Guerra del petrolio: l’Italia anello debole

Se Trump punta ad assicurarsi nuove fonti per abbassare l’inflazione negli Stati Uniti, l’Europa deve mettere in discussione il green deal. La Francia sta meglio di noi perché ha il nucleare

L’attacco all’Iran portato da Stati Uniti e Israele sta producendo molte conseguenze. Una di esse è l’aumento del prezzo degli idrocarburi, che avvertiamo facendo il pieno e che avrà ripercussioni anche sulle bollette: dal riscaldamento all’elettricità.

Questa crisi si innesta su una situazione che già prima era assai difficile per larga parte dell’Europa. La crisi russo-ucraina ha arrecato gravi danni all’economia del Vecchio Continente (Germania e Italia, soprattutto), dato che abbiamo dovuto rinunciare agli gli idrocarburi venduti da Putin.

Ora siamo costretti a fare i conti con un nuovo conflitto che coinvolge gli iraniani e che sta producendo rilevanti effetti in tutta la regione. La conseguenza è che l’intero golfo persiano, nel quale transita circa il 20% del petrolio globale, è un teatro di guerra. Il conto economico che stiamo pagando è già alto, ma con ogni probabilità lo sarà ancora di più.

In Iran non è immaginabile quello che Donald Trump spera di realizzare a Caracas, dove Nicolas Maduro è stato messo fuori gioco e l’amministrazione americana punta ad avere a che fare con una leadership meno ostile. La struttura di potere costruita a Teheran dagli ayatollah è ben più articolata di ogni regime latinoamericano in mano a questo o quel dittatore. La guerra in Iran, insomma, non sarà una passeggiata e noi pagheremo il prezzo di tutto ciò.

Gli errori del passato

In effetti, stanno sempre più venendo al pettine errori grossolani compiuti negli anni scorsi, quando invece che individuare poche e semplici regole per lasciare libero corso all’imprenditoria s’è deciso di progettare una “politica dell’energia” di cui adesso cogliamo tutti i limiti. Innanzi tutto, diversamente dalla Francia, siamo usciti dal nucleare. Se è vero che questa energia comporta enormi investimenti ammortizzabili solo nel lungo periodo, al tempo stesso rappresenta una polizza assicurativa che tutela le imprese e le famiglie in situazioni come questa. Oltre a ciò ci siamo illusi, in quanto prigionieri di dogmi ideologici, che le fonti dette “alternative” (dal solare all’eolico) fossero in grado darci l’energia di cui abbiamo bisogno.

Nuovi fabbisogni

A questo punto il futuro è fosco, perché se da un lato i due conflitti in atto tolgono dal mercato grandi quantitativi di petrolio e gas, d’altro lato è iniziata una rivoluzione tecnologica che domanda sempre più energia. Gli investimenti in intelligenza artificiale, in effetti, non solo fanno parte di una sfida geopolitica cruciale tra Stati Uniti e Cina, e rispondono a esigenze fondamentali dei soggetti economici, ma esigono tantissima energia. Tutto ciò è ben noto agli investitori.

Ma poiché l’economia vive di aspettative, sui mercati globali la semplice possibilità che possa aumentare la richiesta di petrolio fa sì che il pieno di benzina sia più costoso.

Per giunta, taluni analisti leggono le scelte geopolitiche di Trump alla luce della volontà di abbassare i tassi di interesse. Aumentando la quantità di dollari in circolazione, l’amministrazione Usa può pensare di contrastare l’inflazione interna solo se il prestigio del dollaro è salvaguardato da enormi riserve petrolifere. Già adesso gli Stati Uniti sono il primo estrattore di liquidi energetici (petrolio, gas liquido, biocarburanti) e con questa politica aggressiva contano di rafforzare la loro valuta, in modo da “esportare” una parte significativa dell’inflazione.

Come si potrà uscire da queste difficoltà?

Uno dei primi effetti del caro-benzina potrebbe essere una riduzione dei consumi. L’aumento della benzina non è sopportabile da parte di numerose economie familiari e quindi tanti inizieranno a tenere l’autovettura in garage ogni volta che sarà possibile. Questo aiuterà, perché una riduzione della domanda può contenere i prezzi.

Soprattutto, è necessario puntare sulla pace (ovviamente non soltanto per ragioni economiche, ma anche per esse) e fare il possibile perché la guerra finisca: in Ucraina come in Iran. Oltre a ciò bisogna evitare un universo di blocchi commerciali chiusi, dato che tale assetto ostacola la divisione del lavoro globale, moltiplica i conflitti e danneggia le prospettive economiche. La piccola pena connessa al carovita di cui facciamo esperienza alla pompa di benzina è nulla dinanzi alle sofferenze dei civili uccisi e feriti, oltre che dei giovani costretti ad andare in guerra. I due fenomeni, però, sono connessi.

È urgente, infine, ridiscutere talune decisioni comunitarie, perché le illusioni del green deal vanno accantonate. In questi anni l’Unione europea ha obbligato a destinare somme notevoli per cambi tecnologici pianificati (dalle autovetture elettriche alla “casa verde”), anteponendo la riduzione del CO2 a ogni altra considerazione. È necessario dunque non più penalizzare l’economia sulla base di un mix tra ideologia ecologista e interessi particolari, dato che dietro ai programmi ambientalistici c’è lo zampino lobbistico delle imprese edili e automobilistiche. E oltre a ciò si dovrà pure liberalizzare il settore energetico, dove è cruciale che s’individuino nuove soluzioni in grado di rispondere alle esigenze di tutti noi.

Si può essere ottimisti? Non tanto. A dispetto delle cattive esperienze del passato, ancora oggi tutti sembrano in cerca di una politica dell’energia. No: una politica dell’energia ci ha portato in questa situazione. Non sarà una nuova politica, ossia un ulteriore piano dirigistico, a tirarci fuori dai guai.

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