Miles Davis, cent’anni di colpi a segno

L’anniversario Pugile, pittore, tossicodipendente, dandy, pappone e per tutto il tempo un musicista senza pari. Ma anche un combattente nato che si è fatto strada negli Usa segnati dal razzismo e ha cambiato la storia del jazz

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Miles Davis è stato un pugile e un pittore, un tossicodipendente e un pappone, un dandy e, naturalmente, un grande musicista. Il più grande? Inutile collocarlo su qualche trono, ma a cent’anni dalla nascita e a 35 dalla morte si può affermare, ancora una volta, che è stato l’uomo che, più di tutti, incarna il percorso del jazz nella seconda metà del Novecento.

Un percorso a ostacoli

Un percorso che, quasi sempre, ha contribuito a determinare, grazie alle sue intuizioni e alla sua capacità di evolvere, costantemente. Un combattente nato, che si è fatto strada nel duro ambiente musicale dominato dai bianchi, negli Usa che, in tanti Stati, applicavano rigidamente il segregazionismo. Venne picchiato, una sera, mentre gironzolava attorno al locale in cui si stava esibendo. Venne picchiato da un poliziotto che non credeva che si trattasse della stessa persona ritratta sul manifesto e, anche se fosse, non poteva passeggiarsene così impunemente.

Non imparò a tirare di boxe per affrontare altre situazioni come quella, ma per cercare di sconfiggere la dipendenza dall’eroina, la stessa che aveva portato a morte prematura il suo mentore, Charlie Parker.

Tutto il jazz tranne il free

Ebbe un’influenza grandissima su Miles, che, però, citava tra i punti di riferimento più importanti della sua vita soprattutto il grande campione Sugar Ray Robinson (avrebbe dedicato alla nobile arte uno dei suoi album più considerati, oggi: “Jack Johson”, colonna sonora di un film dedicato a un altro boxeur leggendario). Dal bebop di “Bird” all’hip hop delle ultime incisioni: Davis ha attraversato tutte le correnti, ma soprattutto le ha create. Con il nonetto messo in pista alla fine degli anni Quaranta si parlò di “cool jazz”, uno stile rilassato, quasi classico, in netta contrapposizione con quello “brevettato” da Parker e Dizzy Gillespie. Quest’ultimo era un modello inarrivabile per Davis, che, infatti, decise di concentrarsi sui registri medi della tromba, lavorando sul timbro e sull’intensità più che sui virtuosismi vertiginosi, come un pittore impressionista.

Gli anni Cinquanta sono quelli del primo grande quintetto, con dei protetti che poi si faranno strada: John Coltrane, Red Garland, Paul Chambers e Philly Joe Jones. Una formazione epocale, responsabile di dischi leggendari e di concerti incendiari mentre in studio, Miles collaborava anche con il grande arrangiatore Gil Evans: Davis non avrebbe mai guidato una big band, ma sarebbe stato la star, circondato da essa.

Dopo “Kind of blue”, una pietra miliare assoluta, vide sfaldarsi tutto e l’inizio degli anni Sessanta fu difficile, fino alla nascita del secondo quintetto con Wayne Shorter, Herbie Hancock, Ron Carter e Tony Williams. Non abbracciò il free, unico genere da cui si tenne ostinatamente alla larga, ma decise di rivaleggiare con i rockettari elettrificando il suo jazz, dando la stura a tutta la fusion successiva.

Anni bui, quelli a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta, con un colpo di coda finale fino alla scomparsa. Moriva a 65 anni dopo aver cercato di abbracciare anche il rap. Il più grande, come il suo amico Muhammed Alì? O semplicemente il migliore, come Mike Tyson? Semplicemente, assolutamente Miles.

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