Diagnosi, dieta e ormoni per battere l’endometriosi

L’intervista È una patologia nota da tempo, ma ancora oggi molte donne aspettano fino a 8 anni per scoprire di esserne affette. Il tabù del dolore mestruale rallenta le cure per 3 milioni di pazienti. Oggi esistono nuove strategie terapeutiche

L’endometriosi è una patologia nota e riconosciuta da tempo ma ancora oggi molte donne hanno un ritardo diagnostico di circa 8 anni. La patologia, a causa dei sintomi, ha un forte impatto sulla qualità di vita di chi ne soffre. Ne abbiamo parlato con il dottor Carlo Gastaldi, responsabile dell’unità operativa di Ostetricia e Ginecologia dell’Istituto Clinico Città di Brescia.

Dottore, l’endometriosi è stata riconosciuta come malattia cronica e invalidante ma, nonostante questo, ancora oggi c’è un forte ritardo diagnostico. Ci aiuta a capire quali sono i dati relativi alla patologia e il perché di questo ritardo?

In Italia i dati parlano di circa 3 milioni di donne con endometriosi, nel mondo, invece, si parla di 200 milioni di pazienti. È evidente che si tratta di numeri importanti e che meritano attenzione. Oggi la patologia è conosciuta e sono stati fatti numerosi studi, così come altri sono in corso. Il ritardo diagnostico non è però solo legato a una non conoscenza della malattia ma anche a un fatto culturale. Per generazioni, infatti, si è tramandato tra donne della stessa famiglia il concetto che il dolore mestruale fosse qualcosa di normale, per cui non se ne parlava con il medico in quanto il sintomo doloroso era considerato qualcosa di normale, ma normale non è.

Cos’è nello specifico l’endometriosi?

L’endometriosi è una condizione in cui il tipo di tessuto che forma il rivestimento dell’utero (l’endometrio) si localizza al di fuori dell’utero, queste localizzazioni esterne prendono il nome di endometrosi. Gli organi o le aree maggiormente interessate dalla patologia sono il peritoneo, le ovaie, le tube di Falloppio, la superficie esterna dell’utero, la vescica, l’intestino. Anche queste localizzazioni reagiscono agli stessi stimoli ormonali dell’endometrio, quindi crescono, sanguinano come il rivestimento interno dell’utero durante il ciclo mestruale. La patologia è suddivisa in quattro stadi a seconda della gravità.

Quali sono le cause note? Ci aiuta a capirne di più?

Nel corso degli anni sono stati fatti numerosi studi sull’endometriosi ma nessuno, al momento, è riuscito a chiarire in modo certo l’eziopatogenesi della patologia. La teoria più accreditata è quella della mestruazione retrograda secondo la quale durante il ciclo una piccola quantità di sangue al posto di fuoriuscire attraverso il collo dell’utero, verrebbe spinto in addome attraverso le tube. E’ importante, inoltre, distinguere l’endometriosi dall’adenomiosi, altra alterazione dell’endometrio. Uno squilibrio ormonale, inoltre, può in alcune paziente favorire l’insorgenza di endometriosi, ma va precisato che non sempre un problema endocrino può portare allo sviluppo della patologia cronica.

Ci aiuta a fare una distinzione?

A differenza di quanto già detto per l’endometriosi, nell’adenomiosi il tessuto dell’endometrio supera la barriera della muscolatura uterina e va a insediarsi nello spessore dell’utero stesso. Va detto, inoltre, che le due patologie possono coesistere. Alcuni studi hanno osservato che nel 42% delle donne a cui è stata diagnosticata l’adenomiosi, era presente anche l’endometriosi.

Quali sono i sintomi da attenzionare quando si parla di endometriosi?

Il sintomo riportato dal 45% delle pazienti è il dolore pelvico, ma va detto che il dolore non è strettamente legato allo stadio della malattia. Ci sono donne in stadio moderato, ad esempio, che non hanno dolore pelvico durante il ciclo e pazienti al primo stadio che hanno, invece, un dolore importante. Altri sintomi, non meno significativi, sono le anomalie del ciclo, dell’alvo, dolore durante i rapporti, cistiti ricorrenti o incontinenza di eziologia non infettiva.

Tra le conseguenze dell’endometriosi c’è l’infertilità?

Si, l’endometriosi è associata ad infertilità nel 30-50% dei casi e il 25-50% delle donne infertili è affetta da questa patologia. Lo stato infiammatorio cronico che si viene a creare a livello dell’apparato riproduttivo può danneggiare gli spermatozoi e le cellule uovo, inoltre, nei casi più gravi gli esiti aderenziali e cicatriziali portano ad un sovvertimento dell’apparato con occlusione delle tube. Le tecniche di procreazione medicalmente assistita rappresentano un’opportunità per migliorare l’outcome riproduttivo delle coppie. Intraprendere un percorso di criopreservazione ovocitaria a scopo precauzionale (“social freezing”) è una possibilità per le pazienti giovani, che non cercano una gravidanza a breve termine, di conservare un proprio patrimonio biologico per il futuro.

È noto che per prevenire le conseguenze della malattia è fondamentale la diagnosi precoce, come avviene la diagnosi? Ci sono dei marcatori tipici della malattia?

Una visita ginecologica con ecografia transvaginale permette di intercettare alcuni segni della malattia, tuttavia, Il gold standard per la diagnosi di endometriosi è la laparoscopia che consente, attraverso un sistema ottico, di visionare gli organi pelvici. In passato si eseguiva l’analisi del marker CA 125, ma questa tipologia di esame è stata superata in quanto si è riscontrato che non è significativo per la diagnosi di endometriosi visto che il valore può indicare anche la presenza di altre patologie.

Quali le terapie oggi disponibili?

Il trattamento farmacologico può essere prescritto per il controllo del sintomo doloroso, mentre per andare a ridurre la malattia viene prescritta una terapia ormonale come i farmaci progestinici. In alcuni casi possono essere utilizzati gli antagonisti del GnRH o inibitori dell’aromatasi. Nel caso di malattia avanzata la terapia chirurgica è un grado di alleviare il dolore e migliorare la fertilità della donna. Va precisato che l’indicazione chirurgica deve rispondere a determinati parametri e l’intervento, che viene eseguito in laparoscopia per via endoscopica, va valutato in accordo con la paziente in quanto in alcuni casi potrebbe esserci una compromissione della fertilità o una recidiva.

Può essere necessario anche un supporto psicologico?

Il supporto psicologico nelle donne con endometriosi è fondamentale. Il sintomo doloroso può essere così importante da andare a compromettere la qualità di vita anche in modo serio. Ci sono donne che evitano i rapporti sociali per il malessere e con il tempo si isolano. Anche la compromissione della fertilità a causa dell’endometriosi può influire sul benessere psicofisico della paziente, ma sono tanti altri gli aspetti che possono incidere, ecco perché è importante chiedere aiuto.

In termini di prevenzione si può fare qualcosa? È vero che anche l’alimentazione ha un ruolo in questo senso?

Sicuramente gli stili di vita hanno un impatto anche sulle pazienti con endometriosi. Seguire buone abitudini favorisce una riduzione dell’infiammazione e di conseguenza della sintomatologia. Parlando di alimentazione, sono stati fatti tanti studi. Quello che possiamo dire, ad esempio, è che gli Omega 3 e 6 aiutano a ridurre l’infiammazione grazie alla funzione delle citochine. Li troviamo nella frutta a guscio, nei semi di lino, nel salmone, nel pesce azzurro e nell’avocado. Anche alcune verdure sono ricche di proprietà antinfiammatorie e antiossidanti. Lo stesso vale per orzo, riso integrale, lenticchie e piselli. Tra gli alimenti da evitare, invece, perché favoriscono l’infiammazione, troviamo la carne rossa e gli insaccati. Fondamentale anche l’attività fisica che stimola le endorfine, quindi aumenta il benessere e riduce il sintomo doloroso.

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