Radici e mercati globali: l’evoluzione di Sacco System
Intervista Viola Verga, quinta generazione della famiglia alla guida del gruppo comasco leader nelle biotecnologie. «La capacità di trasformare una visione passa dal rigore: distruggere è facile, costruire richiede metodo»
Lettura 4 min.«La vera ribellione ha bisogno di disciplina». Viola Verga è Board Member e Business Transformation Manager di Sacco System, quinta generazione della famiglia alla guida di Sacco System, gruppo internazionale delle biotecnologie. È intervenuta alla 78a Assemblea dei Giovani Imprenditori di Confindustria Como. Dalla crisi del 2008 al passaggio generazionale, fino alla trasformazione digitale e all’intelligenza artificiale, Verga ha toccato i temi centrali per gli imprenditori del futuro.
Sacco System è un gruppo fondato nel 1872, come si raccontano oltre 150 anni di storia?
Con molta umiltà. Siamo nati a Cadorago, in provincia di Como, e da una realtà locale siamo diventati un gruppo internazionale con circa 600 persone e 14 società nel mondo. Il nostro lavoro è legato alle biotecnologie e alla produzione di colture batteriche utilizzate in diversi settori dell’industria alimentare e della salute. Oggi siamo presenti a livello globale, ma continuiamo a conservare quello spirito imprenditoriale che ci ha accompagnato fin dall’inizio.
Lei rappresenta la quinta generazione della famiglia, quanto è impegnativa questa eredità?
Aiuta molto, ma comporta anche una grande responsabilità. Entrare in un’azienda familiare significa ricevere un patrimonio enorme di competenze, relazioni e valori. Allo stesso tempo, però, devi dimostrare ogni giorno di meritarti il ruolo che ricopri. Nessuno può pensare di essere seguito solo per il cognome che porta.
Lei si laurea nel 2008, l’anno della grande crisi finanziaria globale, che impatto ha avuto quell’esperienza sulla sua visione del mondo?
Enorme. Ricordo i primi colloqui di lavoro: tutti mi dicevano “benvenuta nella crisi, non troverai mai lavoro”. In realtà iniziai la mia carriera all’estero, prima in Inghilterra e poi in Irlanda, seguendo progetti di ricerca. Quell’esperienza mi ha insegnato una cosa fondamentale: la mia generazione non ha mai conosciuto l’acqua calma. Siamo entrati nel mondo del lavoro durante la crisi finanziaria, poi abbiamo vissuto tensioni geopolitiche, guerre commerciali, pandemia, conflitti internazionali e nuove incertezze economiche. Per molti questo è un contesto straordinario; per noi è semplicemente la normalità.
Che conseguenze ha avuto questo esordio sul modo di fare impresa?
Ci ha resi più adattabili. Se cresci in un mare sempre mosso, impari a “surfare”. Non ha senso sprecare energie a preoccuparsi della prossima onda. Bisogna imparare a cavalcarla. Credo che questa sia una caratteristica distintiva di molti giovani imprenditori: non abbiamo conosciuto la stabilità, quindi siamo allenati al cambiamento continuo.
Nel 2012 entra in azienda, qual è stata la sfida più difficile all’inizio?
Conquistare la fiducia delle persone. Quando arrivai, l’azienda contava già circa 150 dipendenti e disponeva di manager molto esperti che gestivano aree strategiche. Mi trovai a dover dimostrare il mio valore. Ricordo una serie di piccoli e grandi “esami” quotidiani: una riunione, una decisione, una mail, una trattativa. Ogni giorno qualcuno verificava se fossi all’altezza.
Come si supera una prova del genere?
Accettando di essere messa alla prova. Se mi metto nei panni di un manager che lavora da vent’anni in azienda, capisco perfettamente perché debba chiedersi se può fidarsi di me. La fiducia non nasce dal cognome. Nasce dalla competenza, dalla coerenza e dalla capacità di affrontare i problemi. Quando le persone comprendono chi sei e come lavori, allora iniziano davvero a seguirti.
Ha commesso errori?
Moltissimi. E sono stati la mia migliore scuola di management. Gli errori, se affrontati con trasparenza, diventano occasioni straordinarie di crescita. Alcuni manager mi hanno dato feedback molto diretti e, col tempo, si è creato un confronto sincero che continua ancora oggi. È un patrimonio prezioso.
Lei sostiene che i momenti di crisi siano come uno specchio.
Significa che nelle difficoltà vedi davvero chi sei. Una crisi mette a nudo persone e organizzazioni. Fa emergere punti di forza e debolezze. Obbliga a confrontarsi con la realtà senza alibi. Per questo considero le crisi anche grandi occasioni di trasformazione. Possono essere dolorose, ma costringono a crescere.
Dalle nuove nuove generazioni ci si aspetta sempre un cambiamento, una rivoluzione, è così?
Sì, ma con metodo. La vera ribellione ha bisogno di disciplina. Possiamo avere idee innovative, voler cambiare il mondo, mettere in discussione modelli consolidati. Ma se manca un piano, tutto questo resta soltanto un sogno o, peggio, diventa un rischio. La capacità di trasformare una visione in realtà passa attraverso metodo, organizzazione e disciplina. Innovazione e rigore devono potersi conciliare. Ho imparato che l’energia creativa va canalizzata. Distruggere è facile. Costruire richiede metodo.
La scomparsa di suo padre Francesco Verga ha accelerato il passaggio generazionale, come ha vissuto quel momento?
È stato il periodo più difficile che abbiamo vissuto, come famiglia e come azienda. Mio padre era una figura di riferimento per il territorio e per il gruppo. Quando si è ammalato, il passaggio generazionale era già in corso, ma nessuno immaginava che avremmo dovuto completarlo in tempi così rapidi. Ricordo tre mesi molto intensi. Nel primo prevaleva l’incredulità. Nel secondo abbiamo iniziato a porci domande che fino a quel momento non avevamo avuto il coraggio di fare. Nel terzo siamo entrati nella fase operativa del passaggio di consegne. È stato un percorso doloroso ma necessario.
Cosa è accaduto dopo?
Ci siamo trovate improvvisamente a dover ridefinire equilibri, ruoli e responsabilità. C’erano tensioni, paure, inevitabili incomprensioni. Qualcuno prevedeva addirittura che tutto sarebbe andato a rotoli. Invece è successo l’opposto. L’azienda è diventata il collante che ci ha tenuti uniti. Le persone hanno dimostrato una vicinanza straordinaria e ci hanno aiutato a trovare un nuovo equilibrio.
Qual è il principale insegnamento che suo padre le ha lasciato?
La capacità di vedere opportunità dove altri vedono soltanto problemi. Mio padre ci ha insegnato che ogni difficoltà contiene una possibilità di crescita. Non significa essere ingenui o ottimisti a tutti i costi. Significa avere il coraggio di cercare una strada anche quando sembra non esserci.
In azienda avete creato un sistema strutturato per raccogliere idee dal basso, cosa significa?
Credo molto nel coinvolgimento delle persone, nell’intelligenza collettiva. Ogni persona può contribuire al miglioramento dell’azienda. Per questo abbiamo sviluppato un sistema che consente a tutti di proporre idee e progetti. Le proposte vengono ascoltate, valutate e, quando possibile, implementate. L’anno scorso abbiamo realizzato circa 670 progetti di miglioramento nati direttamente dalle persone dell’organizzazione. È un numero che racconta quanto potenziale esista all’interno di un’azienda quando si crea un ambiente in cui tutti si sentono chiamati a contribuire.
Questo approccio è particolarmente importante per coinvolgere i giovani?
Sì. Le nuove generazioni hanno interessi trasversali e desiderano partecipare. Bisogna offrire loro spazi di espressione e responsabilità. Quando si sentono ascoltati e coinvolti, portano energia, idee e competenze che arricchiscono l’intera organizzazione.
Guardando al futuro, quali sono le priorità di Sacco System?
Abbiamo definito un piano strategico al 2030 che punta a una crescita sostenibile, sia organica sia attraverso acquisizioni. Parallelamente stiamo affrontando una trasformazione digitale molto profonda. È un percorso complesso che richiede investimenti, formazione e una forte attenzione alle persone.
Quale ruolo avrà l’AI?
Siamo ancora in una fase di studio. L’intelligenza artificiale è uno strumento straordinario, ma va introdotta con consapevolezza. In un settore come il nostro esistono anche aspetti legati alla protezione del know-how e dei dati. Dobbiamo capire come utilizzarla per generare valore aggiunto senza perdere controllo sui processi strategici. L’entusiasmo è importante, ma deve essere accompagnato dalla capacità di valutare rischi e opportunità.
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