che mi resta ho ancora delle cose da fare. La risposta alla domanda “Cosa farò da grande?” – scriveva Gino Paoli in calce al libro pubblicato per i suoi novant’anni, che portava lo stesso titolo di uno dei suoi innumerevoli brani celebri – Per prima cosa devo farmi un ultimo tatuaggio. Un altro delfino, accanto a quello che ho sulla spalla. I delfini vanno sempre in coppia, e sarebbe un peccato lasciarlo morire di solitudine. Poi vorrei rimettermi a dipingere. Dieci quadri, non uno di più, non uno di meno. Mi mancano pennelli e colori, sono sessant’anni che non mi metto davanti a una tela e la mano mi trema un poco, ma la sicurezza nel gesto non l’ho persa».
È un rimpianto che lo ha accompagnato da sempre: quello di aver abbandonato l’arte pittorica per la “canzonetta”, smettendo di dipingere in quella soffitta vicino al mare, «con una finestra a un passo dal cielo blu». Ma alla fine vinse la musica, appresa dalla madre che suonava il pianoforte. Nel frattempo il padre ingegnere osservava con preoccupazione quel figlio scapestrato abbandonare il liceo e, sperando di incanalarne almeno il talento naturale per il disegno, cercava di sistemarlo prima come disegnatore meccanico e in seguito come grafico pubblicitario. Finché la musica non lo rapì, letteralmente, portandolo altrove.
Gli amici della prima ora
Nel giro che Paoli frequentava a Genova c’erano anche due fratelli, Gian Franco e Gian Piero Reverberi. Furono loro i primi a compiere il salto, trasferendosi a Milano per lavorare alla prestigiosa casa discografica Ricordi. Raggiunta una posizione di rilievo, si affrettarono a chiamare gli amici genovesi che ritenevano più promettenti: Luigi Tenco, Bruno Lauzi e proprio Gino, che amava profondamente il jazz e scriveva poesie in musica.
Le prime otto canzoni uscirono tutte nel 1959, suddivise su quattro 45 giri, ma titoli come “La tua mano”, “Chiudi”, “Dormi”, “Non occupatemi il telefono”, “La notte”, “Per te”, “Dedicato a te” e “Senza parole” oggi restano noti quasi esclusivamente ai collezionisti e agli appassionati. Con “La gatta” il discorso cambiò. Il brano possedeva una melodia apparentemente semplice e un testo che riusciva a piacere persino ai bambini. L’arrangiamento curato da Gian Piero Reverberi non nascondeva la lezione appresa da “Magic moments”, che Burt Bacharach e Hal David avevano confezionato per Perry Como: anche in quel caso si trattava di un classico “giro di do” (una delle sequenze di accordi più comuni e abusate nella musica leggera), sul quale però gli archi costruivano svolazzi eleganti e melodie parallele.
Fu un successo travolgente, reiterato poco dopo da “Il cielo in una stanza”. Un brano anticonformista, che descriveva un amore mercenario, un racconto impressionistico con un doppio senso audacissimo per l’epoca (quell’“organo che vibra per te e per me”) che i censori furono costretti a perdonare di fronte alla popolarità incontenibile del brano, reso quasi immediatamente immortale dalla voce di Mina.
La musa
Tuttavia, non era la “Tigre di Cremona” la sua musa. Quel ruolo spettava a Ornella Vanoni. Nonostante fosse un uomo già sposato dal 1954 con Anna Fabbri, l’anticonformista Gino viveva ogni emozione “di pancia”, senza preoccuparsi minimamente delle apparenze o delle conseguenze.
Così, la storia tra i due divenne palese, muovendosi tra le pieghe di capolavori come “Senza fine” e “Sassi”, per poi interrompersi con “Sapore di sale”, dedicata alla nuova, giovanissima fiamma: Stefania Sandrelli. Poi, un colpo di pistola. «Credo solo di aver detto fra me e me: hai tutto, molto di più di quello che ti serve. Hai visto tutto, non ti resta più niente da guardare. Perché non te ne vai a vedere cosa c’è dall’altra parte? Che ti frega?», ha scritto. Così la notte dell’11 luglio 1963, dopo aver ingerito una quantità di barbiturici insufficiente a ucciderlo, optò per la pistola, puntandola direttamente al cuore. Se “il Gino” si fosse fermato in quel momento, avrebbe comunque lasciato un segno indelebile nella storia della cultura italiana. Invece sopravvisse, con quel proiettile rimasto incastrato nel pericardio come un macabro, perenne souvenir. Inventò scuse, minimizzò l’accaduto, mentre i rotocalchi dell’epoca gridavano allo scandalo sostenendo che lo avesse fatto perché Tenco gli aveva “portato via” la Sandrelli.
Secondo Arnaldo Bagnasco, giornalista amico e storico della canzone, influì il senso di colpa per un incidente d’auto avvenuto l’anno precedente, in cui aveva perso la vita un amico. Tuttavia, non fu quel tragico tentativo a fermare la carriera di Paoli, quanto il mutamento del gusto dei tempi. Perché i tempi stavano cambiando, come ammoniva un giovane folksinger americano, che faceva impazzire i ragazzi nonostante la voce nasale, pochi accordi di chitarra e testi che nessuno sembrava capire fino in fondo. Per non parlare dei quattro di Liverpool che stavano spostando l’asse della musica mondiale. In questo nuovo scenario Gino, Luigi e Bruno, ma anche Umberto Bindi, Sergio Endrigo e quel Piero Ciampi che proprio Gino cercò invano di lanciare, apparivano improvvisamente come figure di un’epoca passata (resisteva solo De André).
Per tutti gli anni Settanta e gran parte dei primi Ottanta, quello di Paoli rimase un nome confinato nel passato. Viveva di serate nostalgiche, pur continuando a pubblicare dischi di straordinaria fattura che però pochissimi volevano ascoltare. Vale la pena ricordare “I semafori rossi non sono Dio”, dedicato al repertorio del catalano Joan Manuel Serrat, “Ciao, salutime un po’ Zena”, in dialetto genovese quasi dieci anni prima di “Crêuza de mä”, e “Ha tutte le carte in regola”, con le canzoni del povero Ciampi, scomparso prematuramente.
L’amore definitivo
In quegli anni difficili trovò però l’amore definitivo: Paola Penzo, la compagna del resto della vita. Il ritorno trionfale avvenne solo nel 1984, con brani che riprendevano le atmosfere dei tempi d’oro come “Averti addosso” e “Una lunga storia d’amore”, seguiti dalla tournée con la Vanoni e dalla hit “Quattro amici”.
Da quel momento, Paoli è entrato definitivamente nel novero delle istituzioni, distinguendosi anche per l’impegno politico (eletto deputato con il Pci nel 1987, pur professandosi anarchico) e per la presidenza della Siae, un ruolo che gli attirò non poche critiche dai colleghi più giovani e battaglieri. Poi la vecchiaia e l’attesa.
Immaginava di trovarsi davanti a Dio: «Gli domanderò ancora una volta perché mi ha lasciato quaggiù così tanto tempo. Perché si è portato via a uno a uno tutti quelli a cui volevo bene, le persone che amavo, alcuni davvero troppo presto, lasciando in giro cialtroni, parolai indefessi e intriganti inutili». L’ultima a partire è stata Ornella, che aveva solo un giorno più di lui. Paoli era l’ultimo baluardo della “Scuola genovese”, l’ultimo sopravvissuto di quei primi grandi cantautori moderni. E un altro pezzo del Novecento, lentamente, se ne va.
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