In cammino sul fragile

ponte del caso

Krzysztof Kieslowski ha dipanato lungo tutta la sua filmografia una delle riflessioni più profonde della cultura europea degli ultimi trent’anni sul Caso. La sua natura. Il suo senso. Il suo ruolo nel determinare – silenzioso motore immobile – la vita delle persone, sballottate da una parte o dall’altra dallo spirare del suo soffio.

Un’analisi formidabile, ad altissimo grado di sensibilità, rigogliosa di pulsioni religiose, anche se nel suo caso di una religione laica, mistiche, addirittura metapsichiche, che addentra la riflessione nelle pieghe più insondabili del nostro percorso attraverso i sentieri della vita in una inesausta ricerca del perché, a un certo punto, siamo andati da un lato piuttosto che da un altro e quali mille conseguenze questo piccolo atto abbia portato sulla nostra esistenza e, a cascata, su quella di altre persone e quelle su altre e su altre ancora. Così, all’infinito. Come i riverberi di un sasso nello stagno. E come tutto, allo stesso modo, avrebbe potuto andare esattamente al contrario.

Ricerca acutissima, che ha trovato sintesi prima nel sorprendente “Decalogo” e poi nel capolavoro “La doppia vita di Veronica”, che va ben oltre il tema del doppio, classico tòpos della letteratura del Novecento, per scandagliare con raffinatezza linguistica senza pari i meandri dell’intimo, il mistero dell’esistenza, l’abbandono al fato o per, chi crede, alla provvidenza divina. Tema che avrebbe poi approfondito nella straordinaria trilogia dei colori – “Film Blu”, “Film Bianco”, “Film Rosso” – nel quale l’incrocio delle vite e dei destini si sviluppa in un’architettura complessa e di rado così commovente.

Che grande lezione. Che grande saggezza. Che conforto amarissimo cogliere come tutto sia appeso a un filo, come la danza della vita e della morte si svolga davanti ai nostri occhi fino a quando ghermirà pure noi - chissà quando, chissà come – nel suo abbraccio fatale. Oggi ci sei, domani non ci sei più. Un secondo o un centimetro in più vivi, un secondo o un centimetro in meno muori. E questo è quanto. Oggi, passata una settimana dalla tragedia del ponte crollato, superata l’onda emotiva di un disastro vergognoso, inaccettabile, intollerabile e già pronti a seguire la lunga coda giudiziaria e politica che dovrà - dovrà assolutamente, perché altrimenti nessuno esce vivo da qui - dare delle risposte alla famiglia della vittima e a tutte le persone che quella strada percorrono ogni giorno da sempre e condannare a sanzioni esemplari chi ha sbagliato – perché qualcuno lì ha sbagliato -, ci resta come eredità il compito di dare un senso all’insensatezza. Una logica alla follia. Vasto programma.

Quante volte abbiamo visto e rivisto il video di quel crollo, quante volte ci è sembrato mille volte più terribile del più tecnologico kolossal catastrofista, quante volte abbiamo osservato il ponte sbriciolarsi, anzi, affettarsi, il camion precipitare, quell’auto ribaltarsi in basso, quell’altra fermarsi in bilico sull’orlo del precipizio, quella ancora frenare disperata. E l’ultima finire sotto le macerie. È quello il dettaglio che lascia inermi. Guardate bene. Sarebbe bastato passare un secondo prima o andare a tre all’ora più veloci, uscire di casa un secondo prima, bere il caffè un secondo prima, fermarsi al giallo invece che dare un colpo di pedale e passare prima che scattasse il rosso, prendere il metrò per un secondo o perderlo per un secondo (tema portante di “Sliding doors”, film che ha volgarizzato per Hollywood la trama di “Destino cieco”, guarda caso proprio di Kieslowski), attardarsi un secondo in più in pausa pranzo o un secondo in meno al cellulare. Un secondo. Un solo secondo. Quanto vale un secondo nella vita di una persona? Quale il suo peso? Il suo valore? La sua purezza? Niente. Tutto. Pensateci. Pensateci bene. Pensate bene a quante volte è capitato a voi e come, ripercorrendo il passato, tutto sia spesso disceso da una decisione da nulla, un incontro mancato, un aereo disdetto, una meta delle vacanze cambiata all’ultimo istante eccetera eccetera eccetera.

È qui che si va in crisi per davvero. Perché, allora? Perché? Che cos’è tutta questa commedia, questa rappresentazione, questa filodrammatica? Cos’è? Una buffonata, una presa in giro, un girotondo dal quale entri ed esci senza nulla sapere, nulla capire e, soprattutto, nulla decidere? Che conti tu nella tua vita? Quanto importi, quanto vali? Zero. Niente. Un pupazzo, un cane ammaestrato, una vittima predestinata, una maschera, un contadinotto alla Renzo e Lucia, sballottati di qua e dì là dai meandri della storia che passano sempre e regolarmente al di sopra e al di fuori di te. Oppure no. Oppure c’è un filo invisibile che tutto sa, tutto conosce e tutto giustifica, un’onda del destino alla quale abbandonarsi scientemente, sapendone cogliere i segni. E questo, come ovvio, ti porta lontano, a una mente vigile e superiore, alla carezza della provvidenza, al mistero misterioso che tutto regola e tutto impone.

Riflessioni non proprio originalissime, si dirà, visto che sul tema esiste una letteratura di almeno una tonnellata di testi e di un quintale di scrittori, filosofi e poeti. E che comunque non risponde alla domanda delle domande. Che c’entra tutto questo con la morte di quel povero signore, finito nell’unico secondo sbagliato sotto quel ponte? Che c’entra questo con il destino, la provvidenza, Dio? Come si giustifica? Come lo spieghi ai suoi cari che era giusto così? Che era scritto? Come si fa?

Non ci sono risposte razionali. O forse ce ne sono solo due, d’istinto. Da una parte l’abisso dell’insensatezza, del caso, del caos assoluto, delle lune silenziose e indifferenti, delle ginestre destinate a essere divorate dalla lava. Dall’altra, la domanda di disarmante candore del fratello di un nostro ex collega a un amico prete dopo che gli era stata diagnostica una malattia incurabile: «Ma cosa vuole ora da me il buon Dio?» e la risposta da grande uomo di fede: «Non lo so. Ma so che c’è».

d.minonzio@laprovincia.it

@DiegoMinonzio


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