Meglio non nascere? Una filosofia per questi anni di gelo demografico

Il saggio Sarah Dierna si interroga sull’antinatalismo, linea di pensiero che risale fino alla Grecia classica. Ma al pessimismo letterario preferisce una scienza morale rigorosa

Una giovane storica della filosofia, Sarah Dierna, classe 1997, si interroga – e ci interroga –, in un libro tanto intelligente e dotto, quanto provocatorio, sul cosiddetto «antinatalismo». Ovvero, su quella filosofia morale, ma non solo morale, densa come è di implicazioni metafisiche, che ritiene la vita dell’uomo un male assoluto, qualcosa cui occorre porre risolutamente rimedio.

Come? Evitando sistematicamente, radicalmente, di mettere al mondo figli. Condannando l’umanità ad una fine dolce, una specie di “killing me softly” del genere umano, tutto quanto.

Una tesi argomentata e solida

Il libro “È il nascere che non ci voleva. Storia e teoria dell’antinatalismo” (Mimesis, 2025), ha già fatto ampiamente discutere. Non solo per il pessimismo radicale che evidentemente evoca, ma perché – filosofia a parte – il “gelo demografico” pare ora una minaccia non lontana, e la dimensione speculativa dell’«antinatalismo» – corrente che ha diversi esponenti, tra cui il filosofo sudafricano David Benatar, figlio di un noto esperto di bioetica, e sostenitore delle sue tesi in un libro del 2006, di cui Dierna riprende, e discute le tesi – lo rende una vera e propria scienza morale che incoraggia alla non-procreazione.

Per il bene di sé stessi e per prevenire il male cui, inevitabilmente, andranno incontro i nuovi umani, che iniziano sì a vivere, ma anche a morire, nel momento stesso in cui vengono al mondo. Siamo dunque nei territori del pessimismo radicale, che ha avuto, soprattutto in Occidente, cultori svariati, a partire dalla Grecia classica, ma forse ancor prima.

La vecchia, tristissima narrazione di Sileno, che Nietzsche riprende – in quel secolo di trionfo del pessimismo radicale, argomentato filosoficamente in un modo o nell’altro – che fu l’Ottocento, è indicativa: «L’antica leggenda narra che il re Mida inseguì a lungo nella foresta il saggio Sileno, seguace di Dioniso, senza prenderlo. Quando quello gli cadde infine fra le mani, il re domandò quale fosse la cosa migliore e più desiderabile per l’uomo. Rigido e immobile, il demone tace; finché, costretto dal re, esce da ultimo fra stridule risa in queste parole: “Stirpe miserabile ed effimera, figlio del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che per te è vantaggiosissimo non sentire? Il meglio per te è assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma la cosa in secondo luogo migliore per te è – morire presto.”»

Nietzsche ricupera il motivo da uno dei maggiori scrittori della classicità, forse il più panoramico di tutti, Plutarco, il quale a propria volta lo riesuma, popolarizzandolo, come era nel suo stile “giornalistico”, da Aristotele.

Quante riflessioni suscita un tema come questo, che Dierna, siciliana – di una regione che vede effettivamente la popolazione calare in modo impressionante, sia per le migrazioni, sia per la natalità sempre minore – affronta dal punto di vista di una filosofia che vuole sottrarre il pessimismo alla letteratura – si leggano le bellissime pagine di E. M. Cioran, in un libro che riecheggia il titolo di quelli di Benatar e di Dierna, “L’inconveniente di essere nati” (Adelphi), di Leopardi, di Nietzsche, di Schopenhauer – e consegnarlo ad una vera e propria scienza morale. Argomentatissima, solidissima.

L’umanità vuole estinguersi?

In effetti, l’umanità, se solo lo volesse, potrebbe estinguersi senza spargimenti di sangue: evitando tutta di procreare. Ipotesi estrema, oggetto di letteratura, di cinema, di utopie ma soprattutto di distopie.

Le Regioni più povere in Italia mostrano tassi di natalità inferiori alle altre: i peggiori in Sardegna, i migliori in Trentino-Alto Adige

Succederà mai? Probabilmente no, per quell’istinto vitale che ci è proprio, e che è difficile sradicare, meno che mai attraverso opere di convincimento teorico. Le ragioni per cui non si fanno più figli, o se ne fanno assai meno, in tutto il mondo, ma in Spagna, Giappone, Italia, Corea del Sud in particolare – dunque, in stati ancora abbastanza ricchi –, sono al contempo più e meno complesse, non dipendono da sistemi filosofici ma da circostanze fattuali, e psicologiche: il timore che il futuro non sia buono, che i nostri figli, dunque, abbiano una vita peggiore, dal punto di vista delle condizioni economico-sociali, rispetto a noi. Regioni povere mostrano tassi di natalità assai inferiori rispetto a quello ricche, in Italia i peggiori si riscontrano in Sardegna, i migliori in Trentino-Alto Adige. In Sardegna, si è ormai sotto l’1%, e sappiamo che per garantire continuità alla popolazione occorre il 2,1% (almeno). Di sicuro, Dierna tocca corde scoperte, anche e proprio nel regno della filosofia, nel dominio molto difficile tra dottrine filosofiche, e azioni individuali dei filosofi, ad esempio.

Kant – il più grande di tutti – predicava: «Agisci in modo che la massima della tua volontà possa sempre valere nello stesso tempo come principio di una legislazione universale!». Questa una delle formulazioni del celebre “imperativo categorico”, perno della complessa etica kantiana. Sì, sì, ma Kant figli non ne ha fatti, e se l’umanità avesse seguito il suo imperativo, si sarebbe già abbondantemente estinta, visto che il grande pensatore morì nel 1804. Gli storici della filosofia maligni lodano la sua scelta: Hegel ne fece invece uno, un delinquentello che dovette denunciare alla polizia perché rubava tutto quello che trovava a casa.

In chiusura, un libro che fa davvero pensare, oltre ad essere assai rigoroso. Da riscoprire, poi, tanti pessimisti, soprattutto il primo grande iniziatore del pessimismo ottocentesco – insieme a Leopardi – Alphonse Rabbe, il cui Album d’un pessimiste attende ancora una traduzione in italiano.

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