A Como nulla cambia  Ma qualcosa si muove

A Como nulla cambia

Ma qualcosa si muove

La sapete quella dei governi e delle giunte del cambiamento che cambiano solo le facce? E qualche spiritoso potrebbe dire che va bene così perché il mento è contenuto nella faccia. Invece no, naturalmente. E nel Paese in cui l’opera di Giuseppe Tomasi di Lampedusa resta, non a caso, una delle più citate, la faccenda è piuttosto seria.

Non per quanto riguarda il nuovo governo gialloverde (anche se si dovrebbe dire verdegiallo perché il primo colore è più forte del secondo, ma sono dettagli), che almeno a parole in un solo giorno di vita ha già cambiato Jobs Act, Legge Fornero, finanziamenti e accordi internazionali per l’immigrazione, norme sulla famiglia e anche molto altro che ci è sfuggito.

Guardiamo invece a casa nostra: all’amministrazione comunale del capoluogo che poco più di un anno fa ha cambiato colore dal centrosinistra al centrodestra. Due tinte - ci avete fatto caso? - che si sono stinte e stanno sparendo. La prima a causa delle scissioni e dell’emorragia draculiana di voti del Pd. La seconda è finita nel Big Bang che ha dato vita al governo. La Lega, come è noto, è uno dei due azionisti di maggioranza, Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni e, in terra lariana, Alessio Butti, porta l’acqua dell’astensione. Forza Italia, è rotolata all’opposizione. Anzi è rimasta lì. Solo che prima contrastava i governi di Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. Adesso gli tocca farlo con quello in cui uno dei dominus è l’ex alleato Salvini, capo politico di quella Lega con cui gli azzurri berlusconiani governano quasi tutte le Regioni e del Nord e svariati comuni tra cui quello di Como.

Il centrodestra, quindi, almeno in salsa locale, esiste ancora. La domanda tutt’altro che peregrina in questo caledopscopio di geometrie politiche impazzite come un’immangiabile maionese è: ancora per quanto?

Perché l’opposizione annunciata da Berlusconi a quel giovin signore con la barba (lui che non le ha mai potute soffrire le facce pelose) e di più a quell’altro che con forse conosce più il Lavoro con la maiuscola, nel senso di ministero che non con la minuscola (lui l’ex Cav che è in pista da 70 anni da mane a sera) non è una carezza dentro un pugno. Stando alle dichiarazioni sventagliate in un videomessaggio ieri, sarà lotta dura del Berlusca e del manipolo di eroi ed eroine azzurre che gli è rimasto fedele contro un governo “giustizialista e pauperista”. L’ex Cavaliere ha addirittura invitato gli italiani alla mobilitazione come non aveva fatto neppure quando vedeva comunisti dietro ogni angolo. Parole più che come pietre. Ed è tutt’ altro che improbabile ritrovarsi con qualche scheggia di questa petraia anche a palazzo Cernezzi, dove peraltro già la maggioranza non appare granitica e una parte di questa, invero trasversale, contesta al sindaco Landriscina proprio l’assenza di quel fatidico cambiamento.

La situazione del Comune capoluogo ricorda tante cose viste nella politica italiana degli ultimi tempi e finite a catafascio: cambi di casacca, frondismo e cerchi magici capaci di far passare ogni magia a chi ne è rimasto fuori. Il riflesso, inevitabile, è una città che lasciata sola non può cambiare e si trascina a fatica con gli eterni problemi che le hanno fiaccato le spalle. Il virulento rassemblement nel centrodestra certo non aiuta. Va bene che i pentastellati da queste parti sono marginali. Ma succede anche a causa della lista di Alessandro Rapinese che ha calamitato una bella fetta di voti altrimenti destinati a loro. Se no come si spiegano quelle vocine insinuanti per cui la permanenza di Landriscina al vertice di palazzo Cernezzi è garantita solo dal rischio che sia proprio Rapinese, in caso di nuove elezioni, a spodestarlo?

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