Nel Novecento due anime dell’arte. L’inedito di Collina

La pubblicazione In un libro cento articoli del pittore. Presentazione domani a Villa Erba di Cernobbio con la consegna dell’Abbondino d’Oro alla memoria

Oggi che arte fa? Difficile rispondere al quesito, almeno difficile per me che non sono più un giovane pittore. Forse per coloro che si accingono all’impresa di affrontare il mestiere delle arti, il problema non esiste, dopotutto è pur vero che ognuno dipinge come sa, senza porsi a priori troppe alternative, ma per uno come me che vorrebbe intravedere almeno le direttrici dell’arte di oggi, il compito rimane ostico. Ai più il sistema artistico contemporaneo può apparire farraginoso, sembra che si possa fare di tutto, un po’ di tutto, ma così non può essere, perché certamente tra qualche decennio anche questo nostro tempo così apparentemente generico e confuso sarà sedimentato e, con la chiarezza del senno di poi, anche storicizzato.

Uno dei periodi più ricchi

Ma forse è sempre stato così, per lo meno così deve essere sembrato ai suoi contemporanei anche il primo decennio del Novecento, infatti uno dei periodi più ricchi di storia, di novità, di capolavori al principio fu largamente frainteso.

La storia dell’arte potrebbe essere assimilabile a una grande pianura della quale noi occupiamo il lembo estremo. Se guardiamo alle nostre spalle, riusciamo a scorgere con chiarezza tutto ciò che è rimasto delle tante battaglie che nel tempo si sono susseguite, ma nulla vediamo di quanto invece succede attorno a noi, perché la guerra ci circonda, il clangore delle armi è assordante, il fumo e la polvere ci impediscono la vista. Ritengo ci sia soltanto un modo per ovviare a tanta difficoltà, e non per capire tutto quanto succede in tempo reale, ma almeno per tentare qualche indagine cognitiva.

Il metodo è sempre lo stesso: sapere di più, capire un po’ di più, indagare su quanto è successo poco prima, chiarire a se stessi gli immediati precedenti, almeno quelli già istituzionalizzati, e dunque, per sapere di oggi, occorre analizzare al meglio gli ultimi decenni del Novecento.

Il Novecento, zeppo di avanguardie, di movimenti artistici apparentemente in contrasto anche tra loro, di artisti pronti a giurare sulle più opposte tendenze, di rivoluzioni e di controrivoluzioni, oggi ci appare sicuramente molto più omogeneo di quanto dovette sembrare ai suoi contemporanei.

Oggi non sarebbe difficile stilare una lista delle tante ipotesi che ebbero in comune tra loro anche le avanguardie più estreme, quelle sempre pronte a decollare per la tangente, perché ormai almeno la prima metà di quel secolo appartiene già alla storia dell’arte, e la seconda, quella dagli anni Sessanta in poi, sta per entrarci. E la sua suddivisione in due parti distinte non è poi del tutto banale, perché corrisponde a due diversi intendimenti, alle due anime del secolo: la prima dall’origine alla fine dell’arte informale, la seconda dalla pop art in avanti.

La prima è caratterizzata da un’arte accesa, violenta, sempre sul punto di deflagrare. Di qualsiasi avanguardia si tratti, di qualsiasi artista, sempre il fine è quello di raggiungere l’opinione del mondo scuotendolo alle radici.

Fin dal principio, già dalla pittura dei fauves, dei cubisti, dei futuristi, degli espressionisti, era evidente l’urgenza espressiva dei pittori, il loro bisogno impellente, inestinguibile, inesauribile di provocare, aggredire, soverchiare. E se il Razionalismo degli anni Trenta può sembrare un ripensamento a tutto ciò, è però evidente che non fu duraturo, che fu una pausa, un’isola in un mare in tempesta, infatti subito dopo esplose con inesausto vigore la pittura informale. Almeno per più di un decennio, la scena artistica fu invasa da libere pennellate, macchie dilaganti, segni come fendenti di sciabola, sgocciolature, colate di colore, e non solo in qualche particolare nazione, ma nel mondo intero, dall’America al Giappone attraverso l’Europa.

Quei cinquant’anni furono il tempo dell’“arte moderna”. Forse come mai nella storia, l’arte fu così intensa, così vitale né mai gli artisti furono così partecipi, se non nell’anima almeno certamente nelle viscere.

Nel secondo dopoguerra

E dopo? Finita la Seconda guerra mondiale e finito il dopoguerra, negli anni Cinquanta, l’arte informale, dopo essere esplosa come una nova, ricadde a pezzi, in frammenti con i quali gli artisti del dopo si accinsero a costruire la seconda anima del secolo.

Tutto ciò non avvenne improvvisamente, le “cerniere” non mancano mai nella storia dell’arte e una di queste fu certamente la “popular art”, magari un po’ impropriamente comprensiva anche di artisti come Robert Rauschenberg e Jasper Johns. I pop artisti incominciarono a prendere le distanze da tutto ciò che sapeva di violenza, di tempesta, attingendo dentro i modi dei fumettari e dei pubblicitari.

La pop art, come una palla, a furia di essere rimandata avanti e indietro tra l’arte per così dire d’élite e l’arte popolare, raffreddò la sua temperatura riprendendo le storiche distanze tra il prodotto artistico e il suo autore. Andy Warhol in una sua illuminante biografia degli anni Sessanta dichiarò che lui e quelli come lui furono coloro che “... tolsero all’arte l’introspezione”.

Warhol si defilò sempre nei confronti di interviste, dichiarazioni e commenti e questa frase è una delle sue pochissime estrinsecazioni verbali, in essa non esprime un parere ma un dato di fatto, anzi un suo ineluttabile stato d’animo, perché, nelle righe successive alla dichiarazione, stigmatizza quegli artisti che, un po’ più anziani di lui, si incontravano nei locali pubblici di Manhattan, quelli dell’informale, dell’action painting, quelli come Pollock, De Kooning, Newman, Rothko, ormai venuti a noia perché sempre troppo pronti a sostenere anche a pugni, anche fisicamente le loro convinzioni artistiche.

L’introspezione comportava una partecipazione della mente e ancor più del corpo e a Warhol quei modi non sconfinferavano più. Basta con l’arte gestuale, basta con la tela intesa come luogo di scontro, basta con i pennelli ridotti a registratori degli stati d’animo e basta anche con la supremazia della tela e della pittura a olio. È il tempo delle immagini per quello che sono, non più per il loro significato, per la loro interpretazione, è il tempo degli oggetti trovati e proposti tout court, delle idee allo stato puro. Sono gli anni della concettualità, dell’Arte Povera, del Minimalismo. Come quasi sempre, i termini che vogliono definire poetiche artistiche non fanno giustizia dei valori che queste esprimono. “Concettuale” suona evasivo, come se fosse la scoperta dell’acqua calda, “Arte Povera” può addirittura sembrare un ossimoro e “Minimalismo” è certo estremamente riduttivo.

Dove galleggiano i capolavori

Ma l’anima nuova del Novecento era nata. Magari un po’ didattica come tanta arte concettuale, o un po’ banale come le tante tele pitturate da cima a fondo di rosa, o di grigetto, o di giallino di tanti minimalisti, ma finalmente libera dai turgori espressionisti, ricca di sogni, di profondi desideri, con la voglia di scavare pozzi più segreti, magari più stretti ma più profondi. Se davvero esiste questa seconda anima del Novecento, oggi ancora ci appartiene e dunque solo da qui può nascere l’arte contemporanea.

Non riusciamo a immaginarla, non la vediamo, ma già esiste, e noi dobbiamo imparare a riconoscerla, perché sulla mediocrità dilagante sicuramente, come sempre, qualche capolavoro anche oggi ci galleggia sopra.

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