Liberty, tra natura e sguardo femminile

La mostra Nelle sale di Palazzo Martinengo, a Brescia, una rassegna celebra l’Art Nouveau e i suoi temi dominanti. Attenzione focalizzata sugli animali e la vegetazione, usati in modo fantasioso e decorativo, ma anche sulle donne

L’occhio del curatore - in questo caso i tre studiosi che hanno ideato la mostra apertasi a Brescia nelle sale di Palazzo Martinengo - è sempre soggettivo. Il bello di questo lavoro è presentare un artista, un periodo, un movimento, secondo il proprio punto di vista. È un rischio, come può esserlo riprogettare allestimenti museali che non sempre sono necessari, ma che per lo più offrono spunti di riflessione.

È un po’ quello che si avverte visitando le sale del bel palazzo nobiliare collocato nel centro della città di Brescia, in via dei Musei, in prossimità di prestigiose raccolte archeologiche e artistiche. Anche senza leggere i pannelli didattici delle otto sezioni che compongono la mostra o le pagine del catalogo (superbo quanto a qualità editoriale e interesse dei contributi scientifici), si coglie immediatamente che lo sguardo è tutto incentrato sul binomio Donna-Natura.

La chiave ornamentale

Se la tematica naturalistica (comprensiva anche del variegato mondo animale), è sempre stata una dei caratteri costanti di questo movimento complesso che è il Modernismo - per utilizzare la dicitura maggiormente diffusa in ambito critico - , specifica è l’attenzione e il risalto posti in questo caso alla figura femminile. Non letta come pura decorazione o elemento edonistico, ma come componente fondamentale nel rapporto con la Natura, questa sì idealizzata e presentata, in molti casi, in chiave ornamentale e fantasiosa.

Questo principio lo si percepisce camminando in molte città europee, osservando le tante architetture legate al gusto “fin de siècle”, realizzate tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Dal Belgio -in particolare Bruxelles in cui la casa di Victor Horta (1892-93) è considerata il prototipo dell’Art Nouveau (termine francese del Liberty), alla Gran Bretagna, alla Germania, all’Austria, alla Spagna. Ne parliamo perché a Milano, in zona Porta Venezia (Via Malpighi 3), è possibile vedere Casa Galimberti (1903-1905), quasi completamente ricoperta da piastrelle in ceramica colorata con monumentali figure di donne intrecciate a fronde d’alberi. Scriveva Ferdinando Reggiori: «E Milano, che già si era mostrata sensibilissima alla nuova moda, non mancò di consacrarvisi padrona con l’Esposizione del 1906, celebrante il traforo del Sempione. Ormai non c’era più discussione. Ovunque si dovesse costruire, appariva il nuovo verbo, il “Liberty”. Quartieri completi, oppure case sparse, proclamavano a gran voce una unicità espressiva che finirà con il creare “ambiente”, l’ennesimo nuovo volto della città» (Milano Liberty, 1969).

Un pensiero a Cernobbio

E non si può non ricordare a Cernobbio, Villa Bernasconi progettata dall’architetto Alfredo Campanini (1905-1906), come un insieme unitario, con fregi dai colori contrastanti raffiguranti, appunto, elementi vegetali stilizzati. Da alcuni anni è un museo, ma nacque come residenza dell’imprenditore tessile Davide Bernasconi ed era nota come “casa della moda”.

La moda, a cui è dedicata una delle sale della mostra, è una spia significativa del cambio dei tempi. È il nuovo gusto della borghesia moderna, tutta presa dal progresso industriale, dalla novità dei materiali che si andavano via via diffondendo (cemento, ferro, vetro) che rivoluziona sia l’ambiente domestico sia l’abbigliamento, in particolare quello femminile. Si fa strada una nuova estetica in aperta polemica con l’accademismo ottocentesco che trova in mostra alcuni esempi significativi, anche contrastanti tra loro: dalla semplicità raffinata del “Ritratto di Nerina Volpi di Misurata” (E. Tito, 1909), al sontuoso e conturbante “Ritratto della marchese Edith Oliver Dusmet” (V. M. Corcos, 1911). Scriveva sempre Reggiori: «Le mamme portavano spumeggianti camicette della Rosa Genoni, con una pettorina a forma di di cravattona, fermata da una spettacolosa spilla del parigino Lalique; al polso, un’armilla in forma di serpente avvoltolato, del Cusi; al dito, una lasagna di diamantini incornicianti una mandorla turchina del Confalonieri». Come si diceva in apertura, ogni progetto espositivo è un mondo a sé e gli studiosi hanno scelto, a fronte di una rigorosa selezione di oggetti (100 “pezzi”: dipinti, sculture, ceramiche -splendide quelle di Galileo Chini- mobilio, cartelloni pubblicitari, ecc...), di aprire nuove prospettive sollecitando così altre riflessioni. Una sfida riuscita.

Va riconosciuto a questa mostra, con l’inserimento delle sezioni dedicate a due linguaggi che si stavano imponendo nel mondo dell’arte, la fotografia e il cinema (sequenze di film dell’attrice Lyda Borelli conservate a Bologna, Collezione Fondazione Cineteca), di aver arricchito l’immaginario visivo di un movimento, il Liberty, certamente moderno, raffinato, ma anche spregiudicato per molti versi.

La capitale del Floreale

Un linguaggio che trova in Italia la sua consacrazione nel 1902 a Torino con l’Esposizione Internazionale d’Arte Decorativa Moderna e che permeò, con giudizi alterni da parte della critica, spesso dissacratori, alcuni decenni della storia europea, fino alla tragedia del primo conflitto mondiale. Infine, a dimostrazione del crescente interesse per questo stile, ricordiamo che da alcuni anni è attivo il festival internazionale, Art Nouveau Week (@artnouveauweek)) ed è in continuo aggiornamento un catalogo dedicato all’architettura Liberty. Fino ad ora sono stati censiti circa 15.000 edifici, molti dei quali conservati in Lombardia. D’altronde Milano è considerata la capitale del Floreale, alias Liberty.

© RIPRODUZIONE RISERVATA