Vitelli e il metodo del ragionevole dubbio: «Ho assolto Stasi affidandomi a questo»

Incontro Prima sera di Parolario a Palazzo Natta con il magistrato che si è occupato di Garlasco. Ricordi e scelte giudiziarie in un racconto privo di sensazionalismi

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Como

Più che una lezione sull’omicidio di Chiara Poggi e sulla lunga vicenda giudiziaria che ne è conseguita, il partecipato incontro con il giudice Stefano Vitelli, con cui si è aperta ieri la stagione 2026 di Parolario, è stato un’occasione per entrare nel metodo di un giudice.

Un metodo che, come anticipa il titolo del libro che ieri Vitelli ha presentato, dialogando con Sabrina Sigon, si basa sul concetto di ragionevole dubbio, di cui è è richiesto il superamento nell’ordinamento penale italiano per arrivare alla condanna di un imputato. Nel 2009, Vitelli ha firmato la sentenza con cui si è chiuso il primo grado di giudizio - in rito abbreviato - a carico di Alberto Stasi: un’assoluzione, poi ribaltata in Cassazione.

Le indagini e le scelte

Nel corso della serata, Vitelli, con parole sempre misurate, ha citato diversi elementi della vicenda giudiziaria di Garlasco su cui il pubblico si è dimostrato molto informato - dal dispenser di sapone nel bagno di Poggi su cui è stata trovata l’impronta di Stasi alla discussa bicicletta sui cui pedali è stato trovato il dna della vittima -: elementi molto specifici ma entrati ormai nel bagaglio culturale comune sul caso di Garlasco per via di un intenso (e spesso sensazionalistico, come sembra ormai abitudine in casi di cronaca nera di simile gravità ed efferatezza) dibattito mediatico.

Il valore aggiunto dell’incontro è stato però il focus sul metodo giudiziario portato avanti da Vitelli più di quindici anni fa. Il giudice ha spiegato la natura del rito abbreviato e la decisione irrituale, ma non vietata, di accompagnarlo con numerose richieste di nuove perizie: «Non ho solo esaminato il fascicolo d’indagine: il fatto era di una tale gravità e le lacune istruttorie tali da richiedere supplementi. E ogni volta che mi sembrava di arrivare a un dunque con le prove notavo che il cerchio non si chiudeva, che lì si innestava il ragionevole dubbio. Fior di professori universitari che ho nominato come periti mi hanno continuato per mesi a chiamare dicendomi che continuavano a pensare a quel caso, che anche a loro sembrava sempre ci fosse qualcosa che sfuggisse».

I ricordi personali

Vitelli ha offerto così un tuffo del passato costellato di ricordi molto umani, sollecitati anche da approfondite domande dal pubblico: ha menzionato il consiglio che Vitelli ricevette dalla madre («Non ci sono testimoni di serie A e testimoni di serie B»), la nascita del primo figlio, oggi maggiorenne, nel pieno dello studio del caso, e anche le letture fatte in quei mesi di lavoro. «Leggendo “Siddharta” di Herman Hesse mi sono reso conto della differenza tra trovare e cercare» ha raccontato Vitelli citando un ampio brano del romanzo in cui Hesse dà voce alla differenza tra le due azioni. «Cercare significa avere uno scopo, ma trovare significa essere libero, restare aperto». Una citazione che serve a riassumere la tesi sostenuta da Vitelli nel corso della serata e all’interno del libro “Il ragionevole dubbio di Garlasco. Un giudice nel labirinto del caso di cronaca più discusso d’Italia”: «A volte ci sembra che gli indizi ci portino sulla strada giusta, ma bisogna stare attenti in questo mestiere a non aver già trovato la strada che si pensa giusta e star quindi forzando gli indizi per costruirla».

La prima giornata di Parolario si è chiusa poi a Moltrasio con la presentazione del nuovo libro di Andrea Vitali, “I rimedi del dottor Aiace Debouché” (Garzanti), con il giornalista de La Provincia Edoardo Ceriani.

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