La spinta del Salone del mobile. Ora la sfida dei nuovi mercati

L’imprenditore Silvio Santambrogio (Confindustria Como) analizza lo stato del settore alla vigilia della rassegna. «L’evento è garanzia di qualità che il mondo ci riconosce e che permette alle aziende di mantenere la leadership»

Con un fatturato alla produzione che supera i 52,2 miliardi di euro, la filiera legno-arredo alla vigilia del Salone del mobile.Milano si conferma in una fase di stabilizzazione, mentre stanno cambiando i mercati di riferimento per l’export. Filippo Santambrogio, presidente del Gruppo legno e arredamento di Confindustria Como, analizza lo stato dell’arte del settore, tra sfide geopolitiche, nuovi mercati e l’urgenza di un ricambio generazionale.

Qual è, oggi, il valore della manifestazione milanese per le imprese italiane?

Il ruolo del Salone è fondamentale, insostituibile e rimane l’unico vero punto di riferimento per il settore a livello globale. Una piattaforma strategica dotata di un’autorevolezza costruita in decenni di storia e cultura del fare. Rappresenta il principale polo di attrazione per i buyer internazionali, un luogo dove la domanda e l’offerta non si limitano a scambiarsi cataloghi, ma costruiscono visioni. Avere un momento di incontro fisico in cui l’intero ecosistema del design si ritrova a Milano permette di consolidare relazioni che il digitale, da solo, non riuscirebbe mai a sostenere. L’autorevolezza del Salone è la garanzia di qualità che il mondo intero ci riconosce e che permette alle nostre aziende di mantenere una posizione di leadership.

Cosa ricercano in particolare, quest’anno, i compratori internazionali che arrivano a Milano?

Le aspettative sono molto alte e giustificate dalla reputazione del Salone, soprattutto quest’anno. Proprio quando il contesto globale si fa difficile, la relazione diretta con i buyer diventa vitale. Oggi le richieste sono diventate estremamente sofisticate e profonde: non si cerca più solo il singolo prodotto da inserire in un ambiente, ma si ragiona sul progetto nella sua interezza. Gli studi di architettura internazionali arrivano a Salone e nelle nostre aziende con l’esigenza di creare un “total look” o con necessità tecniche specifiche che spesso non trovano risposta nei mercati locali, né a livello estetico né produttivo. Il “made in Italy” che proponiamo non è solo un’etichetta di origine, ma un concentrato di competenza, cultura e capacità di innovare costantemente. Siamo visti come un porto sicuro per la risoluzione di problemi complessi: quando un grande studio di progettazione deve realizzare un’opera del tutto particolare e ha bisogno di soluzioni sartoriali, sa che le aziende italiane sono le uniche in grado di dare concretezza ai loro progetti.

Come stanno reagendo i mercati esteri alle attuali tensioni internazionali, in particolare in Medio Oriente?

È innegabile che la situazione geopolitica stia influenzando i flussi relativi alle esportazioni in particolare nell’area del Golfo. Tuttavia, non credo che quei mercati andranno perduti. È indubbio che alcuni progetti che si stavano realizzando abbiano subito rallentamenti a causa delle difficoltà logistiche. Ma parlando quotidianamente con i buyer locali, la percezione è molto chiara: si tratta di una sospensione, non di un annullamento.

Quali sono le nuove geografie che potrebbero crearsi per l’export italiano nel prossimo futuro?

Gli Usa restano imprescindibili, ma la nostra forza risiede nella capacità di esplorare nazioni che spesso non vengono considerate ma che possono offrire sbocchi straordinari. Penso ad alcune nazioni africane, al nord Africa e all’India, che sta vivendo uno sviluppo economico impressionante. In questi mercati, però, il rapporto con le istituzioni diventa decisivo. La politica e la diplomazia devono lavorare in simbiosi con le imprese per garantire semplicità burocratica e normativa.

Tornando all’Italia, il mercato interno sembra mostrare una dinamicità interessante, legata anche a nuovi flussi di investimento: come sta cambiando la domanda domestica?

I numeri della nostra filiera sono importanti: parliamo di un valore di 52 miliardi di euro, di cui 20 legati all’esportazione. Questo significa che la produzione che rimane in Italia è di assoluto rilievo. Un fenomeno molto interessante riguarda Milano e la Lombardia, che stanno attirando capitali stranieri ingenti. Le politiche fiscali per i grandi patrimoni stanno favorendo investimenti immobiliari di altissimo profilo. Questi investitori acquistano ville e appartamenti di prestigio che richiedono arredi di fascia alta, sostenendo direttamente le aziende del settore legno-arredo.

Il settore soffre però di una sfida strutturale: la carenza di manodopera specializzata. Come si può risolvere il problema del ricambio generazionale in un ambito così tecnico?

Questa è la sfida centrale per il futuro della filiera, che oggi impiega circa 300mila persone. Le stime ci dicono che nei prossimi cinque anni avremo bisogno di circa 38mila nuove figure professionali. Il problema è demografico ma anche culturale: molti degli addetti attuali sono over 55 e si avviano verso la pensione. Dobbiamo garantire un passaggio di competenze tra i maestri esperti e le nuove leve. Bisogna spiegare ai giovani che le nostre fabbriche sono cambiate radicalmente: oggi sono luoghi digitali, tecnologici, dove a volte si trovano più computer in produzione che negli uffici. La manifattura moderna richiede competenze particolari e non deve essere vista come una scelta di serie b o un piano di riserva. È un percorso professionale che valorizza la persona e le sue capacità creative e tecniche.

Qual è il ruolo delle associazioni in questo processo di avvicinamento tra scuola e mondo del lavoro?

Fare da ponte. Dobbiamo informare i ragazzi sulle opportunità reali: nel nostro settore, il 94% dei diplomati trova lavoro quasi immediatamente. Questo dato dimostra che il modello funziona e che c’è un grande bisogno di competenze. La “generazione z” ha voglia di lavorare, le statistiche dicono che il 90% di loro ritiene il lavoro un valore cardine, ma spesso manca la conoscenza dei percorsi formativi corretti.

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