Gli artisti schierati, un sinistro conformismo
Fra gli aspetti più spassosi della cosiddetta cultura di sinistra c’è questa vena dittatoriale-grottesca secondo la quale appena uno intelligente di sinistra dice una cosa di buon senso arriva subito un imbecille di sinistra a dargli del fascista.
Sta suscitando clamore la ferocia con la quale il cosiddetto mondo intellettuale sinistroide e il cosiddetto girotondo della piazza sinistroide sta attaccando per i piedi ai lampioni di piazzale Loreto due fra i più autorevoli, carismatici e osannati artisti progressisti, Erri De Luca e Francesco De Gregori, che nei giorni scorsi hanno scolpito nella pietra parole filologicamente impeccabili e storiograficamente ponderate su Gaza, Israele e Iran. Scatenando immediatamente su di sé un’ondata di odio, insulti, ululati, minacce, scomuniche, maledizioni - tutte rigorosamente Made in Gauche Caviar - che sta ingorgando il water dei social senza che nessuno si azzardi a tirare lo sciacquone. Un massacro mediatico che gli intelligenti da terrazza, i benpensanti da salotto e il popolo bue delle adunate del sabato pomeriggio riservano regolarmente ai Traditori della Causa. Tipo Lucifero che mastica Giuda, Bruto e Cassio nel lago ghiacciato al fondo dell’Inferno o tipo la caccia all’uomo a Calhanoglu quando è passato dal Milan all’Inter o a Ronaldo il Fenomeno quando è passato dall’Inter al Milan (via Real Madrid), che forse rende meglio l’idea.
Ora, cosa avranno combinato di così intollerabile l’autorevole e impegnatissimo scrittore e il malinconico e impegnatissimo cantautore? De Luca in un’intervista al giornale “Israel Hoyom”, ripresa in Italia da “Il Foglio”, ha detto quello che la sinistra si rifiuta da sempre di sentire e cioè che “il sionismo è il riconoscimento basilare del diritto degli ebrei a una patria nazionale” e che “a Gaza non c’è alcun genocidio”. Questi sono due concetti che chiunque abbia letto tre libri di storia e che non si rassegni ad abbandonare il principio che le parole hanno un significato, le parole non si usano a vanvera, le parole sono pietre, conosce a menadito: il sionismo è un fenomeno che nasce alla fine dell’Ottocento tra le avanguardie europee per dare una patria al popolo più antico della storia, che ne era privo da duemila anni, e che i pogrom russi prima e la Shoah dopo avevano dimostrato non poter sopravvivere senza. Questo è lo Stato di Israele. Lo sa anche uno studente di liceo. E che per genocidio, al di là del numero delle persone coinvolte, si intende uno sterminio su base etnica, biologica, non su base territoriale. Quindi a Gaza è in atto una strage mostruosa di innocenti (tolti i trentamila miliziani di Hamas eliminati, d’accordo?), ma non tecnicamente un genocidio. Altrimenti anche Churchill e Truman sarebbero responsabili del genocidio dei civili tedeschi e dei giapponesi. C’è qualcuno che lo vuole sostenere rimanendo serio, putacaso? E anche questo lo sa lo stesso studente liceale di cui sopra.
Lo sanno tutti. Tranne i cervelloni partigiani 4.0 che in meno di un nano secondo hanno trasformato De Luca da guru antagonista, eroe del No Tav, reduce indomito di “Lotta Continua” in patriarca bianco, vecchio bavoso, servo dei padroni, fascista infame, Giuda Iscariota e via diffamando. C’è da giurare che da ora in avanti non lo pubblicherà più nessuno, non lo recensirà più nessuno, non lo premierà più nessuno, non lo inviteranno più ai festival che piacciono alla gente che piace. Dura la vita dei revisionisti.
Ma non è finita. Perché un paio di giorni dopo Francesco De Gregori, durante una conferenza stampa di rara onestà intellettuale, ha dichiarato tutto il suo imbarazzo quando vede un uomo di spettacolo schierarsi in modo netto su questioni internazionali e quando assiste “ai proclami buttati giù da un palco”. Lui non lo fa, non se ne sente all’altezza, non ne ha le competenze, non si ritiene in grado “di poter dare lezioni su Gaza e sull’Iran”. E ha pure aggiunto di non capire perché Bruce Springsteen si senta in dovere dopo ogni concerto di dare il suo giudizio su Trump. Il cantante parla al pubblico tramite le canzoni, non tramite un pistolotto finale dedicato all’universo mondo. L’artista “è” la sua opera. Niente di più. Niente di altro. Un ragionamento da applausi, anche e soprattutto da parte di chi - come chi scrive questo pezzo - non è mai stato un fan del cantautorato impegnato italiano e tanto meno della culturetta retromaniaca anni Settanta. Apriti cielo. Mascalzone, farabutto, maiale, borghese e vergognati e sparati e vecchio rimbambito e trombone sfiatato e sporco borghese e ti avevamo già processato nel 1976 e buttiamo i tuoi dischi nel cassonetto e tutto il meglio del repertorio dei soliti intasatori di cessi dei quali abbiamo parlato prima.
Ora, la di là delle crasse risate che questi qui regalano ogni volta che arriva uno a lasciarli in mutande con i loro pensierini da quinta elementare, da analfabeti funzionali, da trockisti del catasto di Aci Trezza, da rivoluzionari pulciosi e forforosi della macchinetta del caffè, da giornalistonzoli falliti che organizzano la rivoluzione proletaria durante la seduta di autocoscienza di “Ecce Bombo” eccetera eccetera, la cosa più significativa è un’altra. Il tema non è tanto schierarsi o non schierarsi per questa o quella causa. Il tema è perché tutti gli artisti, scusate, tutti i sedicenti artisti, è dagli anni Sessanta che si schierano tutti per la stessa causa e si schierano tutti dalla stessa parte e dicono tutti le stesse cose. Tutti. Ma tutti tutti. Senza che ne manchi nemmeno uno. Tutti nello stesso modo, tutti sullo stesso argomento, tutti con lo stesso vocabolario di trenta parole, per poi congratularsi e pavoneggiarsi e omaggiarsi e premiarsi e recensirsi l’uno con l’altro.
Quindi questo non è tanto sinistrismo o destrismo o radicalismo o movimentismo o rivoluzionarismo o flotillismo. Questo è un’altra cosa. Questo è conformismo. O, come si dice in maniera più efficace qui sul lago di Como, questo è paraculismo. Che è il marchio di fabbrica dell’artista medio italiota. Quello che garantisce applausi, consenso e successo nel paese dei balocchi più bello che c’è.
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@DiegoMinonzio
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