Debito e vincoli del Pnrr: perché l’italia non cresce
L’intervista L’economista Paolo Balduzzi analizza le fragilità della finanza pubblica tra choc geopolitici e Patto di Stabilità: «La dispersione in micro-progetti ha ridotto inevitabilmente l’impatto aggregato delle risorse europee»
Pnrr che non mantiene le promesse di crescita e vincoli di bilancio che penalizzano la possibilità di reagire alle crisi: questa è la finanza pubblica secondo l’analisi di Paolo Balduzzi, economista, ricercatore e docente di Scienza delle finanze all’Università Cattolica di Milano.
Il debito pubblico italiano resta il principale osservato speciale: alla luce delle recenti crisi, dalla pandemia allo shock energetico, quanto margine di manovra resta effettivamente al Ministero dell’Economia?
L’analisi degli ultimi sei anni rivela una sequenza di shock esogeni che hanno reso estremamente complessa la gestione del debito. Dopo la lunga coda della recessione terminata nel 2013 e la crisi bancaria, il Paese ha dovuto affrontare l’emergenza pandemica, un evento imprevedibile che ha inevitabilmente fatto esplodere il debito pubblico. Successivamente, il conflitto in Ucraina ha generato una bolletta energetica insostenibile per il sistema produttivo e le famiglie. In un simile scenario, aggravato da eredità onerose come il Superbonus, che ha condizionato i conti pubblici in misura superiore alle precedenti crisi finanziarie di dieci anni fa, è difficile muovere critiche severe al dicastero dell’economia. Le manovre di bilancio sono state necessariamente prudenti; del resto, con spazi fiscali così ridotti, un eccesso di audacia sarebbe stato difficilmente sostenibile. Il ministro ha dovuto operare all’interno di un perimetro strettissimo, cercando di mantenere l’equilibrio tra stabilità e sostegno minimo all’economia.
L’Italia ha recentemente mancato per un soffio l’obiettivo del deficit al 3%: è un segnale di debolezza tecnica dell’amministrazione o una sfortunata congiuntura statistica?
Più che di incapacità, parlerei di un incidente di percorso dettato da una sfasatura tra le previsioni e le rilevazioni a consuntivo. La soglia è stata mancata per poche centinaia di milioni di euro, uno scarto minimo che risente anche della divergenza metodologica tra le stime governative e i calcoli dell’Istat, armonizzati ai criteri europei. Se il Governo fosse riuscito a centrare il 2,9%, avremmo parlato di una fortunata coincidenza statistica; non essendoci riuscito, si parla di fallimento, ma la realtà è che si tratta di decimali. Questa lieve sfortuna statistica ha tuttavia un costo reale: limita ulteriormente la flessibilità di bilancio per l’anno in corso, privandoci di quelle risorse, stimabili in circa 10-15 miliardi, che sarebbero risultate preziose per affrontare le attuali contingenze emergenziali. In un momento di crisi globale inaudita, disporre di quegli spazi di manovra avrebbe potuto fare la differenza tra il sostegno a un settore industriale e il suo declino.
In questo contesto, come valuta l’attuale assetto delle regole europee, in particolare il nuovo patto di stabilità e crescita entrato in vigore lo scorso aprile?
Le nuove regole sembrano aver irrigidito eccessivamente il perimetro d’azione degli stati membri. Un tempo esisteva una maggiore elasticità legata alle riforme strutturali e agli investimenti produttivi; oggi, la clausola di salvaguardia si attiva quasi esclusivamente in presenza di una recessione conclamata. Questo approccio appare eccessivamente burocratico: la politica economica dovrebbe avere una funzione preventiva, non meramente curativa. Attendere il deterioramento dei parametri macroeconomici per concedere spazi di manovra rischia di esporre imprese e famiglie a crisi che potrebbero essere evitate con una gestione più flessibile. Sulla carta sono regole di totale buon senso, ma è l’applicazione rigida che preoccupa. Dieci anni fa, la flessibilità era parte integrante del sistema; oggi sembra che si debba attendere il disastro per poter operare con strumenti straordinari. Un approccio più politico e meno burocratico permetterebbe di risparmiare molte sofferenze al tessuto sociale del Paese.
L’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza è entrata in una fase cdi bilancio e i dati sulla crescita non riflettono le aspettative in confronto alle risorse immesse: quali sono le ragioni?
È innegabile che l’azione dell’esecutivo presenti alcune mancanze, ma è fondamentale distinguere tra la responsabilità politica e i limiti strutturali della burocrazia italiana. L’aspettativa collettiva era che il Pnrr esercitasse un effetto moltiplicatore ben più incisivo: l’iniezione di circa 100 miliardi di euro in un quinquennio non ha ancora prodotto quel cambio di passo atteso nei tassi di crescita del prodotto interno lordo. Sebbene sia complesso isolare l’impatto del Piano dalle variabili esterne negative, come lo sono le spinte depressive derivanti dai conflitti internazionali, il rendimento complessivo dell’investimento risulta, al momento, inferiore alle previsioni iniziali. Ci saremmo aspettati qualcosa di decisamente superiore, soprattutto considerando che il Paese soffre di una stagnazione produttiva che risale alla metà degli anni Novanta. Mentre i partner europei crescevano a ritmi dell’uno o del due per cento, l’Italia restava ancorata a incrementi decimali. In questo contesto, superare l’uno per cento sarebbe stata una notizia positiva, ma comunque insufficiente rispetto alla velocità delle altre economie avanzate.
Gli interventi finanziati dal Pnrr sono stati a tutti i livelli: dalle grandi infrastrutture strategiche fino alla parcellizzazione della spesa a livello locale: quale di questi fattori sta pesando maggiormente sulla scarsa reattività del Pil?
La questione riguarda sia la qualità della spesa che la governance dei flussi finanziari. Abbiamo assistito a una ripartizione delle risorse che ha favorito interventi di micro-impatto sul territorio, gestiti dagli enti locali: dal recupero di piccoli compendi immobiliari a programmi scolastici che, pur lodevoli sul piano sociale, mancano di una reale visione di continuità strutturale. Molte di queste iniziative non avranno futuro una volta terminati i fondi europei, poiché mancano i presupposti per un’auto-sostenibilità economica. Sebbene sia legittimo che le singole comunità soddisfino bisogni immediati, è evidente che tali scelte non generano un volano economico duraturo. La responsabilità è dunque condivisa: il governo centrale definisce la cornice, ma sono sindaci e presidenti di regione a determinare l’allocazione finale. Chi esercita il potere decisionale deve assumersi l’onere degli esiti, anche quando questi si rivelano marginali sotto il profilo macroeconomico. La dispersione in micro-progetti ha ridotto inevitabilmente l’impatto aggregato sulla crescita nazionale.
Quali dovrebbero essere le direttrici prioritarie per garantire la tenuta della nostra finanza pubblica nel medio e lungo periodo?
Se rimaniamo nell’ambito della finanza pubblica pura, la priorità assoluta resta la riduzione del rapporto debito/Pil. Questo obiettivo si può raggiungere in due modi: indebitandosi meno o crescendo più velocemente di quanto ci si indebiti. Il debito è un macigno che condiziona ogni scelta: circa il 4% della spesa pubblica è destinato esclusivamente al rincaro degli interessi. Oltre a un deciso contrasto all’evasione fiscale, fondamentale per l’equità, ritengo imprescindibile una profonda revisione della spesa, la cosiddetta spending review. Non si tratta di operare tagli lineari, ma di analizzare gli oltre 1000 miliardi di spesa pubblica italiana per identificare cosa sia davvero utile ed efficiente. Spesso la spesa pubblica è stratificata da anni di interventi che hanno perso la loro funzione originaria. Solo migliorando la qualità della spesa sarà possibile ridurre la pressione fiscale e liberare risorse per investimenti produttivi che possano finalmente riportare l’Italia su un sentiero di crescita solido.
Il panorama internazionale rimane però estremamente volatile. Quali sono le incognite che teme di più per il prossimo biennio?
Le variabili geopolitiche dominano l’agenda economica. Oltre alla stabilità energetica, preoccupano i conflitti mediorientali, la cui durata e intensità sono imprevedibili per chiunque. Queste tensioni hanno ripercussioni immediate sui costi di approvvigionamento e sulla fiducia dei mercati. Il rischio è che l’Italia, a causa del suo elevato debito, continui a essere percepita come l’anello debole della catena europea, rendendo il finanziamento del debito stesso sempre più oneroso. È fondamentale che il Governo mantenga una linea di serietà fiscale per rassicurare gli investitori, ma al contempo deve trovare il coraggio di investire in quei settori che possono garantire un ritorno in termini di produttività. Senza un aumento della produttività, qualsiasi manovra di bilancio rimarrà una soluzione temporanea a un problema strutturale profondo che ci trasciniamo da trent’anni.
In un sistema che fatica a tenere il passo dei partner globali, la sfida non è solo rispettare i parametri europei, ma trasformare la spesa pubblica da costo a investimento. Il tempo della gestione emergenziale deve lasciare spazio a una programmazione di lungo respiro, capace di resistere alle turbolenze di un mondo sempre più incerto. Solo attraverso una rigorosa analisi della qualità della spesa attraverso una sua accurata revisione e una decisa lotta alle inefficienze burocratiche sarà possibile restituire all’Italia dinamismo economico.
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