Il destino di Gaza e i tanti paradossi

Hamas non cederà mai le armi, questa è la realtà, né accetterà di dissolversi, qualunque sia il prezzo che dovranno pagare i palestinesi. Proprio come Netanyahu non accetterà mai di ritirarsi dal 64% della Striscia che Israele controlla, non importa quanti altri palestinesi innocenti dovrà far morire per dare la caccia ai miliziani.

Si scrive Gaza ma si dovrebbe leggere Israele. Perché sono proprio le vicende interne dello Stato ebraico, oggi, a dettare il passo per la realizzazione del compromesso di pace che Donald Trump era riuscito a far accettare a Benjamin Netanyahu e ai dirigenti di Hamas il 14 ottobre dell’anno scorso. Il 27 ottobre di quest’anno, invece, si terranno le elezioni parlamentari israeliane e Netanyahu, che vede la sua maggioranza a rischio, non può cedere di un millimetro dopo anni di guerra permanente su molti fronti. Quindi insiste: nessuna ritirata dell’Idf, nessuna ricostruzione finché Hamas non avrà consegnato l’ultimo mitra e l’ultimo tunnel (che Israele considera armi offensive) non sarà distrutto.

E non basta: i sentimenti dell’ultra destra fondamentalista, i cui seggi possono risultare decisivi, sono coltivati dal solito Itamar Ben Gvir, il ministro della Sicurezza che rinnova i propositi più feroci dicendo che nella Striscia, dove dal famoso accordo sono ormai morte altre 1.500 persone, bisognerebbe uccidere 30-40 uomini per notte. Il ministro della Difesa Israel Katz ordina all’esercito di passare in Cisgiordania tutti i poteri alla polizia, senza distinguere tra aree controllate da Israele e aree sotto la giurisdizione palestinese, facendo così fare un ulteriore passo all’annessione della West Bank.

E per non sbagliare, l’esercito israeliano continua l’opera di demolizione del Sud del Libano mentre l’aviazione bombarda l’aeroporto militare di Idlib, nel Nord della Siria. È abbandonato da anni ma serve per la propaganda.

Di fronte a tutto questo assai poco possono il superconsulente Tony Blair e il direttore del «Board of Peace» Nikolay Mladenov, che hanno affiancato Jared Kushner, il genero e inviato di Trump, nel difficile compito di trattare con Netanyahu. Si capisce che Trump ci prova, vorrebbe smuovere qualcosa anche perché un qualche successo servirebbe anche a lui, in caduta libera nei sondaggi (33% di approvazione, record negativo dei suoi mandati) a soli due mesi e mezzo dalle elezioni di metà mandato. Ma non ce la può fare, perché non c’è solo la reticenza di Netanyahu.

Hamas, per parte sua, fa finta di niente: rinnova i quadri, nomina dirigenti (Khalil al-Hayya è diventato a luglio capo dell’ufficio politico) dalla ridotta aspettativa di vita e si tiene stretto il residuo dominio sulla povera popolazione della Striscia, che nessuno aiuta a liberarsi del giogo.

Hamas non cederà mai le armi, questa è la realtà, né accetterà di dissolversi, qualunque sia il prezzo che dovranno pagare i palestinesi. Proprio come Netanyahu non accetterà mai di ritirarsi dal 64% della Striscia che Israele controlla, non importa quanti altri palestinesi innocenti dovrà far morire per dare la caccia ai miliziani.

Nel dramma proliferano i paradossi. Sette gazawi su dieci sopravvivono solo grazie agli aiuti umanitari, i medicinali non arrivano (sono lo 0,5% dei beni che entrano nella Striscia, dati dell’ong «Emergency»). Ma l’unico accenno di «ricostruzione» per ora è la decisione di costruire una base per i soldati del Marocco, che dovrebbero fare da istruttori alla Forza internazionale di pace. E nei giorni scorsi sono arrivati in Israele, per colloqui con i colleghi israeliani e americani, militari dell’Uganda e del Burundi, che dovrebbero appunto far parte di quella forza. I Paesi che hanno già aderito sono Kosovo, Albania e Kazakstan. Col massimo rispetto: ve li vedete tutti insieme a Gaza?

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