( foto enzo pifferi)
Marzo 1944 e gli scioperi degli operai lombardi: il ricordo dei deportati
La mostra Circa 350mila lavoratori lombardi aderirono alla mobilitazione contro i nazifascisti e molti finirono nei lager. Mostra, targhe, pietre di inciampo e video in memoria, dopo che ormai da quattro anni è morta l’ultima testimone
( foto enzo pifferi)
È esistito un tempo in cui i lavoratori hanno avuto il coraggio di scioperare contro la guerra in casa e contro l’occupazione nazifascista del Nord Italia. Tra il 1° e l’8 marzo del 1944 circa 350mila persone in Lombardia aderirono alla protesta proclamata da un “comitato segreto d’agitazione” con un volantino che è stato rispolverato in questi giorni dal Centro Studi Schiavi di Hitler di Cernobbio, maggiore punto di riferimento in Italia per la raccolta di dati e testimonianze relativi alla deportazione in Germania dei cosiddetti Internati militari italiani e dei civili, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943.
Le rivendicazioni
«Operai e operaie, tecnici e impiegati!» si legge nel ciclostilato «Fermate le macchine chiudete i registri. Restate però ai vostri posti di lavoro, compatti e disciplinati [...], pronti a ogni manifestazione che fosse ritenuta necessaria, pronti a rintuzzare qualsiasi violenza da chiunque venisse. Inviate dai padroni delle delegazioni [...] incaricatele di pretendere le vostre dettagliate rivendicazioni». Tre erano le richieste rimarcate in grassetto: «a) Un effettivo aumento delle paghe, proporzionato all’aumentato costo della vita, con particolare riguardo alle paghe più basse. b) Un effettivo aumento delle razioni alimentari per tutti, con particolare riguardo ai grassi, al latte, allo zucchero per i nostri bambini. c) L’effettivo pagamento delle gratifiche promesse in dicembre ed il mantenimento di tutte le promesse fatte».
Faceva seguito, nel volantino, un appello a sollecitare la fine della guerra che da quattro anni affamava il popolo e del regime che continuava a perpetrare angherie nelle regioni in cui si era arroccato durante la fase della Repubblica Sociale Italiana. «Chiedete che cessino tutte le violenze naziste e fasciste contro i lavoratori e i familiari dei patrioti, contro gli arrestati. Chiedete il rilascio di tutti i carcerati politici». E ancora: «Chiedete che non si produca più per la guerra nazifascista, ma per i bisogni del nostro popolo. Si eviteranno così i bombardamenti aerei». L’appello di concludeva con il monito: «Non un uomo né una macchina in Germania». Lo sciopero, purtroppo, si concluse ben diversamente, perché di uomini e donne i nazifascisti ne deportarono a migliaia in quei giorni di marzo. Andarono ad aggiungersi ai circa 700mila internati militari e molti di loro non tornarono più.
Oggi, alle 11.30 al Cimitero monumentale di Como, annuncia il responsabile del Centro studi Schiavi di Hitler, Valter Merazzi, «verrà scoperta la targa che su nostra sollecitazione e proposta il Comune di Como ha voluto posare in ricordo di Antonio Carbonoli, Ariodante Gatti e Giuseppe Rodiani, operai della ditta Castagna, deportati e deceduti a Gusen Mauthausen per aver scioperato nel marzo del 1944». «La lapide - aggiunge - si affianca a quella degli operai della Comense [poi nota come Ticosa, nda], messa nel dopoguerra dai lavoratori della fabbrica. Lo sciopero delle fabbriche, sotto occupazione tedesca e nonostante la tracotanza dei repubblichini, segnò il punto più alto della Resistenza in città».
Diversi Comuni stanno dedicando iniziative agli scioperi del ’44: Lecco ha una piazza dedicata, per esempio, e Tavernerio ha previsto una mostra e la posa di una pietra di inciampo. “6 marzo 1944. Dalla Fabbrica al Lager” di intitola l’esposizione in corso fino al 15 marzo al Centro Civico di Ponzate, in piazza Garibaldi, realizzata in sinergia tra Centro Studi Schiavi di Hitler e Anppia (ingresso gratuito, orari: sabato 15-18, domenica 10-12). Venerdì 13 marzo alle 10.30, al Centro civico “Rosario Livatino”, sempre a Tavernerio, verrà introdotta la posa di una “Pietra d’Inciampo” in memoria di Ariodante Gatti, operaio della Castagna, che si trovava a Como dove oggi sorge il “Pirellino”, deceduto a Gusen sei mesi dopo la deportazione.
Il sito e i video
Il Lario è un punto di riferimento per le ricerche sugli schiavi di Hitler dal 1999, quando la Germania attivò dei risarcimenti tardivi, che in seguito si dimostrarono anche escludenti per i più, ed ex deportati da tutta Italia si rivolsero all’Istituto di storia contemporanea “Perretta” di Como, allora guidato da Ricciotti Lazzero e dallo stesso Valter Merazzi. Gavino Puggioni e Maura Sala si sono dimostrate altre figure fondamentali per raccogliere testimonianze di questo drammatico spaccato della storia collettiva. Dopo che nel 2022 è morta Ines Figini, ex operaia della Ticosa per 25 anni testimone infaticabile nelle scuole, è più che mai prezioso il sito del Centro studi Schiavi di Hitler (https://www.schiavidihitler.org/) su cui si possono vedere la mostra e numerose videotestimonianze.
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