La metafora viadotto

e le facce da circo Como

Basta poco per diventare una macchietta. E per dimostrare per l’ennesima volta quanto l’incompetenza e l’incapacità siano state il segno distintivo, il profilo esistenziale, il pantheon di una classe politica locale di un livello così basso che più basso non si può.

La vicenda - grottesca, se non fosse anche pericolosa - del viadotto di via Oltrecolle e della sua chiusura totale per un mese, ma vatti a fidare su come andrà veramente a finire, non è solo un esempio di disservizio pubblico. È una metafora. Il quarto sigillo, dopo quelli eclatanti delle paratie, della Ticosa e dell’autosilo Val Mulini, di un’opera pubblica strategica devastata da una giunta di centrodestra prima e non risolta ma addirittura aggravata da una giunta di centrosinistra poi. Ne hanno già scritto nei giorni scorsi gli ottimi cronisti del nostro giornale: questa città negli ultimi decenni non ha portato a termine alcun progetto strategico oppure lo ha realizzato sbagliando completamente tempi, modi e contenuti con il risultato che ora, dopo tanto tempo, tante elezioni e tante facce - generalmente inguardabili - adesso è lì. Monolito dell’inettitudine. Simbolo dell’arroganza. Memento per tutti i comaschi. Il lungolago, tornato vivibile solo da poche settimane e sappiamo tutti per merito di chi, dopo otto anni di scandalo internazionale che ci ha fatto diventare la barzelletta di mezzo mondo. Il val Mulini, barzelletta al quadrato. La Ticosa, barzelletta al cubo. E ora, da buon ultimo, il viadotto, apoteosi della cialtroneria al potere.

Le domande sono le solite e le abbiamo già poste in tutte le sedi. Come è possibile che un’opera realizzata solo una decina di anni fa non sia in grado di reggere il peso del traffico veicolare quotidiano? Quali sono gli errori di progettazione? Quali quelli di realizzazione? Perché nessuno se ne è accorto? Perché nessuno ha controllato? E poi, perché fino ad oggi nessuno ha rimediato? Cosa ci stanno a fare sindaci, assessori, tecnici e consulenti di varia foggia e natura se poi l’omesso controllo incombe sovrano e impunito sulla macchina comunale? Adesso seguiremo la vicenda in tutti i suoi sviluppi, registreremo i prevedibili disagi alla circolazione probabilmente già da domani e il sicuro caos in caso di mancata riapertura prima dell’inizio dell’anno scolastico e, soprattutto, chiederemo che vengano individuate le responsabilità tecniche e politiche a ogni livello. E ci mancherebbe altro.

Detto questo, è vero che non c’è nulla di peggio che tenere lo sguardo sempre rivolto al passato e che, viste le condizioni della città, la cosa fondamentale per noi e soprattutto per la nuova giunta Landriscina è non perdere troppo tempo a baloccarsi con quello che è successo, quanto invece lavorare rapidamente e con cognizione di causa per la soluzione dei problemi lasciati in eredità da due giunte fallimentari. Ma per far questo - è stato il mantra di tutta la campagna elettorale, oltre che una questione di principio particolarmente cara a questo giornale - nessuna nuova iniziativa della nuova giunta, per essere credibile, può essere associata a vecchie facce, vecchi mostri, vecchi sarchiaponi, vecchi pagliacci che hanno dettato l’agenda della peggiore giunta della storia di Como. Il centrosinistra ha già perso le elezioni, si è già autoeliminato grazie a un partito democratico particolarmente efficace quando deve coprirsi di ridicolo con una pervicacia tafazziana degna dei migliori teatri di avanspettacolo. E quindi con lui il discorso è chiuso. Probabilmente per i prossimi duecento anni. Il centrodestra no. Il centrodestra deve dimostrare se ha finalmente raggiunto uno spessore etico e culturale per capire quanta nobiltà e quanta storia ci siano dentro la parola “destra” (si faccia un giro nel mondo anglosassone e poi ne riparliamo), per dimostrare di essere nuovo per davvero, di aver capito la lezione di dieci anni di porcherie e di non pensare di rimpannucciare il solito governicchio all’italiana, anzi, alla lariana, e di tornare – grazie all’atavica tendenza dei comaschi a delegare in bianco i nodi della cosa pubblica per poi lamentarsi a disastro avvenuto - alle sperimentate manfrine e alle sperimentatissime logiche clientelari, lottizzatrici e spartitorie.

Il sindaco Landriscina ha avuto il coraggio, dopo robuste sollecitazioni, a dire il vero, di far piazza pulita nella sua giunta di tutti gli ex assessori di Bruni e anche di qualche altro personaggino particolarmente impresentabile, ma stia ben attento a non pensare di far rientrare dalla finestra qualcuno buttato fuori a pedate dalla porta. Una promessa è una promessa. E le promesse fatte a “La Provincia”, ai suoi elettori e, soprattutto, a tutti i comaschi si mantengono. La pagliacciata del viadotto è il simbolo più fresco di tante altre pagliacciate, in tanti altri campi anche molto lontani dalla viabilità, che questa città ha dovuto subire mentre si sparavano fuochi d’artificio, tagli di nastri tricolori e cialtronate ad alzo zero. Se dovesse ripresentarsi, sotto mentite spoglie, qualcuno dei responsabili del Circo Como, sappia il sindaco che sarà un piacere per questo giornale raccontare per filo e per segno gli imbarazzanti curriculum professionali dei soggetti in questione, i fallimentari trascorsi politici e le felliniane frequentazioni e ostentazioni.

Como è stata presa in giro per troppo tempo e i comaschi se ne sono bevute troppe di ogni ordine e grado ed è proprio per questo motivo che quella stagione deve essere finita per davvero e per sempre. Ogni rigurgito di Termidoro troverà in questo giornale un oppositore indipendente, feroce e quotidiano. Questa sì che è una promessa alla quale si può credere.


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