«Un poeta è come una stufa, il fuoco resta se preparato»
Cultura “Alla giusta stagione” (Casagrande), nuova raccolta di Pietro De Marchi, si presenta come invito alla saggezza. E infatti alla fine cita Esiodo, autore de “Le opere e i giorni” che insegnava a rimettere ogni cosa al proprio posto
C’è una frase di Esiodo in esergo all’ultimo libro di poesie di Pietro De Marchi, quasi un monito all’uomo immerso nella modernità e spesso lontano da una metrica lineare di vita: «...Se alla giusta stagione tu vuoi tutti compiere i lavori...», un invito alla saggezza e nel contempo il desiderio di rimettere le cose al loro posto, in ordine, «come i pezzi di legna/ nella catasta». De Marchi, già insegnante di Lingua e letteratura italiana all’Università di Zurigo, trasfonde l’insegnamento dell’autore delle “Opere e i giorni” nel mondo delle lettere, nella lirica che dà il ritmo alla raccolta, “Lezione di scrittura”, con le parole -a volte tra noi leggere- che vanno messe in fila con «ogni frase al suo posto», costruendo appunto una perfetta catasta.
“Alla giusta stagione”, pubblicato da Casagrande di Bellinzona con una elegante veste grafica che ricorda curiosamente, nel colore della copertina e nel formato, il Vallecchi di “Con la faccia per terra” di Piero Chiara, è un libro diviso in sette sezioni, ognuna della quali è una tranche de vie, con riferimenti autobiografici, segmenti del quotidiano, impressioni, suggestioni dalla natura e meditazioni sull’esistenza. Senza mai perdere di vista il filo rosso delle parole, adoperate in maniera parca e limpida, con diverse concessioni alla prosa poetica cara a un autore anomalo come Giampiero Neri, che De Marchi ha ben conosciuto.
In questo suo quarto libro di poesie ricerca le tracce di un’umanità che si sta perdendo, allontanandosi dai binari del consueto e dimenticando spesso la sua storia.
Invecchiando c’è la tentazione di dire che le cose vanno male, peggio che in passato, ma per fortuna non sempre è così. Certamente il tema della memoria è fondamentale in poesia, diventa uno strumento letterario a far sì che il testo parli a tutti, indistintamente. La parola scritta deve essere virtuosa e gli accostamenti precisi, in modo da fornire a chi legge non soltanto un significato, ma un effetto. La prima sezione del libro, infatti, è una riflessione sulla letteratura e sullo scrivere. Nella lirica “Istruzioni per l’uso” paragono l’azione del poeta e dello scrittore a quella di una stufa, che va preparata a perfezione perché il fuoco non si spenga.
Lei De Marchi ha doppia cittadinanza, italiana e svizzera: si sente più parte della “linea lombarda” sereniana oppure della tradizione poetica ticinese di Orelli e Pusterla?
Devo la mia formazione di poeta a Giorgio Orelli, che ho frequentato a lungo e del quale posso dire di essere stato amico. Anche con Fabio Pusterla c’è grande vicinanza e stimo Alberto Nessi. Ma non nego di essere stato influenzato anche da due poeti lombardi che amo, Vittorio Sereni e Luciano Erba e, dietro di loro, da Eugenio Montale, “nonno” di tutti noi. Ho avuto la fortuna di seguire le lezioni dedicate a Sereni di Dante Isella al Politecnico di Zurigo, la sua poesia mi è arrivata da lì. Giorgio Orelli invece leggeva le mie cose prima della pubblicazione, regalandomi le sue “istruzioni per l’uso”. Posso dire che andai a bottega da lui, mentre di Erba, che conobbi a Milano, cito tra l’altro il verso «tra irlande verdi e grigie terre nuove» nella prima poesia del volume, intitolata “Una cosa che mi piace”.
Nel libro si incontrano diverse prose poetiche, una “tentazione” in cui è caduto anche lei.
Sì, sono piccole storie, una un poco più lunga, “Bellezza”, quasi un raccontino, dedicata al tema della vecchiaia. Del resto Orelli, citando Mallarmé, diceva che ad alti livelli non esiste differenza tra poesia e prosa, c’è soltanto letteratura. Molte mie liriche prima erano prose e poi si sono trasformate in versi, in entrambe le forme c’è il desiderio di mantenere il ritmo e il legame tra le parole. Lo scrivere, infatti, è per me di per sé affascinante, ma non penserei mai a un romanzo ma soltanto a racconti, più o meno lunghi.
Una delle poesie più intense del libro è “L’ignoto di Waterloo”, in cui si racconta del rinvenimento, durante lavori agricoli, delle ossa di un soldato caduto in battaglia. Nel finale sono citati anche versi del “Cinque maggio” di Manzoni.
È una poesia congetturale, immagino cosa avrebbe pensato quel soldato vedendo le sue spoglie in mostra nel museo di Waterloo. Oltre a Manzoni cito anche Primo Levi: «Considerate le ossa ignude sottratte alla terra (...) Considerate il cucchiaio di ferro/ che mi servì forse più del moschetto...».
L’ultima sezione del libro, “Nei terrestri confini”, rimarca la pochezza del genere umano rispetto non soltanto all’infinito ma anche entro le nostre quattro mura.
Qui c’è il ricordo autobiografico e una riflessione più metafisica su ciò che va al di là delle nostre vite. Ecco allora “Il tassista filosofo” di Porto Torres che diceva «quanto preferibile sarebbe per noi/ durare nella vita come fa una lampadina. Ma sì/ brillare sempre della stessa luce intensa/ per tutto il tempo che ci è dato e poi/ di colpo, pàff!, bruciarsi, fulminarsi/ spegnersi così». E poi le «tre bambine col casco e lo zainetto dell’asilo» che superano con i loro monopattini me e mia moglie a Zurigo, regalandoci l’idea di futuro, «le abbiamo immaginate ancora allegre/ così, col piede a mezz’aria/ nel duemilacento o giù di lì», mentre noi due non ci saremmo mai arrivati.
Come mai secondo lei, certa poesia contemporanea è così difficile da comprendere, quasi che il poeta parli soltanto a sé stesso?
È vero, spesso è criptica, dove tutto va interpretato talvolta a fatica, mentre gli autori che citavo prima, tutti di formidabile cultura, da Orelli a Sereni, Erba o per la prosa Meneghello, scrivono in maniera comprensibile a tutti. La poesia deve essere un concentrato di sensi e significati, trasparente e leggibile. Orelli avrebbe detto che alcuni autori di oggi sono caratterizzati da «un’oscurità non necessaria».
Quali sono i poeti contemporanei che predilige?
Oltre a Fabio Pusterla, Antonella Anedda, Giancarlo Pontiggia, Marco Vitale e Valerio Magrelli, dotato di una scrittura di grande lucidità. Devo anche aggiungere, senza fare nomi, che in Ticino sta crescendo una nuova generazione di poeti, quattro o cinque dei quali di ottima levatura.
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