Smart city e carne sintetica: l’Asia è il laboratorio del futuro

Intervista Da vent’anni Simone Pieranni vive tra sud-est asiatico (Cina soprattutto) e Italia. Sarà ospite a “Il Bello dell’Orrido” . In “2100” racconta novità e tendenze dei Paesi in cui ha lavorato e che rispondono a interrogativi anche occidentali

Se è vero che il ’900 è stato il secolo americano è difficile pensare che quello in cui siamo immersi non sia invece il secolo asiatico. Lo pensa Simone Pieranni, giornalista e sinologo che da vent’anni vive tra Cina e Italia con incursioni frequenti in altri Stati dell’Estremo Oriente. Non solo lo pensa, ma lo dimostra anche nel saggio “2100. Come sarà l’Asia, come saremo noi” (Mondadori, 2024) raccontando la novità che oggi ci tiene legati a quella parte di mondo: il fatto di porci le stesse domande sul futuro. Con la differenza però che in Asia le risposte sembrano arrivare, sbagliate o giuste che siano, molto prima che qui. Simone Pieranni sarà ospite oggi alle 18 della rassegna culturale “Il bello dell’Orrido”, nell’ambito del progetto Bac, in un incontro dal titolo “2100. L’Asia laboratorio del futuro” in conversazione con il curatore della kermesse Armando Besio.

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Quali domande si fanno le persone nei Paesi di cui ha scritto che ci poniamo anche noi?

Il libro “2100” nasce proprio dal fatto che, pur nella diversità, anche in Asia si stanno affrontando gli stessi temi che ci stiamo ponendo noi: la questione climatica, per esempio, che lì secondo me però è molto più sentita perché è una parte di mondo particolarmente esposta a eventi climatici estremi, basti pensare a cosa è successo in Myanmar a marzo, con il terremoto che ha causato la morte di migliaia di persone. Poi ci sono anche altri temi vicini a noi: la questione demografica, che in alcuni Paesi asiatici vede una popolazione in calo, come in Italia, mentre in altri c’è una crescita importante. Poi ci sono anche le questioni di genere e la rottura dei vincoli tradizionali, quelli legati alla famiglia.

E quali Paesi invece stanno dando le risposte più interessanti?

La Cina per me è un buon esempio perché è un Paese che cresce al 5% ma affronta un rallentamento ormai da molti anni e la cosa più particolare di questa fase è che un giovane cinese e un giovane italiano hanno molte più cose da dirsi rispetto a quante ne potevamo avere io e un mio coetaneo cinese quando sono andato lì nel 2006. I giovani cinesi ritengono di star vivendo nel “tempo spazzatura della Storia”, la fase più sfortunata del genere umano e i giovani italiani gli dicono «benvenuti nel nostro mondo». Il fatto è che anche in Cina, come qui, le nuove generazioni sentono di non avere le stesse possibilità che hanno avuto i loro genitori.

Ce ne sono altri che dovremmo tenere d’occhio?

Ci sono lo Sri Lanka, il Nepal e il Bangladesh che sono molto interessanti per come lì i giovani si stanno comportando. In Bangladesh c’è stata una serie di rivoluzioni studentesche, fatte proprio dai giovani per cacciare i governanti del Paese, un po’ come è successo in Iran. Questi sono luoghi molto diversi da noi per la vitalità data dalla componente giovane: in Nepal gli under 30 sono il 60% della popolazione.

Un altro tema presente in “2100” è il cibo. Racconti di Singapore, l’unico posto al mondo in cui si può mangiare la carne sintetica (o meglio “coltivata” in laboratorio facendo proliferare le cellule di un animale). Da qui sembra una tendenza molto diffusa nel mondo asiatico, invece non è così?

“2100” non è un libro che contiene profezie, ma tendenze. Sono tutti luoghi in cui ho vissuto a lungo come la Cina, o in cui sono stato più volte. A ridosso della pubblicazione ero stato in Malesia e a Singapore, che è l’unico posto al mondo dove si può mangiare la carne coltivata. La cosa interessante è che Singapore è un hub finanziario dove si investe tanto su un mercato che ancora non esiste. Si è iniziato a studiare la carne sintetica e a produrla perché lì il tema del riscaldamento globale è una discussione quotidiana e si vuole provare a diminuire le emissioni legate agli allevamenti intensivi, cercando forme di proteine alternative. Però è una scommessa che viene fatta dagli investitori di Singapore che puntano a convincere la classe media cinese, dove si sta iniziando a parlarne, ma è solo l’inizio.

Per chi vive sul lago di Como è importante capire un altro posto dell’Asia, l’Indonesia, da dove viene la famiglia Hartono che ha comprato il Como 1907 e che ha un’idea di brand “Como lake” legata anche a un’idea di città particolare molto indonesiana: qual è?

La particolarità di Giacarta, la capitale dell’Indonesia, è che sta affondando e quindi gli indonesiani stanno costruendo da zero una nuova capitale, Nusantara, dove dovrebbero vivere una decina di milioni di persone e che nella loro idea sarà totalmente sostenibile e digitalizzata, la smart city delle smart cities. Le grandi città asiatiche però sono molto contraddittorie perché lì si hanno questi grandi progetti raccontati come sostenibili e digitalizzati, ma dove poi c’è un traffico altissimo, livelli di inquinamento elevati e costi di vita da chiarire: chi potrà permettersi di vivere a Nusantara? C’è poi l’idea di città ultra moderne perché l’Asia è un posto dove il futuro è già presente: i droni per la consegna del cibo e i robot sono già una realtà in Cina, per esempio.

Non conosciamo bene l’Asia, ma l’Asia conosce bene noi?

Noi paghiamo un pregiudizio più profondo nei confronti di alcuni posti dell’Asia rispetto al contrario, perché il nostro pregiudizio deriva da un portato coloniale razzista. Un’idea che Edward Said chiamava orientalismo per cui si tende a ritenere il mondo asiatico inferiore.

Qualche esempio?

Crediamo di conoscere la Corea del Sud grazie a prodotti culturali come ”Squid Game” o il Kpop. Ma mentre tutti sanno cosa rappresenta per la storia cinese Tienammen, non sisa invece cosa rappresenta per la storia sudcoerana Gwangju. Non sappiamo cioè che c’era una dittatura feroce fino a poco fa in Corea del Sud e che anche per questo la società sudcoreana è percorsa da tensioni fortissime. Lì, come anche in Giappone, oggi si osservano fenomeni molto simili al movimento Maga negli Usa.

Infatti in “2100” si parla anche dei movimenti femministi asiatici. Perché?

Hanno segnato uno spartiacque fortissimo sia in Cina che in Corea del Sud, dove c’è il movimento “dei quattro no” che parla di guerra di genere. Non viviamo più in un mondo dove tutto arriva dall’Occidente: i fenomeni politici e culturali arrivano anche dall’Oriente a influenzare l’Occidente. In Corea del Sud e in Giappone questi movimenti maschilisti e misogini sono fortissimi e muovono un elettorato maschio e anziano. E infatti in Giappone ha da poco vinto le elezioni la prima presidente donna, Sanae Takaichi, che però è di destra. Un po’ come in Italia.

Ad aprile uscirà il suo prossimo libro: “Lo specchio americano: lo sguardo della Cina sugli Usa”. Di cosa parlerà?

C’è un’asimmetria nella conoscenza reciproca tra Cina e Usa e tra Cina e Occidente. Noi sappiamo poco di loro e loro sanno tutto di noi. Nel libro analizzo come la Cina ha guardato gli Usa oscillando tra un fascino, quello di inizio ’900 e poi degli anni ’80, al sentimento di rivalsa di oggi. Lo faccio con alcuni aneddoti.

Ce ne anticipa uno?

La prima band statunitense a fare un concerto in Cina furono gli Wham!: furono proposti dalla stessa persona che propose anche i Queen, che però il partito comunista non accettò. I Wham! invece gli andarono bene perchè si presentavano come “giovani proletari”.

Simone Pieranni

Sabato 28 febbraio alle 18 sul palco del Cinema di Bellano, con Armando Besio curatore della rassegna “Il bello dell’Orrido”, e poi disponibile per il firmacopie ci sarà Simone Pieranni per l’incontro “2100. L’Asia laboratorio del futuro”: giornalista e sinologo, Pieranni è uno dei più autorevoli conoscitori italiani della Cina e dell’Asia contemporanea. Collabora con Chora Media, per cui ha realizzato i podcast “Altri Orienti”, “Fuori da qui” e “Taiwan: perché”. I suoi saggi partendo dall’Asia approfondiscono il nostro presente. “2100. Come sarà l’Asia, come saremo noi” (Mondadori, 2024) è stato finalista al Premio Strega Saggistica 2025.

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