C’è sempre chi dice no  ma a pagare siamo noi

C’è sempre chi dice no

ma a pagare siamo noi

«Ma come è facile la vita dell’opposizione. Questo non va bene, quest’altro è contro le donne, questo è contro gli operai, questo è contro le minoranze».

La citazione è di un film cult degli anni del tramonto della Prima Repubblica, Il Portaborse con uno strepitoso Nanni Moretti nei panni del ministro Cesare Botero. Ai tempi della Terza Repubblica e all’epoca del leaderismo, forse la vita dell’opposizione si è fatta più difficile soprattutto perché le fronde interne sono diffuse e spesso più perniciose del fuoco nemico. Sarà per questo che si sta diffondendo a macchia d’olio una pratica del tutto legittima nelle regole della democrazia, quella dell’ostruzionismo, inaugurata dal Partito Radicale nei tempi dei tempi della politica.

Due esempi di questi giorni riguardano istituzioni governate da maggioranze di diverso colore: la Regione Lombardia e il Comune di Como. A Milano è in discussione la riforma della Sanità che cambierà il maniera radicale aziende ospedaliere, Asl e presidi. In questa sede non si vuole entrare nel merito del provvedimento, ma sottolineare come l’opposizione di centrosinistra, dei 5Stelle e delle altre forze che non si riconoscono nella coalizione di centrodestra guidata da Roberto Maroni abbia presentato 2.500 emendamenti.

Al Comune di Como, dove il sindaco Mario Lucini è sostenuto da una compagine di centrosinistra è di scena il bilancio. Qui gli emendamenti sono più di 60 un numero risibile se rapportato a quello del Pirellone ma piuttosto eclatante nel contesto, anche storico, di palazzo Cernezzi. L’opposizione, va detto chiaramente, fa il suo lavoro. Che è quello appunto di contrastare e, possibilmente condizionare, l’operato della maggioranza. Finora sia nel caso milanese sia in quello comasco senza grande successo perché i numeri determinati dai due sistemi elettorali sono largamente dalla parte di chi governa. E anche i mal di pancia interni alle due maggioranze, al dunque, difficilmente si saldano con le proposte dell’altro campo. Insomma alla fine si assiste a un grande gioco delle parti tra chi dice no e coloro che tirano dritto magari costretti a procedere con il freno a mano tirato e con un nervosismo crescente (il caldo di questo periodo non concilia la serenità), ma con la consapevolezza che le loro proposte arriveranno al traguardo tutt’al più con delle limature trascurabili.

Questo muro contro muro è una caratteristica che la Terza Repubblica (ammesso che sia già cominciata) ha ereditato dalla Seconda. Nella Prima le cose erano diverse. Spesso le richieste dell’opposizione erano contrattate con gli avversari al di fuori delle sedi istituzionali e in aula il dibattito procedeva abbastanza spedito, salvo l’esigenza dei politici di lanciare segnali al loro elettorato.

Ora che i partiti, nell’accezione tradizionale, sono scomparsi e i sistemi elettorali, assieme alle normative che regolano il funzionamento delle istituzioni, non facilitano le mediazioni, lo scontro si è accentuato e inasprito. Tutto legittimo, ma a farne le spese sono i cittadini. Perché l’obbligo di discussione di ogni singolo emendamento, su cui possono esprimersi più consiglieri comunali o regionali dilata i tempi di esame delle leggi e costringe le assemblee comasca e milanese e convocare più sessioni per quelle che nel linguaggio della politica diventano “maratone”. Ogni seduta, ovviamente, ha un costo. Per il personale necessario al funzionamento nella sala e per i gettoni di presenza.

Soldi pubblici, delle nostre tasse che, forse, nel rispetto totale della prassi democratica. potrebbero anche essere spesi meglio. Senza far venir meno il diritto a esprimere il proprio dissenso.

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Francesco Angelini Capo redattore centrale

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