Una donna comasca nel film di Bassani

La sceneggiatura dell’autore del “Giardino dei Finzi-Contini” pubblicata in un libro. Tratta da un romanzi della scrittrice lariana Maria Teresa Nessi, non vide mai la luce

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La verità umana e poetica di Giorgio Bassani non è presente soltanto nel celeberrimo “Il giardino dei Finzi-Contini”, inserito nella più ampia cornice narrativa de “Il romanzo di Ferrara”. Nelle interviste, concesse regolarmente nel corso della sua lunga attività come narratore, si profila ad esempio un’immagine che conferma solo parzialmente l’idea di Ferrara come luogo elettivo della memoria. Emergono allora, restituiti dall’immediatezza del parlato, aspetti sconosciuti e sorprendenti del suo lavoro di scrittore. Ne deriva che la verità di Bassani va probabilmente cercata non solo nelle grandi opere narrative, ma anche in ambiti tuttora poco esplorati. Lo si capisce, in particolare, leggendo “Quattro film” (pp. 414, 30 Euro), un libro recentemente pubblicato da Feltrinelli nella collana “Comete”. Il volume propone quattro testi inediti per il cinema, redatti da Bassani tra gli anni Cinquanta e Sessanta, parallelamente alla stesura del “Romanzo di Ferrara”.

Qualità di scrittura

Si tratta, più nello specifico, di quattro progetti cinematografici scritti in collaborazione con altri protagonisti della cultura italiana dell’epoca (tra i quali Mario Soldati e Pier Paolo Pasolini) e purtroppo mai realizzati: gli adattamenti per il grande schermo di due romanzi di Giovanni Testori (“Il dio di Roserio” e “Il Fabbricone”), un testo cardine della cultura classica quale l’“Anabasi” di Senofonte e infine una sceneggiatura intitolata “Fuoco di paglia”, trasposizione del romanzo “Sabato sera”, che a metà degli anni Cinquanta segnò l’esordio nella narrativa dell’allora ventiseienne comasca Maria Teresa Nessi.

La storia della “sceneggiatura lariana” di Bassani, perché tale la si può definire, è tutta da raccontare. La giovane Maria Teresa Nessi, laureata in chimica, aveva partecipato nel 1955 a un concorso per scrittori sotto i trent’anni, indetto dalla rivista “Paragone”. Il suo romanzo “Sabato sera” era risultato vincitore e il premio era stato assegnato il 30 settembre dello stesso anno da una giuria composta da Bassani, Pasolini, Roberto Longhi, Anna Banti, Cesare Garboli e Gianfranco Contini. Fu soprattutto Bassani a rimanere colpito dalla tematica e dalla qualità di scrittura del romanzo della giovane comasca («mi sembra una cosa deliziosa, letteralmente»), tanto che ne fece pubblicare alcuni estratti su “Paragone”. Ma non solo: lo stesso Bassani lo pubblicò in versione integrale su “Botteghe Oscure”, un’altra celebre rivista dell’epoca, della quale era redattore (il romanzo uscì poi in volume nel maggio 1956, pubblicato da Garzanti, e nel 1958 vinse il “Premio Bancarella Opera Prima”).

Tra i vari progetti cinematografici coltivati da Bassani in quegli anni, l’adattamento di “Sabato sera”/“Fuoco di paglia” (scritto nell’agosto 1956) è senza dubbio quello maggiormente vicino allo stadio di elaborazione più avanzato: non un semplice soggetto o trattamento, quindi, ma una vera e propria sceneggiatura, pronta per un eventuale inizio delle riprese. Che però non ebbe mai luogo, per mancanza di finanziamenti e interesse da parte dei produttori. La vicenda, che si svolge principalmente tra Milano e Como, con molte scene ambientate a Villa Taroni – perfettamente descritta, sia in interno che in esterno – e sul lungolago, è quella di Annamaria, impiegata in una farmacia di Milano: una giovane donna di estrazione borghese, in dissidio con la famiglia perché ha rifiutato di sposarsi e porre rimedio a una gravidanza indesiderata (quella che oggi si definirebbe una madre “single”).

Per quanto gli sceneggiatori abbiano operato alcune modifiche di trama rispetto al romanzo, la sostanza di “Sabato sera” rimane intatta in “Fuoco di paglia”: Annamaria esprime tutte le contraddizioni e ambiguità di un desiderio di emancipazione, tra accettazione e rifiuto dei modelli tradizionali e familiari. La si potrebbe definire una donna che afferma la propria identità per negazione e sottrazione, rifiutando di salvare le apparenze e sottraendosi ai condizionamenti del mondo esterno. È un tema che oggi ci appare forse scontato, ma all’epoca era piuttosto scabroso, sicuramente nuovo. Ben più che una semplice figurina, tipica in molti film del periodo, Annamaria è un personaggio a tutto tondo, perfettamente delineato e strutturato sia nel romanzo che nella sceneggiatura, mentre l’ambientazione lariana contribuisce a rendere l’insieme molto evocativo e suggestivo, quasi “visivo”. È davvero un peccato che le parole non si siano mai tradotte in immagini.

I racconti su “La Provincia"

A proposito di tradurre. La carriera letteraria di Maria Teresa Nessi si è esaurita nel giro di breve tempo: dopo la pubblicazione di un secondo romanzo, “Il letto tiepido”, pubblicato sempre da Garzanti nel 1959, nonché alcuni racconti usciti su “La Provincia” e varie riviste, la Nessi si è dedicata con successo all’attività di traduttrice. Sono sue, ad esempio, le traduzioni di alcuni classici della letteratura francese (Laclos, Maupassant e Zola) e soprattutto la cura dell’edizione integrale della “Recherche” di Proust, pubblicata da Rizzoli a partire dal 1985. “Tout se tient”, per esprimerlo nell’idioma di Proust: si è detto spesso, infatti, e non senza valide ragioni, che Giorgio Bassani è stato il più proustiano dei grandi narratori italiani del Novecento. Il proustiano Bassani scopre la giovane scrittrice comasca, che trent’anni dopo tradurrà Proust. Combray è davvero ovunque, anche sulle rive del Lario.

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