Chi sa stare al mondo e chi conta meno di zero
In un film intelligente e spiritoso di una ventina di anni fa, “Caterina va in città” di Paolo Virzì, c’è una scena profetica che racconta cosa sarebbe diventata o, per essere più maliziosi, cosa è sempre stata l’Italia del potere.
La protagonista è la figlia di un insegnante e di una casalinga che frequenta una delle scuole medie più prestigiose di Roma e dove diventa amica prima di una cosiddetta “ragazza di destra”, modaiola e superficiale, figlia di un rampante parlamentare ex missino e poi di una cosiddetta “ragazza di sinistra”, snob e terzomondista, figlia di un noto intellettuale da terrazza. Come spesso accade a quell’età, l’amicizia si infrange tra gelosie e ripicche fino a degenerare in una rissa che obbliga il preside a convocare i tre genitori a scuola.
E all’uscita dal colloquio il padre di Caterina, persona di modestissime condizioni economiche, vede il noto esponente della destra e il noto intellettuale della sinistra, che dovrebbero odiarsi e combattersi, coinvolti in un minuetto di sorrisi e complimenti reciproci e ammicchi e salamelecchi e soprattutto di complicità di casta mentre a lui nessuno dedica nemmeno un minuto di attenzione. E’ in quel momento che capisce che i due, per quanto recitassero in televisione e sui giornali, non erano affatto diversi e opposti, ma fatti invece della stessa identica pasta. Perché la vera Italia non era quella venduta a lui e a quelli come lui dagli imbonitori del popolo bue e cioè un paese diviso verticalmente tra berlusconiani e antiberlusconiani, ma invece divisa orizzontalmente tra loro, quelli che sapevano come stare al mondo, e tutti gli altri, quelli che non contavano una mazza. Che pedagogia.
Ed era così, nel lontano 2003. Ed è così pure oggi, nel mefitico 2026. Se guardate solo un attimo da questa prospettiva il clamoroso caso Ranucci e i suoi sviluppi praticamente quotidiani, dall’esplosione della famosa bomba all’arresto di Lavitola, alle sue confessioni grottesche, alle sue riflessioni circensi, al suo profilo felliniano e al progressivo coinvolgimento di interi e insospettabili pezzi di sistema politico-informativo-salottiero romano, anzi, romanocentrico, anzi, romanesco è esattamente lo stesso. Sembra una sceneggiatura di Flaiano.
Qui non è importante l’aspetto strettamente giudiziario della vicenda, che avrà il suo corso con tutti i passaggi, le procedure di garanzia e i relativi gradi di giudizio. Questo importa poco, onestamente. Quello che importa, e molto, è proprio la conferma della tesi sostenuta in quella scena del film e cioè che tutta la messinscena che va in onda ogni giorno sui giornali, nei talk show e sui social e che narra quotidianamente di questa ipotetica e sbandierata guerra civile tra due fazioni inconciliabili e una contro l’altra armate, tra due culture, due posture, due visioni del mondo che mai e poi mai potrà avere una sintesi, è una solenne buffonata.
E’ tutto falso, è tutto posticcio, è tutto farsesco, è tutta una pochade, una commedia di finti equivoci dove ognuno recita la sua parte prestabilita, dove tutti frequentano tutti, tutti parlano con tutti, tutti sono amici di tutti, tutti sistemano gli amici di tutti, tutti fanno favori a tutti. E così, prima si scannano in televisione e poi vanno al ristorante assieme a mangiare gli spaghetti con le vongole sgusciate, prima se ne dicono e se ne scrivono di tutti i colori e poi si chiedono l’un l’altro “che te serve?”, prima berciano e poi sghignazzano, proprio come denunciato anni fa da Marco Pannella, che accusava i due grandi partiti di massa di comportarsi come i ladri di Pisa, che litigano di giorno in piazza per crearsi un alibi e poi vanno a rubare assieme di notte.
Non c’è alcuna alta politica visionaria, non c’è alcun giornalismo d’inchiesta incorrotto e incorruttibile, non c’è alcun principio etico e deontologico e culturale sul quale non si accettano compromessi e tutto il resto delle scemenze che svariati, variopinti e pudibondi tromboni tratteggiano nelle loro filippiche incendiarie. C’è solo una grande palude, un’enorme pastetta, uno sterminato metodo Cencelli grazie al quale vengono occupate tutte le caselle di un potere politico e mediatico che ha interesse solo a proteggersi, a tutelarsi e in particolar modo ad autoperpetuarsi all’interno di una prospettiva clientelare, autoreferenziale e narcisistica che ha portato sino alla pura follia di un sondaggio per valutare Ranucci come potenziale leader della sinistra e, quindi, come potenziale premier, sull’onda delle meraviglie meravigliose del giornalismo manettaro con il ditino alzato.
E’ questo il vero fallimento delle élite che le ha portate non solo in Italia ma un po’ in tutto l’occidente a perdere il “controllo” del cosiddetto popolo, della cosiddetta gente, del cosiddetto uomo della strada a causa del plateale tradimento dei valori di cui le famose élite di cui sopra dovrebbero essere portatrici e custodi. La vera eredità, la vera eredità devastante dell’affaire Ranucci, consiste tutta nel crollo della sua credibilità personale e, per trascinamento, della sua trasmissione, del suo modello di giornalismo, di tutta la categoria.
Ma chi si fida di politici così? Chi si fida di un’informazione così? Chi si fida di una magistratura così, di sindacati così, di magistrati così, di baroni sanitari e universitari così eccetera eccetera eccetera? Ma soprattutto sapete cosa succede al cosiddetto popolo, alla cosiddetta gente, al cosiddetto uomo della strada quando i riferimenti storici della politica e dell’informazione vengono snaturati da una casta inefficiente, inetta e trasformista? Finisce che si butta nelle mani del primo demagogo che passa, al quale basta urlare che quelli lì sono tutti dei ladri e che ci penserà lui a colpi di ramazza a riportare onore e gloria nel Belpaese per raccogliere miriadi di consensi, che infatti è il dato distintivo degli ultimi vent’anni in Italia e in tutto l’Occidente. E con tutta probabilità anche dei prossimi venti.
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@Diego Minonzio
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