Sarajevo 2026, trent’anni dopo: la città che rinasce ma non dimentica

Reportage Sui passi di una raccolta di racconti di Miljenko Jergovic, tra piste da bob in disuso e cimiteri in collina. Le tracce della guerra sono sugli edifici e nella voce delle persone che, ancora oggi, ricordano il fuoco e i cecchini

Sarajevo

Le piste da bob disegnano curve paraboliche che sfidano la gravità, tracciati in cemento armato progettati per sostenere velocità e adrenalina. Sarajevo ha ospitato nel 1984 le Olimpiadi Invernali, la pista da bob è stata costruita sul monte Trebević che scruta dall’alto la città. Otto anni dopo, nel 1992, dimenticati slittini, bandiere e medaglie, quelle stesse strutture si sono trasformate in postazioni perfette per i cecchini. Un luogo protetto per sparare senza essere colpiti. Un viaggio a Sarajevo partito dall’alto per arrivare nel cuore della città, l’ex biblioteca nazionale affacciata sul fiume Miljacka, in tasca “Le Marlboro di Sarajevo” di Miljenko Jergović.

Viaggio a Sarajevo 30 anni dopo l’assedio

Sui passi di una raccolta di racconti di Miljenko Jergovic, tra piste da bob in disuso e cimiteri in collina. Le tracce della guerra sono sugli edifici e nella voce delle persone che, ancora oggi, ricordano il fuoco e i cecchini

Lea Borelli

I cimiteri e un tunnel sottoterra

L’assedio della capitale è iniziato il 5 aprile del 1992 ed è terminato il 29 febbraio 1996, esattamente trent’anni fa. La città divenne il teatro dello scontro tra le forze del governo bosniaco, che aveva appena dichiarato l’indipendenza dalla Jugoslavia, e l’Armata Popolare Jugoslava, che insieme alle truppe serbo-bosniache mirava a creare la Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina.

Sarajevo è sdraiata in una vallata incorniciata da colline. Colline che dagli anni Novanta sono costellate da cimiteri. Spicchi di terra ben visibili da ogni prospettiva, distese di stele bianche su erba verde, sulle lapidi le stesse date che si ripetono come un mantra. Nei quattro anni di assedio si stima siano morte quasi 14mila persone, tra civili e combattenti, 1.600 i bambini. Come spiega Jergović: «Ogni cimitero sta su un pendio sopra la città, così se sali in cima» e incontri qualcuno che vuole sapere qualcosa sulla vita di un morto che non ha mai conosciuto «puoi raccontargliela mostrandogli con un dito il tragitto di quel defunto» lì è nato, là ha lavorato, laggiù è stato ucciso. «Da qui puoi scrutare tutta la sua vita. Solo quelli che hanno da nascondere qualcosa vengono seppelliti a valle. A valle di una vita non ti resta niente, perché da una valle non si vede nulla».

Un’altra tappa per comprendere la storia della resistenza bosniaca è il “Tunel Spasa” (il tunnel della salvezza) scavato per collegare il quartiere di Dobrinja (isolato) con quello di Butmir (libero). Il passaggio sotterraneo partiva dalla cantina di una casa e attraversava l’area neutrale dell’aeroporto, protetta dalle Nazioni Unite, permettendo alla città di respirare nonostante l’accerchiamento. Alto circa 1,60 metri e largo 80 centimetri, si sviluppava per circa 800 metri, servì per trasportare cibo, acqua, armi, militari, feriti e anche Bruce Dickinson, cantante degli Iron Maiden che il 14 dicembre 1994 tenne un leggendario concerto durante l’assedio. Al “Tunel Spasa” un combattente che all’epoca aveva 21 anni, racconta che il suo addestramento durò 24 minuti, giusto il tempo di imparare a caricare un’arma. Davanti a un borek o a una rakija, seduti al bancone di un bar fumando una sigaretta, i sopravvissuti non perdono occasione per condividere la loro storia con qualsiasi persona mostri un po’ di interesse perché, come evidenziato anche dal sottotitolo della struggente mostra sul massacro di Srebrenica “Galerija 11/07/95”, “You are my witness” (tu sei il mio testimone).

Cosa porti con te nella fuga?

La tua città viene accerchiata e devi decidere: scappi lontano dalla morte o combatti? Non c’è risposta che non includa maglioni pesanti a collo alto di sofferenza. Tanti sono rimasti, civili che hanno imbracciato un fucile indossando scarpe da ginnastica, altri hanno deciso di andare via. «Cappotto cinque chili. Vocabolario della lingua inglese, tre e mezzo. Sette canottiere da bambino 250 grammi – scrive Jergović - Diana si avvicina al mucchio, con la sinistra afferra La cronaca di Travnik e con la destra la Bibbia: “Scegli”». Cosa metti in borsa per un viaggio di sola andata? Come scegli, tra le cose di ogni giorno, quelle che ti aiuteranno a non smarrire parti di te lungo la strada? Una volta passato il confine «la roba tolta dalle valigie perdeva ogni valore. Gli Jurisic misero in fila le cose sul pavimento chiedendosi imbarazzati perché diamine se le fossero portate dietro. Tempo un giorno si ricordarono di cosa avevano dimenticato. Solo che non si poteva più tornare a prenderle. “Sarajevo è là dov’era prima, solo che noi non ci siamo più”».

I palazzi che costeggiano il “viale dei cecchini” sono stati ristrutturati, alcuni ricostruiti, ma guardando in alto i fori dei proiettili riempiti con il cemento, sono ben visibili. Camminando sembra di sentire ancora spari, boati e sirene, la colonna sonora dei servizi trasmessi dai telegiornali italiani dell’epoca, donne che corrono trascinandosi dietro i bambini, qualcuno cade, viene strattonato, si rialza e ricomincia a correre, spari, boati e sirene.

Guardando in basso le “Rose di Sarajevo” ricordano dove sono esplosi i mortai, solchi riempiti di resina rossa a imperitura memoria delle vittime. Al mercato di Markale oltre alla resina, hanno lasciato l’ordigno conficcato nell’asfalto. Due gli attacchi, il primo il 5 febbraio 1994 (68 morti e 144 feriti) il secondo il 28 agosto 1995 (43 morti e 75 feriti). Quest’ultimo è considerato il principale fattore che portò alla decisione della Nato di lanciare la campagna aerea contro le forze serbo-bosniache.

La forma del fumo

Ai limiti del quartiere ottomano Baščaršija, poco dopo il ponte Latino, dove nel 1914 venne assassinato l’Arciduca Francesco Ferdinando, c’è il Vijećnica, l’edificio in stile moresco che ospitava la biblioteca nazionale e universitaria della Bosnia ed Erzegovina, incendiata dagli aggressori nella notte tra il 25 e il 26 agosto 1992, due milioni tra libri e documenti bruciarono, oggi è sede del municipio di Sarajevo e di spazi espositivi, al piano interrato conserva le foto e i video di ciò che era e non sarà mai più.

«Sopra la testa senti un sibilo, passa qualche istante di tensione e poi laggiù da qualche parte in città, si scaraventa il boato - ricorda Jergović - Se le fiamme si impennano repentine, selvagge e dissolute, per poi svanire più repentine ancora lasciando al vento sfoglie di cenere plananti sopra la città, tu sai che poco prima è andata a fuoco qualche biblioteca privata. E quando in tredici mesi ne hai viste molte di queste torce giocose, pensi che un tempo Sarajevo si ergeva sui libri. Non ha senso impedire al fuoco di ingoiare ciò che l’umana indifferenza ha già ingoiato»

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