Domenica 07 Febbraio 2010

Il racconto del video dell'orrore
Brambilla non è morto sul colpo

Ci sono giusto le auto che accelerano e i pedoni che passeggiano fuori dalla vetrina, a movimentare le oziose riprese del sistema di vigilanza di un negozio nel suo giorno di chiusura settimanale. E così è anche nell'armeria Arrighi, almeno prima delle 14.45 di lunedì 1 febbraio, quando le telecamere hanno catturato ogni istante di un omicidio precipitato in orrore. Un filmato agghiacciante, destinato - quando il tempo sarà riuscito ad appannare rabbia, dolore, sgomento delle tante vittime di questo omicidio - alle pubblicazioni di criminologia.
Eccolo, dunque, il contenuto di quel video finito agli atti della procura e della squadra mobile della questura. L'orologio digitale segna le 14.45 del primo febbraio. L'obiettivo puntato sulla doppia porta principale dell'armeria cattura l'ombra di un uomo, che apre il primo uscio e si ferma sul secondo come aspettasse qualcuno. L'attesa dura poco: una seconda ombra compare nell'inquadratura e i due entrano nel negozio. È a questo punto che le ombre diventano uomini: c'è Alberto Arrighi, con un piumino bianco e l'immancabile cappellino da baseball, e c'è Giacomo Brambilla, con i suoi inconfondibili capelli biondi. A vederli muovere e parlare sembrano due amici. L'audio non c'è, eppure i gesti sembrano rilassati, certo lontani dai segni premonitori di quello che sarebbe accaduto di lì a meno di tre minuti. Brambilla e Arrighi non discutono più di una manciata di minuti, prima che quell'ozioso lunedì pomeriggio si tramuti in tragedia.
I due passano sul retro del locale, quello dove ci sono le vetrinette dei fucili Beretta; quindi entrano nel laboratorio dell'armeria, dove non esiste il sistema di videosorveglianza. I monitor tornano a mostrare locali vuoti. I secondi dell'orologio digitale corrono: 20, 40, 60. Arrighi e Brambilla restano a discutere solo un minuto, nel laboratorio. Quindi si vede l'imprenditore uscire con passo deciso: i gesti sono cambiati, si intuisce - anche se il senno di poi aiuta questa sensazione - che il clima è cambiato. Ecco anche Arrighi: compare nel monitor nel momento esatto in cui il re dei distributori di benzina viene ripreso da un'altra telecamera. L'armaiolo ha una mano dietro la schiena. Accelera il passo. Quindi allunga il braccio destro, proprio mentre entra nel raggio di ripresa del video posizionato nella zona delle vetrinette dei fucili, e spara. Lui dice di aver esploso due colpi in rapida successione, ma chi ha visto il video giura che è difficile capire se gli spari siano due oppure sia uno soltanto. Brambilla crolla in avanti. Arrighi sembra avere un momento di sbandamento: torna sui suoi passi, forse per rimettere la Ruger 22 nel laboratorio e per prendere alcuni sacchi di plastica, poi rientra sulla scena del delitto. Si china e volta la sua vittima. Stende un sacco della spazzatura a terra e si accorge che, forse, Brambilla non è morto. Gli sfila la pistola dalla cinta e lo colpisce un paio di volte al volto, con il calcio dell'arma. Poi gliela punta al viso e spara. La scena del crimine è un disastro: la mezz'ora successiva Arrighi la passa a spogliare il corpo e ad avvolgere il cadavere con dei sacchi neri, sigillati poi con del nastro adesivo. Quindi si cambia i vestiti sporchi ed esce.
Torna la calma. L'obiettivo registra per dieci ore sempre la stessa immagine: la vittima stesa a terra sul retro del negozio, mentre il giorno cede il passo al buio della sera. Bisogna attendere mezzanotte per l'epilogo.
Questa volta la telecamera puntata sull'ingresso principale se ne resta spenta: ad accendersi è quella sul retro, quando dall'entrata di servizio compaiono due persone: si riconosce ancora Arrighi, sempre con il cappello da baseball in testa, in compagnia del suocero, Emanuele La Rosa. I due lasciano le luci spente: l'armaiolo si muove agevolmente al buio e scompare nel laboratorio. Il suocero si abbassa, tocca il cadavere, lo volta. Torna il genero:ha qualcosa in mano, si capirà soltanto poi cos'è. Arrighi, dopo aver preso altri sacchi neri, inizia a lavorare, ma i dettagli macabri e allucinanti non possono essere raccontati. La scena dura due minuti e mezzo, ma sembra non finire mai: a dieci ore da un delitto d'impeto - almeno stando alle attuali contestazioni - non ti aspetteresti tanta freddezza.
Dopo 150 interminabili secondi, l'armaiolo si alza e appoggia qualcosa per terra: è una sega. Anche il suocero, che lo ha aiutato a tenere fermo il corpo, si alza e finisce di aiutare il marito della figlia a far sparire il corpo. Il resto è noto. I due se ne vanno, finalmente lontani dalle telecamere. Fuori da quel filmato muto che non è un film, ma una finestra aperta sull'orrore. E, in futuro, una pagina di allucinata criminologia da studiare.

p.moretti

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