Domenica 23 Febbraio 2014

La politica debole

è la nostra debolezza

La debolezza

della politica

L’Italia è un paese che non ha un’etica pubblica. Non la possiede come memoria condivisa, come modello di riferimento, come contenuto fondante. Fa parte della sua storia: duemila anni di invasioni, rese, compromessi, campanili e faide fratricide costituiscono un peso non eliminabile che continuerà a gravare sulle nostre spalle sino alle fine dei tempi.

È da qui che discende l’inclinazione infida a non assumersi mai le proprie responsabilità e invece a scaricare sugli altri l’onere delle decisioni. Ed è per questo che alla fine di ogni fiera ci si attacca sempre all’uomo della

provvidenza e che ci pensasse lui a risolvere i nostri problemi. Questa condizione non riguarda tutti gli italiani, naturalmente, che di competenti e coraggiosi se ne vedono a migliaia in ogni città e professione, ma non sono loro a dettare le cadenze, a gestire l’agenda, a informare di sé lo spirito dei tempi che diventa poi immaginario collettivo e profilo unificante dell’italiano medio, riassunto con sottilissimo disprezzo da Kipling: “Un italiano? Un bel tipo. Due italiani? Stanno già litigando. Tre italiani? Tre partiti politici”.

Chi è riuscito a sopravvivere a questi giorni di diluvio informativo sul nuovo governo Renzi può avventurarsi in due tipi di riflessioni. La prima, la più gustosa, è quanto sia incomprimibile la voluttà di farsi riconoscere della pletora di esperti ed espertoni politici di ogni ordine e grado – quello con il pizzetto, quello con l’occhialino frou frou, quell’altro ancora che lui sì che ne ha viste tante, quello spettinato che fa tanto intellettuale dei tempi nuovi, quello che se non gli s’innesta una metafora sull’ultimo tweet di Cicchitto si sente un fallito - che stanno tutti lì a pensare e a ponzare e a discettare e a grattarsi la pera sui veti incrociati e gli spifferi della buvette e le strategie inconfessabili del nuovo padrone del vapore. Poi, di solito, succede tutto il contrario e non è che uno cambia mestiere o passa a occuparsi per un biennio di sport acquatici. No. Riparte come se niente fosse a spiegarci come vanno le cose in quel Palazzo che, signora mia, è veramente un posto che lei non può manco immaginarsi.

La seconda è rovesciare il teleobiettivo. Smettiamola di pensare a questi qui, tanto, come si sarà già colto, il minestrone è più o meno sempre lo stesso e iniziamo invece a riflettere su di noi. Per domandarci il motivo per cui, a ondate regolari ma implacabili, ci si debba affidare inermi al primo che passa e perché si finisca sempre vittime di questa varicella, di questo contagio irrefrenabile che ci fa fuggire dalla complessità alla ricerca inesausta di una scorciatoia. Uno scettico blu come Montanelli, in occasione della travolgente ascesa di Berlusconi, aveva detto che ogni volta che in Italia si sente il bisogno di un uomo forte prima o poi ti becchi un balcone. Il paragone oggi è del tutto improprio e fa pure sorridere – gli anni Venti sono stati una tragedia, qui siamo all’avanspettacolo – ma lo sdraiamento collettivo di fronte a quello che fa tutto lui è un tic oggettivo della nostra cultura.

Insomma, la cosa più o meno funziona così. C’è la palude. Ci si sguazza allegramente – evasori seriali, impiegati lazzaroni, studenti fuori corso, professoresse moraliste con le ripetizioni in nero, imprenditori sovvenzionati dagli amici degli amici, sindacalisti che si sciopera sempre il venerdì e tutto il resto che vi viene in mente – fino a quando ci si accorge che l’ondata di melma sta arrivando alla punta del naso. A quel punto, grande scandalo, grande indignazione, demagogia ad alzo zero, delega in bianco all’uomo nuovo che ci salverà dal disastro: Di Pietro, Berlusconi, la Lega, i tecnici, Grillo e Renzi, solo per ricordare quelli degli ultimi vent’anni. L’uomo nuovo arriva col piglio di Napoleone e gli occhi di bragia di Tremal Naik, promette la rivoluzione liberale o democratica o quella che preferite, fa un po’ di polverone, poi entra nelle stanze del potere, prende quattro sganassoni da quelli che comandano veramente e si mette a cuccia pesando a come fare per tirare a campare senza che noi parco buoi ce se ne accorga troppo presto.

La sintesi sarà anche un po’ brutale, ma è lampantte. E riguarda tutte le forze antisistema, che si generano sempre sul versante di centrodestra e che creano fortissime aspettative emotive, anche se mal riposte. A sinistra no. Lì si dorme. Si fanno sonni celestiali e forforosi, perché se trovate un elettore che si sia entusiasmato per le leadership Amato, D’Alema, Prodi e Letta o deve essere dedito alle droghe pesanti o non si è ancora ripreso dai cineforum sulla nuova filmografia ungherese oppure è una persona che non sta bene. Stategli vicino, per favore.

E se è così, allora si delega tutto al fenomeno, ma proprio tutto, perché tanto ci pensa lui. E quindi non importa che Renzi si sia costruito un direttivo di partito rigonfio di nullità o che abbia rappattumato una lista di ministri di profilo modesto dentro al quale spicca una chicca particolarmente impresentabile, che però non si può dire perché altrimenti ti danno del maschilista. Non esiste complessità, non esiste programma se non quello sbandierato in campagna elettorale e insabbiato un secondo dopo, non esiste strategia: esiste solo uno stile, una presenza, un modo molto efficace di comunicare. Il tanto vituperato Berlusconi non era in fondo questa roba qui? Non era solo un sogno di risoluzione taumaturgica dei nostri problemi tramite l’imposizione delle sue magiche mani già così miracolose nell’edilizia, nel calcio e nella tivù? E non è così per un italiano su quattro con Grillo, che però visto che lo insultano tutti forse qualche ragione ce l’ha? La debolezza di questi premier presunti non è la debolezza della politica. È la nostra debolezza. Di noi stessi, che grandi, grossi e cresciuti ragioniamo ancora come quando eravamo bambini e bastava abbandonarsi tra le braccia della mamma per essere felici. Solo che adesso non sarà lei a spegnere la luce.

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Diego Minonzio

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