Viaggio nella Russia di Putin: «In autostop, tra le persone»
L’intervista Nicolas Rodigari, giovane di Bormio, ha raccontato la sua avventura, nella primavera del 2024, in un romanzo: «Mi chiedevano cosa si dicesse del loro Paese. Tutti parlavano di operazione speciale in Ucraina, mai di guerra»
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Il viaggio allontana dal proprio mondo, dagli interessi, dai doveri, ma avvicina alla propria umanità. Nella primavera del 2024, Nicolas Rodigari, giovane originario di Bormio, parte da Tirano per raggiungere con i mezzi pubblici il confine tra Estonia e Russia e da lì proseguire, in tempi di guerra, nel cuore di una terra grandiosa e straniante, pregna di echi letterari e di Storia. Lascerà soltanto un biglietto a sua nonna, scritto con una vecchia Olivetti. Oggi quell’esperienza è confluita nel racconto di viaggio “Appunti di Russia”, (Ediciclo ed.), appassionante esordio narrativo di Rodigari, già noto in Valtellina, in Trentino e in Svizzera per il suo impegno a favore dell’ambiente, della cooperazione alpina e della mobilità sostenibile. Una narrazione che intreccia avventura, umorismo e riflessione civile.
Con quale spirito viaggia Nicolas Rodigari?
Nel corso degli anni, ho sempre cercato di essere rispettoso della geografia, non solo per questioni etiche. Ho sempre studiato con attenzione le combinazioni, calcolando il percorso per cercare di cogliere le opportunità che il tragitto mi offriva. Ancora oggi mi piace organizzarmi in modo che la distanza sia vera distanza. Viaggio spesso in autostop, un’esperienza che mi permette di dialogare con le persone e che mi dà una buona idea della strada che sto percorrendo.
In Russia le notizie affluivano deformate dalla propaganda di Stato. Che atteggiamento mostrava la gente nei confronti di un giovane viaggiatore italiano?
In generale notavo tanta curiosità. I giovani volevano sapere che cosa si diceva della Russia negli altri Paesi e dell’operazione militare speciale in atto, mai chiamata guerra, mentre la fascia d’età sopra i quaranta – quella intermedia non era presente perché erano tutti scappati o si trovavano in guerra o erano morti – preferiva conversazioni più leggere. E poi c’era la questione della lingua. In Russia, l’inglese è considerato la lingua della Nato, degli Usa, in molti lo evitavano. Bisognava incontrarsi a metà. Io sono giunto con un bagaglio minimo, ma fondamentale, di parole. Tuttavia, il fatto di dover chiedere spesso aiuto mi permetteva di entrare in contatto con le persone.
A volte il protagonista di “Appunti di Russia”, nel muoversi sulle strade della Rivoluzione d’ottobre, vive il conflitto di sentirsi un borghese. Come ha gestito questo dissidio?
È sempre uno sforzo riuscire a conciliare gli ideali e rendersi conto di provenire da una realtà completamente diversa. Quando ho provato a fingermi proletario nell’animo, mi sono reso conto dell’incongruenza: banalmente, quando mi sono ammalato sono andato in albergo. Per il resto, il viaggio in Russia mi ha mostrato aspetti del socialismo reale che in Italia sono spesso idealizzati o demonizzati. I palazzi universitari e le biblioteche di stato, per esempio, mi apparivano con tutta la forza dell’ideale. Altri edifici mi incutevano timore, come la Lubjanka, sede dei servizi segreti sovietici e poi di quelli russi. In quel caso il pensiero è corso a chi era stato mandato in Siberia.
Celebri brani della letteratura russa, ma non solo, accompagnano il racconto. Quanto sono stati d’aiuto nel viaggio?
La Russia si è formata nella mia testa attraverso la letteratura, sui libri dell’Ottocento. A volte mi sembrava di trovarmi nella Russia dei tempi dello zar. Da un lato, capivo il presente facendo riferimento alla letteratura, dall’altro, nei momenti più difficili o belli, potevo attingere alle emozioni di quelle pagine. Non ho portato con me guide di viaggio, ma i grandi romanzi che di certo sono meno aggiornati ma che ti permettono di decifrare ciò che stai vivendo, di riconoscere le persone che incontri.
Un senso di malinconia e grandiosità percorre il viaggio. Quali sono gli echi, a distanza di mesi, di quella esperienza?
Quando ripenso a ciò che è accaduto, mi rendo conto che è una parentesi talmente scollegata dal resto della mia vita da rappresentare un capitolo a sé. Durante il viaggio, mi giungevano notizie dall’Italia che mi parevano lontanissime. Non ho mai più percepito quel senso di lontananza, la forza del confine.
E anche quel tipo di solitudine?
La solitudine è una costante dei miei viaggi. Nel caso della Russia, ci sono state delle aggravanti: il freddo della primavera, per esempio (…) Uno dei giochi che faccio spesso per superare la solitudine è trasformare gli oggetti inanimati in personaggi. Lo faccio con i treni, gli zaini, le città: è il mio modo per creare un dialogo. A questo proposito mi è stato utile Gogol’ e quel suo umorismo tragicomico che permette di schermirsi e di porre una distanza tra sé e gli eventi.
E per quanto riguarda la paura?
All’inizio è stato un timore generalizzato: mi sentivo nella tana del lupo. Immaginavo che pensassero “Prendiamoci un ostaggio di un Paese Nato” e mi sentivo addosso gli occhi di tutti. Poi ho capito che nessuno badava a me. Nel momento più delicato, quando ho avuto uno scontro frontale con alcuni militari, mi sono reso conto che basta un attimo per abbassare la guardia e non avere più la solita rete di sicurezza attorno. Ci si sente del tutto fragili.
A un certo punto l’autore osserva se stesso dall’esterno, si racconta in terza persona, in una fase in cui la disillusione prende il posto dell’entusiasmo. Perché questa scelta?
Ho sentito il bisogno di concedere un po’ di privacy al protagonista, lasciarlo rimuginare su di sé. Al tempo stesso era bello guardare le cose dall’esterno. È un’attività utile, catartica, soprattutto quando si è eccessivamente pensierosi. Anche il tema della disillusione è una tappa fondamentale del viaggio, così come la resa: le cose sono più complicate di quello che si crede e a volte bisogna scendere a patti con l’idealismo.
Nel corso della narrazione, il protagonista parla di un individualismo che gli fa mancare il respiro. Che cosa, al contrario, dona respiro a Nicolas Rodigari?
Siamo cresciuti con il mito del fare tutto da soli, con una retorica individualista che porta all’isolamento. Avere bisogno l’uno dell’altro, invece, è una necessità che conduce nella giusta direzione perché ti fa sentire di appartenere a qualcosa. Durante il viaggio, ho incontrato tante persone che hanno contribuito a rafforzare la mia idea di viaggio e di cooperazione. Faccio spesso un esempio a proposito: è come indossare una camicia con i bottoni sulla schiena che richiede l’aiuto di qualcuno per essere allacciata.
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