Progettazione del verde «Trattare le piante come esseri viventi»

L’intervista Dante Valenzisi, responsabile dell’azienda agricola di Minoprio «Cambiamento climatico: vanno scelte specie con esigenze idriche basse»

Dante Valenzisi, responsabile dell’Azienda Agricola della Fondazione Minoprio, spiega come la formazione delle nuove generazioni di progettisti del verde si sta evolvendo, tra crisi climatica, stereotipi da abbattere e nuove sensibilità.

«Va superata l’immagine del prato sempre verde»

Il cambiamento climatico sta trasformando il modo in cui progettiamo il verde?

La risposta è sì, nel caso in cui il progettista sia un professionista. Sta cambiando in primo luogo la scelta delle piante: oggi si preferiscono specie vegetali che abbiano esigenze idriche basse e siano adatte alle temperature attuali, visto che alcune varietà un tempo molto presenti nei giardini del nord Italia iniziano a fare più fatica.

Bisogna comunque avanzare con cautela: proprio durante i mesi invernali di quest’anno è bastata una settimana molto fredda, con temperature fino a -8 gradi sotto lo zero, per costringerci a sostituire alcune piante quasi mediterranee che avevamo provato a piantare in una aiuola esterna qui a Minoprio, e che fino ad oggi erano sopravvissute senza problemi. In più, per adattarci allo scenario climatico attuale è necessario valutare con attenzione quali tecniche di gestione usare, quali operazioni di manutenzione mettere in conto, quali scelte compositive preferire. Ma soprattutto deve cambiare la mentalità dei fruitori del verde.

Cosa intende per mentalità?

Faccio un esempio semplice. La maggior parte delle persone, quando pensa ad un prato immagina un prato all’inglese: sempre verde, mospecifico o quasi, in condizioni impeccabili. Un prato così è bello, ma ha bisogno di numerosi interventi umani e di determinate condizioni ambientali. Oggi, invece, non solo il cambiamento climatico ma anche una nuova sensibilità ambientale ci spinge a trasformare il modo in cui immaginiamo gli spazi verdi, arrivando ad una concezione meno stereotipata di parchi, giardini e terrazzi. Certo, non è un processo scontato, ce ne siamo resi conto anche solo togliendo il tipico geranio tra le varietà di piante in vendita nel nostro spazio aziendale. Per guidare le persone verso modelli diversi, bisogna essere pronti a suggerire un’alternativa. Così, a poco a poco, i fruitori inizieranno a vedere le “imperfezioni” nel verde come una risorsa per avvicinarsi alla natura.

Come si riflette questa evoluzione nei vostri percorsi educativi?

Ci interroghiamo spesso su come trasmettere questi concetti. Vogliamo sensibilizzare i nostri studenti sin dalla prima superiore, spingendoli ad essere osservatori attivi ed informati. La cosa più importante, a mio parere, è che utilizzino conoscenze e le competenze acquisite nel percorso scolastico con senso critico, mettendo a sistema sia l’idea progettuale sia l’esigenza del committente.

Ricordiamo anche che nell’arco di una vita professionale muteranno mille sfaccettature nel lavoro di un progettista: stanno cambiando le temperature, ma anno dopo anno si modificheranno anche le mode ed emergeranno senz’altro nuovi risultati scientifici rilevanti su questa o quella specie. È fondamentale quindi non lavorare per compartimenti stagni, ma rimanere curiosi, tenendo presente che quando ci si relaziona con le piante si ha a che fare con esseri viventi.

Una pianificazione previdente può ridurre anche l’uso di prodotti fitosanitari?

Certamente: sia per il verde urbano sia per il verde domestico, torna il tema dell’immaginario. Se vogliamo ad esempio un vialetto in ghiaia sempre pulito, dovremmo mettere in conto che quando verrà invaso dalle erbe infestanti dovrà quindi essere trattato con il diserbo chimico, visto che ottenere lo stesso risultato con mezzi meccanici è molto difficile. Lo stesso discorso vale per il già citato tappeto erboso: se vogliamo che sia perfetto e senza specie infestanti, dovremo usare dei fitofarmaci selettivi. Alcune piante particolarmente soggette ai parassiti potrebbero invece avere bisogno di trattamenti ripetuti: siamo sicuri di volerle inserire in un giardino, o preferiamo sostituirle con altro? Con una progettazione attenta e l’uso di prodotti preventivi di derivazione naturale si può così ridurre l’uso di fitofarmaci, ricorrendo a questi ultimi solo quando necessario, un po’ come si fa con un antibiotico nel caso degli umani. In questo modo, si eviteranno anche casi di resistenza ai prodotti chimici.

Tra le vostre iniziative di ricerca e co-progettazione, quali attività sono le più significative a livello ambientale?

Tra i progetti recenti, cito alcune esperienze interessanti. Innanzitutto Agro4Kis, attualmente in corso e gestito in collaborazione con una rete di partner, grazie anche al sostegno di Fondazione Cariplo.

Con questo progetto vogliamo supportare gli enti di formazione agricola realizzando materiali online e offline sul grande tema dell’agroecologia, portando una nuova consapevolezza tra gli operatori della filiera.

Ci sono poi Carbogain, sul ruolo dell’agricoltura nella riduzione delle emissioni climalteranti e nella produzione di energia pulita, e Ammochar, sul recupero dei reflui zootecnici.

In più, continuiamo a sperimentare anche all’interno della nostra azienda agricola, dove coltiviamo fiori e piante resistenti a varie malattie e conduciamo test su prodotti nuovi, soprattutto di stampo naturale, in collaborazione con le aziende di riferimento.

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