Noi ospiti della terra, siamo i suoi custodi

Un numero de “L’Ordine” dedicato agli interventi sul tema dello “scarto” e su come evitarlo, che hanno caratterizzato il festival “Le Primavere de “La Provincia”. Lo apre il cardinale Gianfranco Ravasi

Il mio intervento che ha un titolo veramente suggestivo: «Verso una nuova relazione con la natura (e con l’uomo)». Si parte con la natura, ma l’uomo sarà introdotto alla fine, anche se è protagonista in questo discorso. C’è una parola iniziale da proporre: “scarto”. Vi siete mai chiesti qual è l’origine di questa parola? “Scarto” deriva da “quarto”. L’immagine fondamentale è quella di una realtà completa come un quadrato: all’interno del quadrato si stacca un quarto, si rompe l’armonia. “Scartare” è in qualche modo “squartare”, due verbi in simbiosi.

Il grande libro del creato

C’è un altro vocabolo da introdurre: la parola “cura” che deriva dal latino “curae”, che significa affanno, ansia, tensione. Queste due componenti: la rottura di un equilibrio, di una perfezione, e la tensione per ricostruirla, devono essere insieme. In inglese sono assonanti, “to cure” e “to care”, preoccuparsi, non solo curare. Propongo allora tre elementi di riflessione.

La prima componente parte da quell’enciclica di grande rilievo su questo tema che è la “Laudato si’” emessa da papa Francesco nel 2015. In essa si parla esplicitamente del «Vangelo della Creazione». Vi leggo solo due frasi: l’una vale per tutti, l’altra per i credenti… ma forse non solo. La prima frase è: «La terra ci precede e ci è stata data». Noi siamo in essa da ospiti da pochi milioni di anni, mentre la terra ha miliardi di anni. Paradossalmente questi ospiti arrivati successivamente hanno cercato di fare il maggior danno possibile! Anzi, siamo ancora in grado di riportare la terra alla sua primigenia situazione desertica. Pensiamo se si scatenassero contemporaneamente tutti gli arsenali atomici: si verificherebbe quel titolo di un romanzo dello scrittore Guido Morselli “Dissipatio H.G.”: il dissolversi “humani generis”. Il romanzo suppone che una mattina un solo uomo rimane in vita e non trova più nessuno, tutto il mondo ha solo grembi vuoti. Tutto l’essere umano si è dissolto. Per questo la riflessione sulla terra che ci precede e ci eccede è importante.

L’enciclica continua con un’altra frase: «Dio ha scritto un libro stupendo, le cui lettere sono le moltitudini delle creature presenti nell’universo». È la rivelazione divina cosmica. Nella festa ebraica di Shavu’òt (“Settimane”, ossia Pentecoste) si canta un inno, nella liturgia sinagogale. In esso si afferma che Dio creando il mondo ha steso una pergamena tra il cielo e la terra e su questa pergamena ha scritto delle frasi che tutti possono leggere, e sono le creature. All’uomo toccherebbe solo di staccare un calamo, una canna, e sotto scrivere “Alleluia”, ossia la lode.

Ecco allora l’importanza di applicare contro il paradigma solo funzionale, tecnocratico, l’esercizio affascinante che non pratichiamo più: la “contemplazione”. C’è un grande scrittore inglese, Gilbert K. Chesterton, che diceva: il mondo non perirà per mancanza di meraviglie, ce ne sono sempre, continue; il mondo perirà per mancanza di meraviglia, perché non saprà più stupirsi. La visione solo funzionale fa sì che alla fine le creature siano solo mezzi, strumenti, che si possono anche mutare e si possono buttare.

«Coltivare e custodire la terra»

Per la seconda riflessione – propongo un testo-base della cultura occidentale, la Bibbia. Sono i capitoli 2 e 3 della Genesi, un grande affresco della Creazione. Vorrei quasi giocare con voi attraverso alcuni termini di una lingua molto diversa che è l’ebraico. Innanzitutto “ha-’adam”. “Ha” è l’articolo in ebraico: il termine, allora, vuol dire semplicemente l’“uomo”, l’“umanità”, letteralmente «che ha il color ocra, rossastro», perché è il colore dell’argilla da cui è stato tratto nella sua materialità. È la sororità con la terra attraverso il nostro stesso nome. È la nostra famiglia universale: tutti siamo “adamici”, è l’unica razza che esista. Tutto il resto è soltanto vaniloquio.

Questa creatura nella Genesi viene presentata in tre relazioni. Innanzitutto guarda verso l’alto, verso Dio, il creatore. Questo significa anche guardare l’universo. Pensiamo cosa rappresenti la terra nell’interno degli spazi infiniti, che impressionavano già Pascal o Leopardi… Pensiamo al multiverso secondo cui non c’è un solo universo, il nostro.

Il secondo sguardo è orizzontale. Quello che ci stiamo scambiando in questo momento: i volti coi volti, ossia, i volti delle persone. Esse sono: «carne della mia carne, ossa delle mie ossa» come si dice nella Genesi della donna la quale porta il mio stesso nome. Infatti, giocando sempre sull’ebraico, nel c. 2 della Genesi la donna è chiamata «“’isshah”, perché da “’ish” è stata tratta». Ora, “’ish” vuol dire “uomo”, “’isshah” è il femminile. Hanno, quindi, un nome in comune: abbiamo un’identità diversa, maschile e femminile, ma la base è comune.

Ed eccoci al terzo sguardo, quello verso il basso, cioè la natura. La Genesi afferma che l’uomo è stato posto sulla terra per «coltivarla e custodirla». Pensiamo a quanto questi due verbi sono stati continuamente sfregiati. Nell’originale il tema è ancora più importante. I due verbi “‘avad” e “shamar” sono gli stessi verbi che vengono usati per definire il vero credente: colui che “‘avad” «serve» Dio nel il culto, mentre “shamar” è «osservare» i comandamenti.

Sono i due verbi dell’alleanza con Dio, del rapporto religioso. Dovremmo, perciò, avere con la terra un rapporto di alleanza quasi sacra. Inoltre, l’uomo è incaricato di dare il nome agli animali. Walter Benjamin diceva fino a quando l’uomo non dà il nome alle cose, esse non esistono. Assegnare il nome alle cose, è un modo per definire l’“homo faber”, che conosce e trasforma il creato.

«Dominare» la terra

Ma risaliamo ancora alla Bibbia, al c. 1 della Genesi ove Dio impone all’uomo: «Domini sul pesce del mare, sugli animali selvatici». “Dominare” è un verbo pesante. E ancora «Siate fecondi, riempite la terra e soggiogatela». Dominare e soggiogare: due termini malamente praticati dall’umanità.

In realtà, i due verbi originali sono significativi: “dominare” è “radàh”, ed è il verbo del pastore, che guida il gregge. Lo domina, sì, ma lo guida, è il suo tesoro: è ben diverso dal “dominare” autocratico. “Soggiogare” in ebraico è “kabash” che vuol dire “mappare”, e questo significa comprendere la realtà, possedere l’orizzonte intero ma conoscendolo.

Certo, dobbiamo anche tenere conto del fatto che esiste il capitolo terzo della Genesi. Là c’è l’«albero della conoscenza del bene e del male», simbolo della morale. L’uomo è lì sotto, alla sua ombra, e può accogliere da Dio oppure decidere lui ciò che è bene e ciò che è male. Può riceverlo come frutto da Dio ma anche strapparlo. Questo grande dono esplosivo è la libertà che può rendere deserto e «maledetto il suolo». E il diluvio, con la sua devastazione è l’attuazione di questo esercizio negativo della libertà nei confronti della terra.

Nella tradizione islamica c’è un bellissimo racconto della Creazione. Dio sta creando il mondo a partire dall’umanità e dice all’uomo: «Tutte le volte che commetterai un atto di ingiustizia o qualcosa contro il mio mondo, la creazione, io lascerò cadere sulla terra un granello di sabbia». L’uomo disse: «Cosa deve essere mai un granello di sabbia?». E continuò a commettere ingiustizie, e Dio continuò a far cadere ogni volta un granello. Ecco perché crescono i deserti.

Giungiamo, così, all’ultima riflessione, che riguarda la parentesi del titolo: «Verso una nuova relazione con la natura (e con l’uomo)». Con l’uomo apriremo soltanto l’orizzonte in positivo col discorso precedente perché Papa Francesco dice: «Non ci sono due crisi separate, una ambientale e una sociale, bensì una sola e complessa crisi socioambientale». L’antropocene si sposa con il wasteocene, procedono insieme, si intrecciano continuamente. La visione positiva è quella che ci ha dimostrato anche Cristo, che amava la natura. Pensiamo alle parabole, a quando si mette a guardare gli uccelli del cielo, o quando si ferma a guardare persino lo scorpione bianco palestinese (vedi Luca 11,12).

Redenzione cosmica e sociale

Ma è soprattutto Paolo che, scrivendo ai cristiani di Roma, afferma: «C’è la speranza che la stessa creazione sia liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio». Camminiamo, perciò, insieme verso la redenzione. E continua, sempre nel c. 8, «La creazione geme e soffre ora le doglie del parto, come noi che gemiamo interiormente aspettando la redenzione del nostro corpo».

Di scena non è “la” fine del mondo, ma “il” fine verso cui ci si muove.

Ebbene, tra gli scarti ci sono purtroppo anche gli scarti sociali. Quando scende il sudario della notte nelle metropoli c’è tutta una città che si muove, un mondo emarginato, persone sole anche nelle loro case davanti a una parete bianca, anziani, malati, stranieri soprattutto. «Quando lo straniero dimorerà presso di voi, nel vostro paese, non gli dovete far torto. Lo straniero dimorante tra voi lo tratterete come chi è nato tra di voi. Tu l’amerai come te stesso perché anche voi siete stati stranieri». Questa è la Bibbia, ed è il libro del “Levitico”, nel capitolo 19.

Per fortuna sempre di più ci sono giovani coinvolti nel volontariato. Evocando ancora la cultura islamica, così da avere lo sguardo verso l’altro, citiamo un’immagine dal romanzo del premio Nobel 1961 Ivo Andrić, “Il ponte sulla Drina” (1945). Quando Dio ha creato il mondo – ritenuto piatto e di argilla – lo aveva messo al sole per essiccare. Prima che si seccasse Satana lo graffia, ferisce l’opera di Dio: sono nate così le valli. Gli uomini, allora, non riescono più a incontrarsi, se ci sono i fiumi in mezzo.

Dio allora cosa ha escogitato? È ciò che dobbiamo imitare anche noi, per cercare di cancellare questi avvallamenti, queste divisioni, questi vuoti. Dio ha creato gli angeli, e gli angeli hanno le ali che vengono distese tra i monti, sopra le valli, così che gli uomini e le donne possano passarci sopra e incontrarsi. Essere angeli anche noi in qualche modo, come ponti di incontro, di comunione: è un po’ il nostro ideale e la nostra missione.

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