La disputa con i 5 stelle. Il Pd all’angolo di fronte a Conte
Politica Qualunque sia l’esito delle primarie, Conte intende dettare la linea sull’Ucraina e la politica estera, ossia sul dossier attualmente più importante: «Mai più armi a Kiev»
Lettura 2 min.Il Pd perde voti. E più perde voti, più Conte si convince di essere lui il vero leader del Campo largo. È l’effetto, da ultimo, del sondaggio di Nando Pagnoncelli che attribuisce ai democratici il 19,5% dei voti, cioè una quota al di sotto della «soglia psicologica» del 20%, quasi cinque punti in meno delle scorse elezioni, a soli cinque punti percentuali di distanza dal M5S che nel frattempo è risalito, grazie a Giuseppe Conte, quasi al 15% dal 10 in cui era precipitato. Di più: se adesso si sommano M5S e AVS, insieme superano la porzione elettorale del Pd che nella coalizione diventa minoritario, altro che «vocazione maggioritaria» di cui parlava Walter Veltroni alla nascita del partito. Del resto, lo si è visto bene quando, in una rara presa singola di iniziativa, Elly Schlein ha scritto una lettera a Giorgia Meloni tramite i giornali per invitarla al dialogo sul tema dell’energia, Conte e Angelo Bonelli l’hanno smentita, «con questo governo non si dialoga», e la lettera è finita nel cestino.
In sostanza, il Pd è all’angolo di fronte a Conte che, qualunque sia l’esito delle primarie, intende dettare lui la linea sull’Ucraina e la politica estera, ossia sul dossier attualmente più importante: «Mai più armi a Kiev». Conte immagina anche se stesso che va a fare il messaggero di pace a Mosca, non si sa a nome di chi e con quali possibili risultati, ove mai fosse ricevuto, ma tanto basta per dipingerlo come l’unica personalità del campo largo ad avere lo status di candidato premier, e non solo perché lo è già stato, ma perché è in grado, come dicono i politologi, di «dettare l’agenda» all’intero campo largo: lo ha fatto di recente quando ha decretato la fine della cultura «woke» di derivazione americana. Conte ha schierato il M5S, d’accordo con AVS di Bonelli & Fratoianni, su una linea di pacifismo radicale ed è convinto di poterla imporre ai democratici. Lo rivela uno dei suoi fedelissimi: «L’accordo è possibile - dice - perché molti del Pd la pensano come noi».
Ed è vero, se si guarda al cerchio magico di Elly Schlein; ma non lo è per il resto del partito, ossia per la minoranza riformista, quella che finora non ha toccato palla e ha potuto solo mugugnare sulla subordinazione della segretaria all’avvocato di Foggia, ma che pure raggruppa le personalità più pronte e sperimentate per il governo, ossia i residui di quel «partito dell’establishment» che un tempo i grillini odiavano in quanto «casta», ma che pure facevano del Pd il partito più affidabile per Palazzo Chigi, sia in campo nazionale che internazionale.
Quella stessa componente riformista oggi si ritrova con un Pd che ha deciso di votare alla Camera contro il disegno di legge sull’antisemitismo che invece al Senato è passato proprio con il consenso della minoranza democratica (soprattutto del senatore Graziano Delrio).
La senatrice a vita Liliana Segre ha lanciato un appello perché il ddl sia votato all’unanimità dal Parlamento come gesto simbolico rappresentativo della volontà nazionale. Ma se la maggioranza non cambierà un certo articolo (quello in cui anche una critica al governo israeliano può essere considerato antisemitismo), e pare che non abbia intenzione di farlo, il Partito democratico confermerà il suo «no» che provocherà l’uscita dal partito di un esponente di riguardo come Emanuele Fiano, animatore insieme a Piero Fassino, della «Sinistra per Israele». Ma anche su questo Schlein probabilmente ascolterà la sua squadra, tutta rigorosamente schierata su posizioni pro-Pal esattamente come i Cinque Stelle e l’estrema sinistra.
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