L’inverno demografico e la fuga all’estero
dei giovani under 30

La fotografia I cambiamenti sociali nell’ultimo rapporto del Censis. Un’emorragia di persone in età lavorativa: 8 milioni in meno nel 2050

Nel 2050 nel nostro Paese ci saranno quasi 8 milioni di persone in età lavorativa in meno. È la crisi demografica il dato più preoccupante secondo l’analisi della situazione sociale del nostro Paese presentata dal Censis all’inizio di dicembre.

Il realtà le paure degli italiani sono altre: per l’80% il Paese è in declino, per il 69% sono stati più i danni che i benefici dalla globalizzazione, il 60% teme una guerra mondiale e per il 50% non saremmo in grado di difenderci militarmente.

Le aspettative

In questa visione distopica del futuro si abbassano le aspettative e ci si accontenta di un moderato benessere, senza più una visione forte di comunità, ma nella dispersione di tanti piccoli interessi individuali e libertà personali.

È anche per questo che i giovani fuggono, nella convinzione che solo all’estero ci sono le condizioni per realizzare il proprio progetto di vita: sono più di 36mila gli expatriati di 18-34 anni solo nell’ultimo anno.

«È stato questo un anno difficile da raccontare – ha detto Giorgio De Rita, segretario generale del Censis, nell’analisi che ha accompagnato la presentazione del report - il nostro Paese ha costruito in decenni il proprio meccanismo di vita sociale preferendo l’arrangiamento istintivo al disegno razionale, lo sciame allo schema. Uno sciame che però oggi appare disperdersi, distaccando dietro di sé mille scie divergenti. Quel meccanismo di promozione e mobilità sociale si è usurato».

La pandemia, la crisi energetica e ambientale, le guerre ai bordi dell’Europa, l’inflazione, i flussi migratori, l’affermarsi di modelli di sviluppo diversi da quello occidentale, l’aggravarsi dei rischi demografici e dei nuovi bisogni di tutela sociale hanno però messo definitivamente a nudo i bisogni di medio periodo del nostro Paese.

Ma le tensioni e le diverse crisi degli ultimi quattro anno hanno anche rivelato, con sempre maggiore chiarezza, quali sono i cambiamenti in corso, ma ugualmente pare che la società italiana non riesca a cogliere gli stimoli e quindi a investire in modo utile verso soluzioni concrete.

«Nel dibattito collettivo ci sono state molte giornate di bonaccia, di calma piatta, di pericolosa rinuncia a guardare dentro e attraverso i grandi piani e i grandi annunci – è il commento di De Rita - tra vitalità disperse e un confronto pubblico giocato su emozioni di brevissima durata, la società italiana trascina i piedi. Ci si consola constatando che il nostro è il Paese delle mille meraviglie, se ammirato dall’alto delle lussuose terrazze cittadine, degli strapiombi sul mare, delle colline e delle cime più elevate. Ignorando quanto sia invischiato in tutte le sue arretratezze, se praticato dal basso».

Quattro transizioni

Le quattro transizioni alle quali ci si stava preparando, alla resa dei conti mostrano tutti i limiti del sistema Paese. La transizione digitale inizia a fare i conti con una platea via via più ampia e differenziata di fragilità e di esclusioni per scarsità di risorse, competenze, infrastrutture, reti.

L’accelerazione degli effetti della crisi ambientale mostra i ritardi e il bisogno insoddisfatto di politiche, strumenti, investimenti pubblici e privati per la messa in sicurezza del territorio e delle infrastrutture.

Per la transizione energetica ora serve un bilanciamento tra sicurezza degli approvvigionamenti, innovazione tecnologica, riduzione dell’impatto delle attività industriali, superando la coscienza collettiva ferma al caro-energia.

Infine la transizione demografica, con l’invecchiamento della popolazione e la crisi della natalità, è la trasformazione più chiara che abbiamo sotto gli occhi e della quale sono più evidenti le dinamiche di medio periodo.

«Ma le politiche per le famiglie, i giovani, la sicurezza collettiva, la fruizione di servizi digitali dell’amministrazione pubblica si riducono a poco più di un’applicazione da scaricare sullo smartphone, in genere di scarsa intelligenza e di modesto investimento – continua il segretario generale - la tutela dell’educazione universitaria e della sua funzione sociale si ferma alla promessa di nuovi alloggi per studenti, la ripresa di un minimo decoro urbano alla piantumazione di qualche albero, la cura dell’abbandono delle aree rurali al rifacimento di borghi abbandonati».

La scuola

La scuola non svolge la sua funzione di ascensore sociale ed è cambiata l’attribuzione di senso al lavoro da parte dei giovani. Non è più riconosciuto come espressione della vocazione e dello sviluppo della persona e delle comunità. Ma questo capovolgimento però non rimette in moto uno sforzo collettivo di sviluppo, resta piuttosto confinato nella sfera privata, nel legittimo desiderio di più tempo libero ma senza una visione di comunità né senso di responsabilità sociale.

«Tutto concorre a comporre un disegno, per la verità ancora piuttosto confuso, di una società che, più che avviare un nuovo ciclo, sta solo sostituendo il modello di sviluppo costruito a partire dagli anni ’60 – conclude De Rita – e il modello nel quale si rivendicava il lasciar fare, la copertura dei bisogni essenziali, il riconoscimento delle identità e dei diritti collettivi viene sostituito con un modello nuovo in cui viene assicurato il lasciar essere, l’autonoma possibilità, specie per le giovani generazioni, di interpretare lavoro, investimenti e coesione sociale senza vincoli collettivi. Rimane sullo sfondo il dubbio che, se ciascuno conquisterà la libertà di essere qualsiasi cosa, senza regole, senza vincoli, senza sciame, non sapremo fare, insieme, le cose che da soli non siamo in grado di fare e non sapremo essere, tutti insieme, ciò che da soli non siamo in grado di essere».

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