Sant’Elia, le visioni  di un grande comasco

Sant’Elia, le visioni

di un grande comasco

Uno dei giochi favoriti di noi italiani è leggere sui giornali stranieri come vedono il nostro Paese. L’esercizio, beninteso, può essere assolutamente salutare, in particolare per curare le distorsioni di prospettiva indotte dal narcisismo. Ma troppo spesso, anche a causa delle competenze linguistiche di base non sempre eccelse fornite dal sistema scolastico, ci accontentiamo della vulgata riportata dai mass media nazionali e ci fermiamo alle situazioni che fanno più “notizia”, nel bene e nel male: gli scivoloni dell’ex premier di Arcore, per esempio, o, di segno opposto, il lago più bello del mondo rilanciato dalla presenza di vip come Clooney e Zuckerberg. Poca attenzione si presta a che cosa rappresenti ancora la cultura italiana nel mondo, a meno che non sia premiata con l’Oscar. Rimaniamo sorpresi, e anche inorgogliti come comaschi, quando Google dedica il suo logo ad Alessandro Volta (è successo il 18 febbraio 2015 in occasione del 270° della sua nascita) e un’altra bella sorpresa ci riserva il web cercando, spinti dalla ricorrenza del centenario della morte che cadrà lunedì prossimo, 10 ottobre, che cosa si scrive e si dice nel mondo di un altro grande concittadino, Antonio Sant’Elia.

Quindici anni fa, per esempio, un professore canadese che allora insegnava al Mit di Boston, pubblicò un saggio sui fondatori della modernità, coloro che hanno calato nei diversi ambiti della cultura le nuove acquisizioni scientifiche in materia di spazio/tempo, e colloca Sant’Elia in un quintetto stratosferico, un dream team di geni, in compagnia di Einstein, Bergson, Kafka e Boccioni, riservandogli addirittura, sempre per usare il gergo cestistico, il ruolo di play maker.

Lo studioso si chiama Stanford Kwinter, lo abbiamo contattato e gli abbiamo chiesto di condensare le sue ricerche in un abstract, che sarà la copertina del numero speciale de “L’Ordine”, in edicola gratuitamente domenica con “La Provincia”, dedicato proprio al grande architetto comasco (che in realtà non ha mai conseguito la laurea in Architettura, bensì il diploma di capomastro alla Castellini e quello di professore di disegno architettonico all’Accademia di Bologna, giusto per ricordarci che il talento conta sempre più dei titoli). Ha cambiato 4 o 5 università, dal 2001 ad oggi, il professor Kwinter, e alla Columbia come ad Harvard, e attualmente anche al Pratt Institute, non ha mai smesso di citare come esempio ai suoi studenti le intuizioni urbanistiche e architettoniche di Sant’Elia. Grande la sua gioia di essere contattato dalla città natale del genio che lo appassiona, dove nella Pinacoteca civica è conservata la gran parte di quell’inestimabile tesoro che sono i suoi disegni, e massima la disponibilità a collaborare per rendergli merito. Analoga reazione da parte di Niall McGarrigle, irlandese del Nord, giornalista specializzato in architettura che sul suo blog e sui giornali con cui collabora, dall’“Irish Times” al “Guardian”, e ora anche su “L’Ordine”, non smette di ricordare dalla scorsa primavera che quest’anno c’è una ricorrenza da onorare, quella dell’uomo che con le sue visioni e i suoi disegni ha ispirato le architetture futuristico/fantascientifiche, che tutti, o quasi, abbiamo visto in grandi film come “Metropolis” di Fritz Lang e “Blade runner” di Ridley Scott.

Di pagina in pagina emerge il ritratto di un giovane uomo (morì sul Carso a soli 28 anni) e di un “intellettuale indipendente”, come lo definisce Giordano Bruno Guerri in un lungo articolo in cui ricorda che non ebbe timore nemmeno a prendere le distanze rispetto a certe interpolazioni inserite da Marinetti nel suo Manifesto dell’architettura futurista, sopravvissuto al tempo, alle rivoluzioni politiche e alle mode. Uno che nel 1914, nei disegni della “Città nuova”, aveva già intuito che nelle metropoli del 2000 si sarebbe arrivati dal cielo, per poi muoversi dinamicamente per mezzo di un sistema di trasporti su più livelli. Con una visione più originale e attendibile, ci ricorda Alberto Longatti, comasco che su Sant’Elia ha una competenza di livello internazionale, rispetto persino agli scrittori di fantascienza suoi contemporanei. La sua tesi è confermata dall’accostamento tra i disegni di Sant’Elia e i le simulazioni al computer con cui uno studio inglese, Atkinson and Co, nel 2015 li ha inseriti nella Londra contemporanea.

Sant’Elia, giovane eclettico e volenteroso, canottiere con Sinigaglia e consigliere comunale socialista, è stato non a caso scelto come protagonista del suo nuovo romanzo (“Come sugli alberi le foglie”, Guanda) da uno scrittore attento ai paesaggi urbani e umani come Gianni Biondillo, altra firma de “L’Ordine” di domenica e tra i relatori della passeggiata che lo stesso giorno farà immergere i partecipanti nella vita e nelle opere del nostro grande concittadino, dalla scuola di via Brambilla a Como fino al Villino Elisi sopra Brunate. Il finale lo lasciamo a un pensiero di un giovanissimo Sant’Elia, tratto dal libro di Biondillo. Parole che offrono una buona prospettiva anche per guardare i problemi della Como contemporanea, a partire dal lungolago: «E da lì guardare verso la funicolare di Brunate. E immaginarla salire sulla schiena del monte non con un impianto di trazione a vapore, ma elettrico (che sarebbe poi entrato in funzione nel 1911, nda). Perché la pila l’ha inventata Alessandro Volta e lui era di Como, era di qui, del lago. E noi popolo del lago possiamo immaginare tutto e poi realizzarlo».

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