Città fragili e da ripensare, tra crisi climatica e turismo

L’intervista Elena Granata: «Da una parte c’è l’idea di uno spazio che deve rimanere abitabile e a misura dei propri residenti dall’altra, un luogo che tende a flettersi e ad attrezzarsi prioritariamente per incontrare i desideri dei visitatori»

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Il destino della città tra crisi climatica e monocoltura turistica. Elena Granata, architetto, docente al Politecnico di Milano, scrittrice, è intervenuta a Como per la presentazione del libro “La città è di tutti”: più verde e servizi per i cittadini sono le strade per mitigare i rischi e garantire la vivibilità dei territori.

Nel suo ultimo libro analizza i grandi bivi di fronte ai quali si trovano oggi le città: quali sono le fratture principali che mettono a rischio la tenuta economica e sociale dei centri urbani?

Il contenuto riguarda una questione chiave che tutti i centri urbani si stanno ponendo: qual è il futuro delle nostre città e, in particolare, quali prospettive si aprono per realtà come Como? Le città sono a un bivio cruciale che dipende da una serie di fattori ben precisi. Il primo elemento è la crisi climatica e l’aumento costante delle temperature. Le città sono luoghi estremamente fragili. La dipendenza dalle ondate di calore, la frequenza di eventi estremi come la siccità o le alluvioni non sono soltanto emergenze ambientali, ma fattori di ordine strettamente economico. Essi possono, da un anno all’altro, spostare i flussi turistici, accentuare le calamità e ridurre drasticamente la qualità della vita dei cittadini. A questo primo snodo si collegano poi due grandi fratture interconnesse: la pressione del turismo e la crisi dell’abitare.

Centri storici di fondazione medioevale e romana, come ad esempio il centro di Como, come possono concretamente mitigare l’impatto dell’aumento delle temperature?

La città storica è stata concepita come una struttura di pietra compatta, priva di verde e natura perché quest’ultima si trovava originariamente all’esterno delle mura. Oggi questa conformazione è la meno adeguata a resistere al caldo. Ovunque ci saranno senz’altro porzioni di città più rigide, difficili da trasformare, dove l’unica modalità di resistenza immediata sarà l’uso del condizionatore, ed è una realtà pragmatica con cui fare i conti. Per il resto del tessuto urbano, tuttavia, disponiamo di interventi efficaci che muovono in tre direzioni precise: la prima è la depavimentazione, si tratta di togliere l’asfalto ovunque sia possibile, perché rappresenta un fattore decisivo nell’aggravare la percezione e il trattenimento del calore.

Il secondo passo è la piantumazione: significa incrementare la presenza di alberi, che costituiscono veri e propri presidi di salute pubblica per l’abbassamento delle temperature. Infine si tratta di agire una buona gestione dell’acqua: è necessario aumentare la capacità di assorbire e stoccare l’acqua piovana attraverso giardini drenanti o cisterne, sia per difenderci dalle alluvioni sia per conservare la risorsa idrica senza disperderla direttamente in falda.

Suolo, alberi e acqua sono le tre leve strategiche. Bisogna superare la logica dei piani trentennali e darsi un programma operativo a breve termine, ad esempio a nove mesi, stabilendo metri quadri da depavimentare, numero di alberi da piantare e rifugi climatici da allestire. È una questione di sopravvivenza primaria per le fasce di popolazione più fragili, a partire dagli anziani.

In che modo l’esplosione dell’attrattività turistica incide sull’organizzazione di una città?

Si tratta di operare una scelta tra due visioni economiche nettamente contrapposte. Da una parte c’è l’idea di una città che deve rimanere abitabile e a misura dei propri residenti; dall’altra, una città che tende a flettersi e ad attrezzarsi prioritariamente per incontrare i desideri dei visitatori temporanei e degli investitori.

Oggi assistiamo a una spinta fortissima verso la trasformazione degli immobili residenziali in strutture ricettive e hotellerie, alimentata dall’aumento dei viaggiatori temporanei. Si pensi al dibattito generato dagli investimenti esteri nel Como Calcio e la possibilità che l’attrattività legata al turismo sportivo diventi la cultura economica dominante dei prossimi anni. Questa dinamica genera un conflitto profondo con il tema dell’abitare: la città rischia di diventare un luogo di mero passaggio, dominato dagli affitti brevi e dalla temporaneità. Quando il tessuto abitativo residenziale si smantella, la città tende progressivamente a ridurre i servizi essenziali alla persona come presidi sanitari, scuole, asili nido e assistenza agli anziani perché calibrata unicamente su abitanti di passaggio.

L’accelerazione turistica ha generato un’ampia ricchezza economica diffusa, che attraversa accoglienza e ristorazione per coinvolgere anche l’indotto dei servizi e dei professionisti, come si concilia questo motore economico con la vivibilità del territorio?

Occorre fare un’importante precisazione sulla natura di questa ricchezza. Spesso è fortemente concentrata nelle mani di importanti brand, investitori, fondi immobiliari e grandi asset, oltre che di specifiche categorie professionali. Al contempo, una fetta consistente della popolazione viene progressivamente espulsa dal mercato immobiliare e non può più permettersi di vivere in città. Questo fenomeno porta ricchezza complessiva, ma accresce in maniera sensibile le disuguaglianze sociali.

La ricchezza turistica va apprezzata, ma deve essere rigorosamente governata. Il turismo crea una forte competizione territoriale: la rendita di posizione di cui gode una destinazione come Como non è garantita per sempre. Nuove località sul lago o in altre zone potrebbero affacciarsi sul mercato, oppure le stesse elevate temperature estive potrebbero spingere gli investitori e i flussi verso mete più fresche.

Qual è dunque il rischio di lungo periodo per i territori che puntano tutto sull’attrazione turistica?

Il turismo è un’economia intrinsecamente “infedele”. I turisti e i grandi capitali non mantengono un legame permanente con un luogo; se le condizioni cambiano, trovano rapidamente alternative. Il fatto che personaggi facoltosi o celebrità internazionali scelgano talvolta di acquistare residenze in altre regioni o all’estero conferma che i ricchi e i flussi d’élite non assicurano una fedeltà permanente a un territorio. Se il fenomeno non viene governato attraverso la diversificazione economica, investendo su formazione, università, attrazione di giovani e servizi permanenti per la comunità, il rischio è quello della monocoltura.

Puntare su un’unica filiera economica espone la città a fragilità enormi: basta una crisi geopolitica, un conflitto o un’instabilità sanitaria come il Covid per paralizzare l’intero sistema. La storia locale lo dimostra: quando il settore tessile è andato in crisi, la dipendenza da una singola industria ha generato forti difficoltà. Più in generale è sufficiente uno spostamento di priorità che un sistema che si affida a un solo modello economico si trova in difficoltà. Per questo motivo occorre diffidare da ogni forma di monocoltura e costruire un modello economico pluridimensionale e resiliente.

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