Il giaguaro non si fa
smacchiare dal Pd

Cornuto e mazziato, eppure aveva capito tutto. Povero Bersani. Lui l’aveva detto e stradetto che bisognava smacchiare il giaguaro.

Se gli avessero dato ascolto, in primis gli elettori oltre a quelli del suo partito, adesso il Pd non sarebbe impantanato in mezzo a quel guado che gli eredi del Pci si portano dietro a ogni trasloco.

Povero Bersani,passato nello spazio di un mattino da futuro statista a macchietta di Maurizio Crozza. Ciao Pierluigi, mandaci una cartolina da quel Pantheon in cui riposano i tanti leader del Pd e partiti suoi precursori

tritati dai loro stessi compagni. Quelli del post Bersani, intanto, il giaguaro Berlusconi non solo non l’hanno smacchiato, ma se lo sono pure tirato in casa, nel tinello buono come partner di un governo benedetto dal Quirinale ma maledetto dai tanti che avevano votato il Pd pensando di togliere di mezzo il Cavaliere. Il giaguaro adesso non vuole finire in gabbia. E chiede agli ex avversari e nuovi alleati di lasciargli le chiavi per scappare. Una proposta che più indecente non potrebbe essere. Perché va bene tutto. Ma se davvero il centrosinistra accogliesse le richieste del Pdl il Pd finirebbe in frantumi. Potrebbe anche non essere un male, per carità. Però cosa resterebbe in campo per tentare di governare un paese che comincia a intravedere un barlume di luce nel buio pesto della crisi che ha cambiato l’esistenza di tanti italiani?

Il problema è che il Pd, anche in questo caso, ha lasciato il pallino nelle mani degli altri. Sarà il Pdl a decidere il destino del governo Letta, cercando di scaricare le responsabilità davanti all’elettorato sulle spalle di Epifani & C. Operazione non impossibile vista la potenza di fuoco mediatica su cui può contare il Cavaliere condannato.

Se poi quelli del Pd, anziché smacchiare il giaguaro continuano a smacchiarsi tra di loro, il gioco potrebbe davvero riuscire. Sì, perché Berlusconi su qualche amico tra gli alleati-avversari può sempre contare. Soprattutto su un vecchio sodale come Massimo D’Alema, che con un tempismo degno di Bolt ai blocchi di partenza, è riapparso per mettere Renzi contro Letta (Enrico) e minare quella parvenza di compattezza che il partito aveva trovato nel rintuzzare le pretese del Cav e dei suoi. Le elezioni invocate dall’ex leader Massimo sempre meno leader potrebbero diventare il disperato ridotto di Berlusconi che, non ottenuta l’agibilità politica da Napolitano e dal Parlamento, andrebbe a cercarsela nel consenso popolari candidandosi contro tutto e tutti. Uno scenario da brivido in un momento in cui il paese ha bisogno di stabilità e di un governo in grado di puntellare l’avvio della ripresa. D’Alema, con il suo incorreggibile istinto dello scorpione, ha già scoccato la puntura mortale in direzione di Letta. E lo farà anche quando, nel caso, Renzi aprroderà a palazzo Chigi. Secondo l’ex premier, il sindaco di Firenze avrebbe 15 punti in più di Berlusconi in un’eventuale contesa elettorale. Ma D’Alema è uno che con i pronostici non ha una grande confidenza. Quand’era capo del governo si dovette dimettere dopo aver toppato le previsioni sull’esito delle elezioni regionali del 2000.

Insomma niente di nuovo sotto il sole, sempre più spento, del Pd.

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