Quanto costa non adattarsi? Il cambiamento climatico è un problema economico

L’intervista Gli eventi eccezionali stanno generando danni maggiori rispetto a dieci anni fa. Castelletti (Politecnico di Milano): «Sempre più complessa la gestione dell’acqua. Anche sul Lago di Como»

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«Siamo ancora legati all’idea che contrastare il cambiamento climatico significhi, in qualche modo, penalizzare l’economia, ma il cambiamento climatico sta già producendo costi economici rilevanti. Gli eventi eccezionali stanno generando danni economici maggiori rispetto a dieci anni fa e il problema è ancora più evidente se consideriamo che una quota importante di queste perdite non è coperta da assicurazione. La domanda è quanto ci costa non adattarci».

Andrea Castelletti è professore ordinario al Politecnico di Milano dove insegna Gestione delle risorse naturali, e dirige la Divisione Technologies for Climate Transition del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici. Sarà a Como giovedì 10 settembre nell’ambito delle serate della Lake Como School of Advanced Studies.

Come sono cambiate le strategie di gestione delle risorse idriche in risposta alla crisi climatica?

Il cambiamento climatico sta accelerando il ciclo idrologico e aumentando la variabilità, alterniamo periodi di siccità sempre più lunghi a precipitazioni molto intense, quasi tropicali. Il problema non è soltanto che c’è un po’ meno acqua, è che quando arriva tutta insieme e molto velocemente, una parte consistente non riusciamo a trattenerla. Nei sistemi alpini questo problema è ancora più evidente. Gran parte della disponibilità d’acqua arriva dalla neve, che rappresenta una sorta di serbatoio naturale, oggi ne cade meno, si scioglie prima e più rapidamente. Quello che stiamo perdendo è soprattutto la memoria dell’acqua, la capacità di accumularla quando è disponibile e di conservarla per quando serve. Ed è esattamente questa la chiave della gestione idrica, accumulare acqua quando c’è e spostarla nel tempo, quando la domanda irrigua aumenta. La neve è diventata uno dei punti del problema.

C’è un altro elemento che sta cambiando, e questa volta in positivo, stiamo migliorando la nostra capacità di prevedere come evolverà il clima.

Sul breve periodo i progressi sono più limitati, ma sul lungo periodo invece, abbiamo fatto passi avanti molto importanti, oggi siamo in grado di fare previsioni con mesi, e in alcuni casi intere stagioni in anticipo. Ed è un cambiamento fondamentale, perché più lontano riusciamo a prevedere ciò che accadrà, prima possiamo intervenire. Questa capacità di anticipare gli eventi è uno degli elementi chiave dell’adattamento climatico, significa non limitarci a reagire a quello che succede, ma poterci preparare prima. A questo si aggiunge un altro elemento fondamentale: il salto tecnologico. La sensoristica, la capacità di osservare la Terra dai satelliti e la quantità di dati oggi disponibili, hanno fatto un’evoluzione enorme. Questo è un aspetto estremamente importante perché ci permette di controllare e gestire molto meglio i nostri sistemi idrici, possiamo osservare rapidamente ciò che sta accadendo e, soprattutto, anticipare ciò che potrebbe avvenire.

Pensando al Lago di Como cosa ci può dire sulla crescente competizione tra diversi usi dell’acqua, dall’energia all’agricoltura, dall’industria al turismo?

La competizione è destinata a diventare più forte. Il meccanismo di gestione del Lago di Como è molto semplice: quando in primavera si scioglie la neve, e magari piove, quell’acqua viene trattenuta per riempire il lago e poi utilizzata dagli agricoltori durante la stagione irrigua. Ma se nello stesso momento arrivano precipitazioni molto intense, il rischio è l’opposto, per accumulare acqua a monte bisogna accettare un maggiore rischio di piena. Quindi ci troviamo davanti a un paradosso, abbiamo sempre più bisogno di acqua, ma dobbiamo anche essere sempre più prudenti nel trattenerla.

Quanto è vulnerabile il sistema idroelettrico del territorio?

Nel bacino a monte del Lago di Como ci sono una ventina di serbatoi alpini, con una capacità complessiva di circa 515 milioni di metri cubi, il volume regolabile del Lago di Como attraverso la diga di Olginate è di circa 246 milioni di metri cubi. Dal punto di vista della capacità di accumulo, è come avere quasi due Laghi di Como in Valtellina. Regione Lombardia ha istituito un tavolo specifico per gestire queste situazioni e anche quest’anno gli operatori idroelettrici hanno rilasciato acqua a sostegno dell’agricoltura.

Le concessioni prevedono già meccanismi di rilascio forzato in condizioni particolari, e la Regione sta lavorando alla revisione delle concessioni, con l’obiettivo di rendere questi strumenti realmente efficaci e garantire l’acqua necessaria al lago e di conseguenza all’agricoltura. Ma ci sono anche dinamiche che possono diventare sinergiche.

L’idroelettrico tradizionalmente segue la domanda di energia, il caldo intenso di giugno e luglio ha fatto esplodere il consumo di energia per il condizionamento e, di conseguenza, ha aumentato la domanda proprio nel periodo in cui l’agricoltura ha bisogno di acqua. Questo significa che, se viene chiesto all’idroelettrico di rilasciare acqua tra giugno e luglio, il costo opportunità può essere molto più basso di un tempo, perché i prezzi dell’energia sono comunque sostenuti da una domanda molto elevata. Il cambiamento climatico sta accelerando il sistema e rendendo più complessa la gestione dell’acqua. Aumentano i conflitti tra gli usi, ma in alcuni casi possono emergere anche nuove sinergie. E sarà proprio la capacità di governare queste interazioni a determinare gli equilibri economici futuri del Lago di Como.

Il cambiamento climatico può ridisegnare la geografia economica del Lago di Como?

Ci saranno regioni del mondo in cui andare in vacanza diventerà sempre più difficile, perché saranno esposte a temperature estremamente elevate. È quindi possibile che il Lago di Como, e più in generale tutta la fascia subalpina e alpina, diventino ancora più attrattivi dal punto di vista turistico. C’è poi il tema della montagna. L’assenza di neve cambierà profondamente l’economia montana e ci obbligherà a ripensarla, non più soltanto in chiave invernale, ma anche estiva e soprattutto interstagionale. Pensiamo, per esempio, alle quote intorno ai mille metri, dove esistono terrazzamenti che un tempo venivano utilizzati per coltivare cereali e che poi sono stati abbandonati e progressivamente rimboschiti. In futuro potremmo recuperare questi territori e immaginare coltivazioni, come la vite, a quote più elevate.

Il catastrofismo è stato uno degli errori che noi scienziati abbiamo commesso negli ultimi vent’anni, abbiamo raccontato molto bene il problema, ma forse troppo poco la capacità di adattamento e le opportunità che il cambiamento può generare. Questo non significa minimizzare i rischi. Significa capire che il cambiamento climatico avrà un impatto pesante sull’economia e che, proprio per questo, dobbiamo iniziare a ripensare oggi i territori e le attività che li sostengono.

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