Viviamo in una «società senza eros, tutti chiusi nei social»

Spettacoli Intervista a Niccolò Fettarappa, attore, regista e autore di “Orgasmo”. Una “Prosa dispiaciuta sulla fine del sesso” questa sera al Teatro Sociale

Il titolo, che farà sobbalzare qualcuno, è “Orgasmo. Prosa dispiaciuta sulla fine del sesso”. Una provocazione, certo, ma soprattutto uno spunto per pensare a temi seri con un po’ di leggerezza. Si parla dello spettacolo che andrà in scena, questa sera, alle 20.30, al Teatro Sociale di Como.

Per il nuovo appuntamento con Prosa off, ritorna sul palco comasco il duo composto da Niccolò Fettarappa e Lorenzo Guerrieri. I due giovani ma già affermati attori, rinsaldano il legame con la sala cittadina dove sono Compagnia residente emergente per le stagioni 2023-2026. In molti ricorderanno i loro precedenti successi: “Apocalisse tascabile” e “La Sparanoia”. Stasera invece si indagherà un mondo in cui persino l’attrazione fisica sembra soccombere all’isolamento e al trionfo dell’individualismo. (Biglietti a 20 euro. Per i possessori di Carta Giovani, costano 10 euro e comprendono anche la possibilità di partecipare al “gioco immersivo” che sarà tenuto da Leggère Bookclub Como, alle 19). Info: www.teatrosocialecomo.it e 031/270170).

Parliamo della pièce con Niccolò Fettarappa che del testo è autore e regista, oltre che interprete con Gianni D’Addario, Lorenzo Guerrieri e Rebecca Sisti.

Fettarappa, da dove è nata l’idea di raccontare “la fine del sesso”?

La riflessione parte, come per tutti i nostri lavori, da un’osservazione lucida del presente. Ormai, in generale, viviamo un’esistenza fatta di relazioni sociali sempre più frammentate e precarie. Si diffonde una paura del contatto e le limitazioni e i confini diventano dei valori.

Viviamo un solipsismo di massa?

È esattamente così. Viviamo delle vite standard, compiamo tutti le stesse scelte e le stesse azioni, ma, in molti casi, lo facciamo separatamente, come se fossimo chiusi in bolle, in celle che ci siamo costruiti da soli, spinti dalla sollecitazione del mercato.

E questo pregiudica anche l’approccio con l’altro, in ottica emotiva e affettiva?

Certamente. L’altro, in generale, è percepito come un cataclisma e le nostre capacità di relazione si stanno impoverendo, limitandosi ai parenti più stretti, agli amici più intimi. Diventa sempre più complicato e apparentemente difficilissimo, approcciarsi allo sconosciuto, anche quando questo individuo potrebbe diventare partner.

L’approccio con i potenziali partner passa sempre più spesso dalle app di incontri. Cosa significa?

Questo è un dettaglio molto importante. Le piattaforme digitali si sono impadronite di molti ambiti d’azione che, tradizionalmente, erano lasciati alla casualità, all’imprevedibile. La sociologa Eva Illouz parla di “capitalismo emotivo”, ovvero di una commercializzazione delle emozioni umane. Il capitalismo del XXI secolo mette a reddito esperienze nate dai moti dell’anima. Così facendo, le regimenta ed elimina l’imprevisto, in nome del falso mito della compatibilità.

Insomma, la “personalizzazione” fa male a ogni aspetto della nostra vita e anche all’incontro di anime e corpi?

L’amore deve stravolgere la routine, non adeguarvisi! Non possiamo perdere l’emozione del tuffo nell’ignoto, in nome di una conservazione arida che arricchisce solo chi cerca di governare le nostre passioni a scopo di lucro.

Insomma, lo spettacolo si apre con un annuncio sconcertante. Nel 2030, fine degli orgasmi...

Abbiamo affrontato il tema in modo paradossale e divertente. La trama è però un pretesto per mettere in scena dei ragionamenti. Non credo molto nel teatro che racconta storie e gli stessi personaggi rappresentano le linee della riflessione.

Un testo filosofico?

Durante lo spettacolo si ride dall’inizio alla fine. Vorrei che questo fosse chiaro. La risata però non è catartica quanto piuttosto corrosiva. Serve a portare il sangue alla testa e ad accorgersi che – per fortuna – abbiamo ancora un corpo, non solo per allenarlo, cospargerlo di creme antirughe, adeguarlo agli standard di bellezza propagandati dai social.

Lo spettacolo vuole rivolgersi alla generazione del digitale?

Io scrivo dal punto di vista di un ventinovenne quale sono. Non credo però nella necessità di individuare un target. Il teatro deve essere transgenerazionale, deve far dimenticare l’età a chi guarda.

Il vostro legame con il Teatro Sociale si rinsalda...

È un rapporto splendido, di vera e propria amicizia. Già portando al Sociale i precedenti lavori abbiamo costruito uno scambio bello con il pubblico comasco. Noi abbiamo portato la nostra concezione di teatro e gli spettatori hanno avuto la pazienza e l’entusiasmo di accoglierla. Speriamo che anche stasera si crei questa sinergia.

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