« Sfaticati? Niente affatto, danno più valore al tempo»
Intervista Giampiero Falasca, avvocato esperto di diritto del lavoro e delle relazioni industriali, ha scritto un libro sui giovani. «Sono davvero poco motivati o è il contesto a non offrire i messaggi giusti? Il sistema li sostiene veramente?»
Lettura 3 min.«I giovani di oggi sono davvero “sfaticati”, oppure siamo noi a non riuscire più a leggere il cambiamento? Per anni abbiamo considerato il lavoro come una sequenza di sacrifici necessari per conquistare un posto nel mondo. I più giovani mettono in discussione questo modello, chiedono coerenza tra impegno e prospettive, difendono il proprio tempo e la propria identità». Dedicato alle nuove generazioni, ma indirizzato a chi oggi è “al comando”, “Sfaticati - Oltre il mito dei giovani fannulloni: cosa chiede al lavoro la GenZ” (IlSole24Ore) è il titolo del libro firmato da Giampiero Falasca, avvocato esperto di diritto del lavoro e delle relazioni industriali.
Com’è costruito il volume e perché ha deciso di scriverlo?
Il libro nasce dalle convinzioni forti di un cinquantenne, cioè io, che a un certo punto inizia a mettere in discussione le proprie certezze confrontandosi con un ventenne, che tiene a precisare di non essere rappresentativo di nulla, ma di fatto mi accompagna nel suo mondo, aiutandomi a guardarlo da una prospettiva diversa. Un dialogo in cui il ventenne interviene poco, ma con osservazioni spesso fortemente critiche, mentre il cinquantenne si interroga continuamente e mette in discussione le proprie convinzioni. Da questo confronto emergono domande di fondo: i giovani sono davvero poco motivati oppure è il contesto a non offrire loro i messaggi giusti? La scuola li prepara adeguatamente? Il sistema li sostiene davvero? Il sindacato li rappresenta? Le politiche pubbliche sono realmente costruite su misura delle loro esigenze? È proprio a partire dal dialogo che si sviluppano alcune conclusioni che finiscono per modificare le premesse iniziali.
La frase “ai miei tempi era diverso” seguita da una lunga lista di motivi per cui “noi” siamo migliori di “loro”, ha senso? Dove porta?
No, non ha senso perchè non è costruttiva. Tra “noi” e “loro” c’è una distanza che spesso spieghiamo dicendo che i giovani non vogliono essere come noi, ma raramente ci si ferma a chiedersi cosa abbiamo effettivamente consegnato a questa generazione. Un mercato del lavoro capace di offrire contratti di qualità? No. Un equilibrio dei conti pubblici che garantisca margini per il futuro? No. Condizioni ambientali serene e sostenibili? No. Eppure, da loro si pretende che siano felici come il Candido di Voltaire, perennemente contenti di qualsiasi cosa.
Al primo colloquio di lavoro, le nuove generazioni spesso chiedono informazioni su stipendio, tempo libero, formazione e prospettive di crescita. Mettere sul tavolo le proprie aspettative è un male?
Porre alcune domande è vissuto quasi come un affronto. E’ invece necessario prendere atto che ogni generazione ha i propri canoni, i propri modi di fare e di interpretare la realtà, le differenze sono evidenti e innegabili, ma proprio per questo non dovrebbero tradursi in giudizi. La distanza tra generazioni andrebbe misurata e compresa con l’obiettivo di ridurla, non di giudicarla. Al contrario, si osserva spesso un atteggiamento opposto, chi si trova in una posizione di maggiore forza tende a esprimere giudizi negativi o sprezzanti verso chi è meno forte. Non si può ignorare che questa generazione si affaccia al lavoro con difficoltà maggiori rispetto a quelle incontrate in passato.
Lei evidenzia come chi cerca di entrare nel mercato del lavoro non sia rappresentato, mentre dall’altra parte la generazione “al comando” ha creato una serie di condizioni per mantenere il proprio posto.
Nel libro dedico un capitolo anche al sindacato. Una delle confederazioni attualmente più forti è quella dei pensionati, persone che non hanno sottratto nulla a nessuno, ci mancherebbe, ma che sono arrivate alla fine della carriera con il massimo delle tutele, avendo alle spalle un percorso lavorativo regolare e stabilmente garantito. Chi invece il proprio percorso lavorativo deve ancora costruirlo risulta poco rappresentato. I giovani, infatti, hanno un peso elettorale, politico e mediatico più limitato e questo contribuisce a una loro minore centralità nel dibattito. In questo senso, emerge una difficoltà strutturale della rappresentanza, chi dovrebbe essere portatore di interessi ancora in formazione finisce per avere meno voce, perché quegli interessi non si traducono immediatamente in vantaggi consolidati per il sistema esistente.
Il mondo del lavoro, la rappresentanza, arriviamo alla famiglia, lei ha citato un’espressione che è stata coniata in America: i “genitori spazzaneve”, può spiegarci cosa significa?
Le nuove generazioni non mostrano una marcata autonomia, uno dei fattori che può aver contribuito a questo aspetto riguarda anche il ruolo dei genitori, spesso molto presenti nel risolvere i problemi dei figli. Negli Stati Uniti si parla infatti di “genitori spazzaneve”, che intervengono a ogni minimo segnale di difficoltà, da un lato eliminano gli ostacoli quando possibile, dall’altro arrivano a pianificare nel dettaglio percorsi di studio e di carriera. Il risultato è che, quando i figli diventano adulti, si trovano improvvisamente chiamati a essere autonomi e indipendenti senza aver mai davvero sperimentato fino in fondo la gestione dei problemi. In realtà, la costruzione dell’autonomia richiede anche la capacità di lasciare spazio, di permettere alle persone di sbagliare e di affrontare le difficoltà. Questo è un ragionamento che nasce anche da un’esperienza personale, dai miei errori e dalle riflessioni maturate nel tempo, non una critica verso altri, ma una consapevolezza costruita da me sul campo.
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