Sabato 08 Febbraio 2014

Dal ticino prendiamo

esempi non paure

Domani gli svizzeri tornano al voto, per esprimersi su un quesito referendario di quelli che, probabilmente, anche in Italia, riempirebbero i seggi.

Si parla di stranieri e di immigrazione, e si parla dell’eventualità di porre un tetto, un limite (le cui proporzioni non sono ancora chiarissime) agli ingressi di cittadini provenienti dai paesi del Terzo mondo e di quelli che, vista l’aria che tira, finiranno per sostituirli nelle classifiche dei redditi medi pro capite, cioè noi europei. I sondaggi dicono che alla fine i favorevoli avranno la meglio, e che il rischio che la Svizzera si chiuda è concreto.

Di sicuro, tenendo fede a una tradizione di serietà viva fin dall’epoca in cui si votava in piazza per alzata di mano (neanche tanto tempo fa, almeno per alcuni cantoni), l’esito sarà tenuto in debito conto. Berna non è Roma, e se si decide l’abolizione del ministero dell’agricoltura, poi lo si abolisce davvero.

Per i circa 60mila frontalieri che ogni mattina varcano il confine non dovrebbe sussistere rischio alcuno, almeno non più di quelli che già esistono (licenziare in Svizzera è molto più facile che in Italia).

Semmai c’è da chiedersi se il frontalierato continuerà a rappresentare una opportunità per il nostro territorio, o se dovremo deciderci una volta per tutte a guardare altrove, rinunciando al sogno di uno stipendio svizzero. Il che potrebbe anche non essere un male.

Da anni – paradosso dei paradossi, uno dei tanti del nostro Paese – guardiamo al Ticino e alla Confederazione elvetica con ammirazione e invidia, senza riuscire a scrollarci di dosso un senso di inferiorità, di sudditanza, un approccio riverente che spesso sconfina nel terreno del masochismo più sadico, e che non ha fondamento né giustificazione storica o culturale, a meno di non voler mettere tutto sul solito, inascoltabile piano delle strade senza buche, delle aiuole fiorite, delle Audi che - miracolo - si fermano sulle strisce pedonali, dei rösti fatti con il compasso, delle tavolette di cioccolato, dei coltellini multiuso e delle belle ragazze che non guarda nessuno (non nel senso che non piacciano, ci mancherebbe: nel senso che, per una qualche forma di pudore, pochi sguardi sul lungo lago di Lucerna si accendono con lo stesso impeto con cui, chessò, si accenderebbero in piazza Duomo o al Lido di Lenno).

La risposta più sensata ai timori che circolano alla vigilia del voto referendario, sia allora un bel chissenefrega: il sonoro chissenefrega di chi ha voglia di cercare, una volta per tutte, di ribaltare la prospettiva, imparando a fare da sé senza bisogno di altri.

Tutt’al più, agli svizzeri - cui non manca fiuto per gli affari - faremmo bene ad invidiare una disponibilità di cassa e una capacità di elargire credito che in Italia non esiste più da un pezzo.

E però servono serietà, buone idee e buoni progetti, prodotti ai quali nessuno si sognerà mai di applicare l’esito di un referendum.

Stefano Ferrari

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