Tre grandi interrogativi
sul voto a Como

E così, il centrodestra comasco ha il suo sindaco. Mario Landriscina, per profilo professionale, cultura, credibilità e qualità oratorie, è un ottimo candidato, che si presenta al voto di primavera con notevoli possibilità di vittoria.

Como è da sempre città moderata, anzi, conservatrice, la storia elettorale degli ultimi decenni lo dimostra con chiarezza, perché questa è la natura dei suoi abitanti, che di certo non è stata cambiata dai cinque anni di fallimentare governo di centrosinistra. Paratie e Ticosa erano i due disastri creati dalla giunta Bruni e, quindi, le due prove fondamentali che dovevano essere affrontate e vinte, le due finali di Coppa dei Campioni che invece sono state rovinosamente perse. Tutto il resto di buono fatto dalla giunta Lucini - e qualcosa di buono senz’altro c’è - non conta niente di fronte agli imperativi categorici. È per questo che la candidatura Landriscina sembra il più logico dei ritorni all’ordine dopo la frattura del 2012.

Tutto a posto, quindi? No. No di certo. Perché su questa proposta, così eccellente da apparire sorprendente, incombe un gigantesco punto interrogativo. Chi è per davvero Landriscina? E chi rappresenta? Chi sceglierà la squadra in giunta? Quante e quali cambiali ha dovuto firmare per tenere insieme Forza Italia, Lega e frattaglie assortite e per mettere la sordina ai nemici interni, che tanto si sono agitati e tanto hanno brigato nell’ombra per sabotarlo? Lui ha già detto in sede ufficiale che la designazione è tutta sua e che non accetterà imposizioni né limitazioni di alcun tipo. Non si può che dargli credito, naturalmente, però questa è una cosa che dicono tutti, da De Gasperi alla Raggi. Ma, insomma, poi non è che vada sempre a finire allo stesso modo.

E quindi, visto che questo è il punto e visto che i nostri polli li conosciamo fin troppo bene, e sono i polli che nel decennio precedente hanno distrutto la città, non vorremmo ritrovarci nella stessa pièce già andata in scena a Palazzo Chigi e cioè in una delle parti in commedia tipiche della peggiore politica di questo paese dei datteri e dei mandolini. Togli Renzi, metti Gentiloni, ma il governo è lo stesso di quello di Renzi. Togli Bruni (Lucini è un incidente della storia, un po’ come le invasioni degli Hyksos di Benedetto Croce), metti Landriscina, ma la sbobba nel truogolo è la stessa di quella degli anni della Como da bere.

Ora, il capo del 118 è un’ottima persona alla quale bisogna concedere tutta la fiducia possibile, ma se solo pensa di poterci rifilare, sotto mentite o anche confermate spoglie, lo stesso carrozzone, lo stesso Barnum, la stessa accozzaglia di mostri, traffichini, asabesi, pseudo intellettuali circensi, maschere felliniane, comparse da film di De Sica (Christian), reduci di Curtatone e Montanara, damazze in evidente disarmo, Pagliacci Baraldi, salmerie e sagome di cartone, pensando di riprendere a radere al suolo Como come hanno fatto i suoi predecessori in quei dieci ignobili anni, sappia che troverà in questo giornale il più implacabile degli oppositori. Non gliene faremo passare mezza. Quella gente, quella che ha infestato le giunte Bruni, dopo quello che ha combinato sulle pratiche paratie e Ticosa - e taciamo il resto - avrebbero dovuto scavare una buca in giardino e sotterrarsi per i successivi trent’anni e invece li vedi in giro a predicare, a salmodiare, a concionare, a compendiare, a trombonare, a impartire lezioncine di buon governo con il ditino alzato. Che becco. Che faccia di bronzo. Che impudenza. Questi devono sparire. Sparire. Spa-ri-re. E non deve rimanerne traccia alcuna in una giunta di centrodestra che si ricordi, finalmente, cosa significhi essere per davvero liberali, liberisti e interpreti del buonsenso e dell’amore per la città, non delle manfrine, degli intrallazzi e delle incompetenze.

Poi ci sarebbe il centrosinistra. L’impagabile, inimitabile, irrefrenabile, rissoso, irascibile, carissimo centrosinistra. Che coalizione meravigliosa. Se non ci fosse, bisognerebbe inventarla. Se per caso uno, in qualche giorno buio, avesse dei problemi di frustrazione, di depressione e di bassa, ma davvero bassa autostima, basta che pensi per un attimo al Pd comasco e ai suoi cespugli e gli tornerà subito il buonumore. Garantito. La ricerca inane, affannosa e grottesca di uno straccio di candidato – e conseguente gragnuola di “no”, veleni e pugnalate incrociate - sta regalando in queste settimane momenti di vero spasso, che fa tornare alla mente un profetico e immortale sketch di quel genio di Corrado Guzzanti su “Uolter” Veltroni alla caccia di un candidato anti Berlusconi (basta andare sulla sezione video di Google e digitare “Guzzanti Veltroni”), nel quale tra i papabili c’erano Raul Bova, Paola e Chiara, Batistuta, i Fichi d’India, Di Caprio, giù giù fino a Topo Gigio, Heidi, Napo Orso Capo e, soprattutto, Amedeo Nazzari («è perfetto: candidiamolo anche da morto!»). A Como, praticamente lo stesso. Un partito anacoluto.

Infine, c’è l’area grillina, forse quella più interessante. Perché, se riflettete un attimo, lo sfascio di Roma e i dissesti prodotti in quella città da destra e sinistra sono gli stessi - in sessantaquattresimo - di quelli di Como. La loro Atac è il nostro lungolago, la loro raccolta rifiuti è la nostra Ticosa. La logica farebbe quindi dire che i Cinque Stelle dovrebbero vincere a mani basse, pescando nell’esasperazione dei cittadini verso le malefatte dei partiti tradizionali. Il problema è l’invisibilità sui temi locali dei grillini doc - primo fra tutti l’impalpabile Ceruti - e la perenne sovraeccitazione del pittoresco Rapinese. Che non ne azzecca una - sull’esito delle sue campagne giacobine contro Ztl, Libeskind e del suo invito al boicottaggio de “La Provincia” c’è ancora gente che si tiene la pancia dalle risate - ma che comunque è del tutto nuovo e del tutto avulso dalle tradizionali logiche di potere. Non è poco. Ma sai che, a pensarci bene, non è poi così male ‘sto Rapinese?

d.minonzio@laprovincia.it

@DiegoMinonzio

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