Il filosofo: «A scuola serve più pensiero per creare oltre il noto»
L’intervista Manzotti: «L’algoritmo domina ciò che sappiamo, al centro va rimesso l’uomo. La sfida è stimolare l’originalità e il pensiero critico. Gli strumenti per arginare la sostituzione digitale esistono»
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L’uso dell’intelligenza artificiale nella comunicazione digitale è un’opportunità ma anche un fattore di preoccupazione per la futura perdita di posti di lavoro. Ma ci sono le condizioni affinché ciò non accada, e molto si lega alla formazione e all’educazione. Ne parliamo con Riccardo Manzotti, professore di Filosofia dei media, di Mind and Machine e di Psicologia dell’arte all’Università Iulm, “disciplina diverse ma con una radice comune”.
Laureato in Ingegneria elettronica con dottorato in robotica, Manzotti è stato un ingegnere profondamente immerso nelle fasi evolutive che ha avuto l’intelligenza artificiale almeno nell’ultimo decennio, con anni passati tra il Mit di Boston, il Kaist di Seul con la Samsung e la United Arab Emirates University degli Emirati A. I suoi studi sono proseguiti sulla psicologia, fino a una nuova laurea in Filosofia teoretica: «Quando facevo l’ingegnere e poi studiavo la robotica il mio obiettivo era capire la natura della mente, perciò mi sono spostato a psicologia e poi a filosofia. Non è stata una serie di tradimenti, ma un tornare a un luogo originario da cui scaturisce ciò che siamo, da punti di vista diversi». Con un’estrema sintesi rappresentata oggi dai processi dell’intelligenza artificiale.
Qual è il ruolo della formazione nel governare un futuro già iniziato con l’espansione dell’Intelligenza artificiale in ogni campo?
Il mondo dell’educazione è il mondo della trasmissione e della conoscenza. L’intelligenza artificiale è conoscenza artificiale. Ciò basta a evidenziare l’estrema criticità della strategicità che oggi ha il problema dell’educazione e della formazione al tempo dell’AI. La formazione è il settore che ne viene impattato più di ogni altro. L’AI genera un contenuto ma non sa generare un nuovo genere perché si muove nelle possibilità del noto, di ciò che già si conosce, mentre l’essere umano per sua natura si muove nel confine di ciò che ancora non si conosce.
Un esempio della giusta direzione da dare all’insegnamento per chi vuole lavorare in settori fortemente impattati dall’AI?
Cito spesso come esempio l’Infinito di Leopardi, che tutti gli studenti conoscono: «... e questa siepe che di tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude...»: quella siepe rappresenta la conoscenza libresca che lui aveva già assorbito ed è vero che dà sicurezza muoversi in ciò che è già certo, ma la caratteristica fondamentale dell’uomo è cercare di superare sempre un orizzonte che non si raggiunge mai perché rimane sempre come infinita possibilità di qualcosa di nuovo. Non è un discorso astratto: per anni abbiamo avuto il cosiddetto “cognitariato”.
Cosa intende?
È una parola che dobbiamo a Franco Berardi con cui non condivido quasi nulla, ma la parola è geniale: è quel tipo di valore personale che negli ultimi 70 anni era utile al sistema economico, che dopo gli anni Sessanta non aveva più bisogno di braccia e di prole, ma di persone con capacità cognitive utili. Perciò abbiamo messo in piedi il cognitariato, intreccio tra necessità economiche di una società basata sul terziario e il sistema accademico, il quale non ha avuto fino a un certo punto particolare spazio per l’originalità, per il guardare fuori da ciò che già si conosce. Fino a ieri il mondo dell’istruzione ha voluto sfornare persone che avessero un minimo di conoscenza e competenza: ciò ha rappresentato il valore economico che le persone avevano nel sistema del cognitariato. La parola competenza contiene la parola compito, che è tale perché è già contenuto dentro a un sistema di conoscenze di cui si riconosce la validità. Tutto il sistema del cognitariato si basava sull’idea che le persone che generassero del contenuto fossero in grado di eseguire dei compiti. La conoscenza e la competenza si legano e questo oggi lo fa l’intelligenza artificiale. Rassegnamoci: l’IA è competente.
Anche se può sbagliare?
Può sbagliare, avere le allucinazioni, ma sono peccati di gioventù, del resto l’IA ha circa 3-4 anni. Oggi la chiamiamo intelligenza artificiale, sarebbe più facile chiamarla conoscenza artificiale: è una macchina che cattura la conoscenza, non l’intelligenza. E lo fa benissimo.
Come sono cambiati i linguaggi e i modelli di lavoro di chi fa comunicazione e informazione e qual è il fattore decisivo per evitare che l’AI sostituisca in tali settori il lavoro umano?
Parlando in generale di comunicazione e anche di informazione, assistiamo in particolare a una crisi dell’informazione che già si era manifestata negli ultimi anni con la crisi che ha coinvolto la carta stampata. Una settimana fa in Italia ha chiuso Wired. L’accelerazione è data dal fatto che se il giornalismo era generazione e trasmissione del contenuto oggi questo lo fa l’Intelligenza artificiale. In tutti i campi ci sono tre piani: esecuzione, compiti, valore. Quest’ultimo è quello in cui gli esseri umani sono in grado di aggiungere qualcosa di no contenuto nei precedenti. Tale aggiunta è valore. Fino all’AI ci potevamo accontentare, anche nella comunicazione, di un livello di competenza conforme, applicare modelli e strategie noti nella nostra area di competenza. Oggi l’asticella per effetto dell’AI si è alzata enormemente e si richiede di aggiungere sempre qualcosa di non contenuto. Ciò è diventato essenziale affinché l’essere umano non sia così sostituito dall’intelligenza artificiale. Quindi la buona notizia è che ciò che in tutti i settori professionali e accademici avevamo guardato con sospetto ora diventerà sempre più richiesto in termini di contributo umano.
Come si devono muovere la formazione e l’educazione?
Devono muoversi mettendo sempre più al centro il soggetto e sempre meno la materia. Dobbiamo sviluppare le capacità di originalità, valore, pensiero individuale e sempre meno preoccuparci che le persone assorbano una determinata competenza. Non significa che le persone debbano essere ignoranti.
Ad esempio?
Ad esempio io sto riscoprendo l’apprendimento a memoria dei classici, non al fine di essere in grado di ripetere bensì perché è un mezzo che mi consente di dire e creare qualcosa di radicalmente nuovo: se l’apprendimento mnemonico viene fatto solo come acquisizione di una prestazione è solo ripetizione; se invece viene fatto in modo da far propria la voce dell’autore e fare propria le necessità che ha fatto sì da interiorizzare il pensiero di chi ci ha preceduto attraverso il contatto intimo di ciò che hanno prodotto. Quindi in primis ci si deve concentrare sullo sviluppo delle capacità originarie delle persone più che sulle competenze. Credo che l’apprendimento mnemonico vada esteso anche all’università in modo tale da stimolare la tendenza ad andare oltre il contenuto, raggiungendo l’elaborazione del pensiero degli autori. Il bravo comunicatore a un certo punto dice la parola giusta e per farlo non ci ha pensato, in quanto lui è diventato trasparente a quanto appreso: è il primo punto a cui deve puntare l’educazione oggi.
Come mettere le basi per progettare un futuro professionale nella comunicazione digitale?
I due modelli fondamentali dell’educazione sono il Liceo di Aristotele e l’Accademia di Platone. La differenza fra i due modelli è che nell’Accademia le persone si incontravano e al centro dei dialoghi c’erano loro, l’obiettivo era formare loro stessi. Nel Liceo di Aristotele ci sono le varie discipline e i loro testi, ci si focalizzava sulla materia. L’università negli ultimi 30 anni purtroppo è diventata più simile al Liceo di Aristotele, ma dovrebbe riscoprire l’Accademia di Platone. La parola deve tornare ad essere parola viva, altrimenti la comunicazione si appiattisce su modelli strategici che abbiamo preso per buoni ma senza tuttavia aggiungere qualcosa che già non ci sia.
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