Lungolago, il cantiere

perenne e i gatti bigi

L’usura del vecchio motto di Dengxiao Ping - non importa di che colore è il gatto, basta che prenda il topo - trova conferma a Como nel cantiere del lungolago. Perché di gatti e gattoni ormai ne sono passati tanti, ma la montagna di guai che affligge l’infinito cantiere non è neppure riuscita a partorirne uno di topolino. E dato che, su quest’opera sono calate le tenebre e che di notte tutti i gatti sono bigi, si capisce lo scetticismo che ha accompagnato anche l’improvviso “ghe pensi mi” dal profumo elettorale del presidente della Lombardia, Roberto Maroni, che ha esautorato il Comune di Como ex stazione appaltante dell’opera. Una stazione, va detto da cui non è mai partito un solo treno in orario. Il problema del cantiere però, si nasconde anche nel fatto che, attorno a esso, la politica si è sempre mossa in termini di contrapposizione netta. E c’è da temere che, con le elezioni comunali ormai dietro l’angolo, le cose siano destinate a peggiorare. Troppa la fregola di mettere il cappello sul chimerico riavvio dei lavori da capitalizzare in un consenso che magari potrebbe anche ravvivare il magmatico e tramortito centrodestra a scapito di un centrosinistra locale che, su questa vicenda, esce in braghe di tale lacerate. Cattivi pensieri? C’è da sperarlo. In attesa di un’auspicabile prova contraria, restano i fatti però. Che sono rappresentati dall’assoluto e assordante silenzio opposto dal Pd (azionista di maggioranza del governo locale) al blitz di palazzo Lombardia.

Aspettarsi un “adesso mettiamoci insieme e tentiamo di risolvere questa maledetta faccenda per il bene di Como, dei suoi cittadini e del suo lago”, da una parte dell’altra è un’utopia? Siamo certi che tentare di sfruttare ancora una volta sul sacrosanto diritto dei comaschi di riavere un lungolago in grazia di Dio, possa rendere? O invece non si finisca per lavorare in favore del re di Prussia, pagando un caro ma equo prezzo al cinismo di una politica che magari dà per scontati troppi fattori? Dietro queste domande ci sono parecchi “future” che riguardano la città di Como. E sarebbe utile farli rendere. Magari da qui a qualche mese vi sarà qualche sorpresa, adesso annidata nei profondi canneti delle trattative pre elettorali. L’intervento di Maroni e la messa in mora di palazzo Cernezzi potrebbero funzionare da catalizzatori per un qualcosa che vada oltre le perniciose divisioni tra i fronti politici che hanno caratterizzato tutta l’era (quasi geologica) del cantiere brutto addormentato in riva al lago e riesca finalmente a innescare una soluzione per il problema. E allora quale potrebbe essere l’esito delle urne? Perché ormai, è evidente, ai comaschi che ne hanno viste di tutti i colori, quello del gatto non interessa più. L’importante è che più prima che poi, per dirla con il Trap, finisca nel sacco. Magari assieme ai politici che amano speculare sulle disgrazie che hanno provocato.


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